Nel 2025 la Nato ha cambiato passo e ha deciso di misurarsi con una realtà più dura senza abbassare il livello delle ambizioni. Il rapporto annuale presentato a Bruxelles dal Segretario Generale Mark Rutte fissa questa linea con pochi punti molto concreti: più spesa per la difesa, più produzione industriale, più presenza militare sul fianco orientale, più sostegno all’Ucraina.
Il dato politico più visibile è quello che Rutte ha rimarcato anche in conferenza stampa: tutti gli Alleati hanno raggiunto almeno il 2% del Pil in spesa per la difesa, mentre il nuovo obiettivo fissato al vertice dell’Aia porta il riferimento al 5% entro il 2035. Nello stesso passaggio, il segretario generale ha ricordato l’aumento del 20% registrato nel 2025 da Europa e Canada e ha riconosciuto il nodo che pesa da anni nei rapporti transatlantici: «Per troppo tempo gli Alleati europei e il Canada si sono appoggiati in modo eccessivo alla forza militare americana. Non ci siamo assunti sufficienti responsabilità per la nostra sicurezza».
La spesa cambia scala e il 2% diventa il punto di partenza
Il vertice dell’Aia del giugno 2025 è il centro politico del rapporto. È lì che la Nato ha fissato il nuovo obiettivo: 5% del Pil entro il 2035, con almeno il 3,5% destinato alla difesa in senso stretto e fino all’1,5% a investimenti collegati, come resilienza, infrastrutture critiche, difesa delle reti, innovazione e industria. Gli Alleati dovranno presentare piani annuali credibili, e nel 2029 ci sarà una revisione del percorso.
Il primo risultato che la Nato mette in evidenza è che nel 2025 tutti gli Alleati hanno raggiunto almeno il 2% del Pil in spesa per la difesa, cioè l’obiettivo fissato nel 2014. Il rapporto aggiunge che tre Paesi hanno già toccato il nuovo livello del 3,5% per la difesa core (Polonia, Lituania e Lettonia, ndr). Sul piano aggregato, gli Alleati europei e il Canada hanno speso 574 miliardi di dollari, pari al 2,33% del loro Pil combinato, con un aumento reale del 20% rispetto al 2024. La spesa complessiva dell’Alleanza per i requisiti core della difesa viene stimata oltre 1,4 trilioni di dollari. La stessa Nato precisa che i numeri del 2025 sono stime elaborate con dati raccolti fino al 16 marzo 2026.
Dentro questi numeri c’è una questione che riguarda il rapporto tra Europa e Stati Uniti. Il documento ricorda che Washington rappresenta il 52% del Pil combinato degli Alleati e il 60% della spesa nominale totale per la difesa. La centralità americana non cambia. Cambia il tono con cui Bruxelles parla agli europei. Il rapporto insiste sul fatto che dal 2014 al 2025 Europa e Canada hanno più che raddoppiato la loro spesa annuale in termini reali, con un aumento del 106% e oltre un trilione di dollari aggiuntivi nell’arco di undici anni. Il rapporto non parla di un equilibrio transatlantico capovolto; segnala, però, che la sotto-spesa europea non può più essere assorbita senza conseguenze politiche e militari.
La parte più interessante è il modo in cui la Nato allarga il significato stesso della spesa. La quota fino all’1,5% non riguarda solo voci accessorie. Serve, scrive il rapporto, a proteggere infrastrutture critiche, difendere reti, assicurare preparazione civile e resilienza, innovare e rafforzare la base industriale della difesa. In altre parole, la Nato considera ormai la tenuta di porti, reti energetiche, cavi sottomarini, telecomunicazioni e apparati civili come parte del problema militare. È una conseguenza diretta della guerra in Ucraina e delle azioni ibride che hanno colpito l’Europa negli ultimi anni.
Dal Baltico al fianco orientale, la Nato rende più fitta la sua presenza
La parte operativa del rapporto gira attorno a due iniziative: Baltic Sentry ed Eastern Sentry. La prima viene lanciata a gennaio 2025 dopo una serie di incidenti che hanno riguardato infrastrutture sottomarine nel Baltico. La seconda parte a settembre, dopo violazioni ripetute dello spazio aereo da parte di droni russi lungo il fianco orientale. Nel documento entrambe vengono presentate come attività di vigilanza rafforzata, ma il loro significato è più ampio: la Nato sta adattando la propria postura a minacce che spesso non si presentano come attacchi frontali, ma come sabotaggi, sconfinamenti, pressioni ibride e azioni contro reti critiche.
Baltic Sentry nasce per monitorare e proteggere il Baltico da possibili azioni ostili contro cavi energetici e di comunicazione e contro altre infrastrutture marittime sensibili. Il rapporto sottolinea la rapidità della risposta: navi, sottomarini, pattugliatori marittimi e sistemi senza equipaggio sono stati schierati nel giro di poche settimane. L’operazione viene presentata anche come un caso riuscito di uso di strumenti militari contro minacce ibride. La Nato scrive infatti che, dopo il lancio della missione, si è registrata una riduzione considerevole dei danni alle infrastrutture critiche sottomarine nel Baltico.
Su questo fronte il rapporto insiste anche sulle nuove tecnologie. Task Force X Baltic serve ad accelerare acquisizione, test e integrazione di sistemi marittimi senza equipaggio. Mainsail, invece, è il prototipo sviluppato nel 2025 per offrire una visione continua dell’ambiente marittimo dal fondale fino allo spazio, grazie a immagini satellitari, sonar e sensori subacquei. La Nato lo presenta come uno strumento utile per individuare minacce, seguire movimenti sospetti e reagire più in fretta. Nello stesso capitolo si ricorda che, a luglio 2025, la nave da ricerca Alliance ha rilevato con successo la firma acustica subacquea dell’ancora di una nave che colpiva il fondale. È un dettaglio tecnico, ma spiega bene quanto il controllo del sottosuolo marino sia entrato nel lessico operativo dell’Alleanza.
Eastern Sentry completa questo quadro sul lato aereo e terrestre. La Nato la descrive come un’attività multidominio che rafforza vigilanza e prontezza sul fianco orientale con assetti aerei, terrestri e navali, integrando anche strumenti innovativi contro i droni. Il collegamento con la nuova policy Nato sulla difesa aerea e missilistica integrata è diretto. Il documento ricorda che nel 2025 l’Alleanza ha aggiornato questa policy per affrontare minacce provenienti da tutte le direzioni, a tutte le velocità e quote, dal suolo allo spazio. Qui si vede l’effetto della guerra in Ucraina: droni, missili da crociera, missili balistici e attacchi di saturazione hanno reso molto più urgente il rafforzamento della difesa aerea.
Le due nuove missioni si inseriscono in una presenza già molto ampia sul fianco orientale. Il rapporto elenca le Forward Land Forces in otto Paesi dell’Est, le missioni di air policing rotazionale, i pattugliamenti Awacs, la presenza navale permanente e le attività di sorveglianza nel Baltico e nel Mar Nero. A questo si aggiunge Steadfast Dart 25, il primo grande dispiegamento dell’Allied Reaction Force: 10.000 militari e 1.500 veicoli tra aria, terra, mare, cyber e spazio. Il rafforzamento della deterrenza passa, nel 2025, da forze già schierate, esercitazioni su larga scala e tempi di reazione più rapidi.
La partita decisiva passa dalle fabbriche e dalle scorte
La produzione è uno dei nodi principali del rapporto. La Nato sottolinea che spendere di più non basta se quel denaro non diventa capacità reali, linee industriali, munizioni e sistemi pronti all’uso. È il punto che ritorna anche nella prefazione di Rutte: «La spesa e la produzione per la difesa alleata devono aumentare rapidamente». La guerra in Ucraina ha riportato al centro un problema che in Europa era rimasto a lungo sullo sfondo: le scorte si consumano in fretta, la difesa aerea ha bisogno di intercettori, l’artiglieria richiede volumi continui, e la logistica è una capacità operativa, non una funzione secondaria.
I nuovi Capability Targets approvati nel 2025 servono a questo. La Nato parla di un aumento di cinque volte delle capacità di difesa aerea e missilistica, di migliaia di mezzi corazzati e carri in più, di milioni di colpi d’artiglieria aggiuntivi e del raddoppio delle capacità per logistica, trasporto, rifornimento e supporto medico. Sono numeri che traducono i nuovi piani di difesa in capacità concrete: massa, scorte e capacità di sostenere nel tempo uno sforzo militare prolungato.
Per coordinare meglio la domanda degli Alleati, il rapporto richiama il Repead, il processo con cui la Nato cerca di aggregare i fabbisogni nazionali e trasformarli in un segnale chiaro per l’industria. Nel 2025 il secondo ciclo si è concentrato su munizioni per la battaglia aerea, missili, bombe, droni, sistemi di deep precision strike, difesa aerea, anti-drone e sorveglianza aerea. La cifra indicata dal documento arriva fino a 145 miliardi di dollari di requisiti multinazionali. L’obiettivo è evitare che ogni Paese si muova per conto proprio e offrire ai produttori un quadro più ampio e stabile della domanda.
Lo stesso vale per le supply chain. Il rapporto insiste sulla necessità di rafforzare la base industriale della difesa e di mettere in sicurezza le filiere delle materie prime critiche. Dodici Alleati hanno concordato di cooperare sullo stoccaggio di materiali decisivi per il settore. È un punto meno visibile della discussione sui bilanci, ma molto concreto. Senza materie prime, componenti e linee produttive affidabili, l’aumento della spesa rischia di restare un dato contabile. La Nato lo tratta ormai come un tema di sicurezza piena, non come una questione soltanto economica.
C’è poi il capitolo innovazione. Nel 2025 i ministri della Difesa hanno approvato il Rapid Adoption Action Plan per accelerare l’introduzione di nuove tecnologie nelle forze armate. Il rapporto collega questa spinta al lavoro di Diana, l’acceleratore Nato per l’innovazione dual use, che ha lanciato dieci nuove sfide in settori come energia, resilienza umana, biotecnologie, spazio, infrastrutture critiche e logistica. Per la Nato conta la rapidità con cui si passa dal prototipo all’uso operativo. In Ucraina, anche su questo terreno, il tempo pesa quasi quanto il denaro.
Dall’Ucraina alla resilienza
Nel rapporto annuale l’Ucraina non è un capitolo separato. È uno degli assi intorno a cui la Nato organizza investimenti, produzione e postura militare. Il documento ribadisce che il sostegno a Kiev serve a permetterle di difendersi oggi, a metterla in una posizione di forza rispetto a una pace giusta e duratura e a scoraggiare future aggressioni russe. Sul piano politico, il passaggio più importante è l’inclusione nel calcolo della spesa per la difesa dei contributi diretti all’Ucraina e alla sua industria militare. In questo modo il supporto a Kiev entra stabilmente dentro il quadro degli obblighi alleati.
Lo strumento più nuovo è il Purl, il meccanismo lanciato nell’estate 2025 per convogliare in Ucraina equipaggiamenti militari statunitensi finanziati da Alleati e partner. Il rapporto spiega che si tratta soprattutto di difesa aerea, intercettori Patriot, munizioni per Himars e artiglieria a lungo raggio. A fine 2025 più di due terzi degli Alleati avevano già contribuito. La divisione del lavoro vede gli Stati Uniti fornire alcune capacità decisive, mentre europei e altri partner finanziano e la Nato coordina.
Accanto al Purl continua il lavoro di Nsatu, il comando con base a Wiesbaden che coordina assistenza militare, addestramento e supporto logistico. A febbraio 2025 è partito anche il Jatec in Polonia, il primo centro congiunto Nato-Ucraina dedicato all’analisi e alla condivisione delle lezioni della guerra. È un passaggio importante perché mostra che Kiev non è solo destinataria di aiuto. Per l’Alleanza è anche una fonte diretta di esperienza su tattiche, tecnologia, impiego dei droni, difesa aerea e adattamento sul campo.
L’altra grande parola del rapporto è resilienza. La Nato la definisce la prima linea della difesa dell’Alleanza. Vuol dire una cosa precisa: la sicurezza non dipende solo da brigate, caccia e sistemi missilistici, ma anche da energia, trasporti, sanità, telecomunicazioni, approvvigionamento idrico e alimentare, protezione civile. Il documento elenca cyber attacchi, interferenze politiche, sabotaggi a cavi e pipeline, jamming e disturbi alla navigazione satellitare tra le minacce osservate nel 2025. La risposta passa per più cooperazione tra governi, settore privato e apparati militari, e per una maggiore protezione delle infrastrutture critiche.
L’energia occupa un posto specifico in questo quadro. Il rapporto osserva che la guerra russa contro l’Ucraina ha mostrato come il settore energetico sarebbe uno dei primi bersagli in caso di attacco contro la Nato. Nel 2025 il Consiglio Atlantico ha dedicato due discussioni alla sicurezza energetica con la partecipazione di International Energy Agency, Commissione europea e Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti. A settembre l’esercitazione Nordic Pine ha testato la resilienza del settore contro azioni ibride. La sicurezza energetica non è più un tema laterale alla difesa, ma una sua componente diretta.
