Boom di armi in Europa: importazioni più che triplicate

Secondo il Sipri il continente è diventato il principale mercato mondiale di armamenti
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Ucraina soldati sparano contro gli occupanti russi
Ucraina soldati sparano contro gli occupanti russi (IPA/Fotogramma)

L’Europa sta comprando armi come non accadeva dalla fine della Guerra fredda. Nel giro di cinque anni il continente è diventato il principale mercato mondiale per i sistemi militari, spingendo verso l’alto i flussi globali e riorientando le strategie industriali e diplomatiche dei grandi esportatori. Il cambiamento è fotografato dall’ultimo aggiornamento del Stockholm International Peace Research Institute (Sipri): tra il periodo 2016-2020 e il quinquennio 2021-2025 le importazioni di armamenti da parte dei Paesi europei sono cresciute del 210%, trasformando la regione nel primo polo mondiale di domanda.

Il dato si inserisce in una dinamica globale in accelerazione. Secondo il Sipri, il volume complessivo dei trasferimenti internazionali di sistemi d’arma è aumentato del 9,2% rispetto al quinquennio precedente. La crescita è attribuita quasi interamente all’Europa e, in misura significativa, alla guerra in Ucraina. Le forniture destinate a Kyiv rappresentano da sole il 9,7% di tutte le consegne di armamenti effettuate nel mondo tra il 2021 e il 2025. Ma l’effetto non riguarda soltanto il fronte ucraino: quasi tutti gli Stati europei hanno aumentato gli acquisti per rafforzare le proprie capacità militari e ridurre il divario accumulato negli anni di disinvestimento successivi al 1991.

L’Europa diventa il principale mercato mondiale delle armi

Nel sistema internazionale degli armamenti la posizione dell’Europa è cambiata in pochi anni. Fino alla metà degli anni 2010 il continente rappresentava una quota relativamente contenuta del commercio globale di armi, molto distante dalle regioni tradizionalmente più dinamiche – Medio Oriente e Asia-Pacifico. Nel quinquennio 2021-2025 gli Stati europei hanno invece assorbito il 33% delle importazioni mondiali, superando tutte le altre aree geografiche.

L’incremento si spiega con una combinazione di fattori strategici. L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha modificato la percezione della sicurezza nel continente e ha accelerato decisioni già maturate negli anni precedenti. Secondo il direttore del programma Arms Transfers del Sipri, Mathew George, “le consegne all’Ucraina dal 2022 sono il fattore più evidente, ma la maggior parte degli altri Stati europei ha iniziato a importare significativamente più armi per rafforzare le proprie capacità militari contro una minaccia percepita come crescente da parte della Russia”. Il risultato è un cambiamento strutturale della domanda militare europea.

Il nuovo ciclo di acquisti riguarda in primo luogo l’aviazione da combattimento, i sistemi di difesa aerea a lungo raggio e le capacità di sorveglianza avanzata. Si tratta di segmenti ad alta tecnologia e ad altissimo costo unitario, che richiedono lunghi tempi di produzione e contratti pluriennali. In molti casi i programmi di acquisizione sono stati anticipati o ampliati, con impegni di spesa che si estendono ben oltre la fine del decennio. Il riarmo europeo non è quindi un fenomeno contingente legato alla guerra in Ucraina, ma l’avvio di un ciclo di investimenti destinato a ridefinire la struttura militare del continente.

Stati Uniti dominanti, industria europea in trasformazione

Il boom della domanda europea ha rafforzato soprattutto la posizione degli Stati Uniti nel commercio mondiale di armamenti. Washington resta il principale esportatore globale e tra il 2021 e il 2025 ha fornito il 42% di tutte le armi trasferite tra Stati, in aumento rispetto al 36% del quinquennio precedente. Le esportazioni statunitensi sono cresciute del 27%, con un incremento particolarmente marcato proprio verso l’Europa.

Per la prima volta in vent’anni la quota maggiore delle esportazioni militari statunitensi è diretta verso i paesi europei. Nel quinquennio 2021-2025 il 38% delle vendite di armi americane ha avuto come destinazione l’Europa, superando il Medio Oriente, fermo al 33%. In termini assoluti significa che decine di paesi europei hanno acquistato sistemi prodotti negli Stati Uniti, in molti casi privilegiando velivoli da combattimento di ultima generazione e sistemi integrati di difesa missilistica.

Secondo Pieter Wezeman, ricercatore senior del programma Arms Transfers del Sipri, “gli Stati Uniti hanno ulteriormente consolidato il loro predominio come fornitori di armamenti, anche in un mondo sempre più multipolare”. Le esportazioni militari restano uno strumento di politica estera e allo stesso tempo un elemento centrale della politica industriale americana. “Per gli importatori, le armi statunitensi offrono capacità avanzate e un modo per rafforzare i rapporti con Washington”, osserva Wezeman.

Parallelamente, anche le industrie europee stanno registrando una crescita significativa. La Francia è il secondo esportatore mondiale con il 9,8% del mercato globale, mentre la Germania è salita al quarto posto con il 5,7%. L’Italia ha registrato uno degli aumenti più rilevanti: tra i due quinquenni considerati le esportazioni italiane sono cresciute del 157%, portando il paese dal decimo al sesto posto tra i fornitori mondiali. Tuttavia, la maggior parte delle vendite europee continua a essere destinata a mercati extraeuropei, soprattutto in Medio Oriente e in Asia.

La Nato europea amplia le capacità militari

Dietro l’aumento delle importazioni europee c’è una revisione profonda delle politiche di difesa. Per oltre due decenni molti paesi del continente avevano ridotto i bilanci e la spesa militare, confidando nella stabilità geopolitica e nella garanzia di sicurezza offerta dagli Stati Uniti attraverso la Nato. L’invasione dell’Ucraina ha modificato questa impostazione, riportando al centro il tema della deterrenza convenzionale.

I numeri forniti dal Sipri indicano una crescita consistente anche all’interno dell’Alleanza atlantica. I 29 membri europei della Nato hanno aumentato complessivamente le importazioni di armamenti del 143% tra i due quinquenni analizzati. Oltre la metà delle forniture – il 58% – proviene dagli Stati Uniti, mentre altri fornitori significativi includono Corea del Sud, Israele e Francia.

Tra i principali importatori europei emergono Polonia e Regno Unito, oltre naturalmente all’Ucraina. Varsavia ha avviato uno dei più ampi programmi di modernizzazione militare del continente, acquistando sistemi statunitensi e sudcoreani e investendo nella costruzione di una forza terrestre di grandi dimensioni. Londra, pur con un apparato industriale nazionale consolidato, ha incrementato gli acquisti di piattaforme avanzate per rafforzare le capacità aeronautiche e navali.

La dinamica riflette anche le incertezze legate al futuro dell’impegno statunitense nella difesa europea. La prospettiva di un possibile ridimensionamento del ruolo americano ha spinto diversi governi a rafforzare le proprie capacità militari e a ridurre la dipendenza da forniture esterne. Secondo Katarina Djokic, ricercatrice del Sipri, “nonostante l’aumento della produzione interna e i nuovi programmi di investimento dell’Unione europea, gli Stati europei hanno continuato a importare armi statunitensi, soprattutto aerei da combattimento e sistemi di difesa aerea a lungo raggio”.

L’impatto sul sistema produttivo europeo

Il riarmo europeo non riguarda soltanto la sicurezza. L’aumento della domanda di sistemi militari sta modificando l’organizzazione industriale del continente e aprendo nuovi spazi economici per il settore della difesa. Negli ultimi tre anni numerosi gruppi industriali europei hanno annunciato piani di espansione della produzione, nuovi stabilimenti e programmi di assunzione per far fronte all’incremento degli ordini.

La crescita riguarda in particolare i segmenti tecnologicamente più avanzati: elettronica militare, sistemi radar, cyberdifesa, intelligenza artificiale applicata alle operazioni militari e produzione di munizioni ad alta precisione. Molti governi stanno sostenendo questi sviluppi attraverso programmi di investimento e incentivi industriali, con l’obiettivo di rafforzare l’autonomia strategica europea e ridurre la dipendenza da fornitori esterni.

L’impatto si estende anche al mercato del lavoro. La domanda di ingegneri aerospaziali, specialisti di software militare, esperti di materiali avanzati e tecnici di produzione è in forte aumento. Università e centri di ricerca stanno ampliando i programmi di formazione legati alla sicurezza e alle tecnologie dual-use, mentre numerose aziende stanno collaborando con istituti accademici per sviluppare competenze specialistiche. In diversi paesi europei il settore della difesa è tornato a essere uno dei principali motori della ricerca applicata e dell’innovazione industriale.

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