L’Italia non ha approvato il testo Ue sulla dichiarazione LGBTQ+, e gli altri Paesi europei?

Per l’esecutivo italiano la dichiarazione LGBTQ+ dell'Ue è “troppo sbilanciata sull’identità di genere”
1 mese fa
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Coppia si dà la mano con sfondo bandiera LGBTQ+
Diritti LGBTQ+

“Non abbiamo firmato e non firmeremo nulla che riguardi la negazione dell’identità maschile e femminile, che tante ingiustizie ha già prodotto nel mondo in particolare ai danni delle donne”, la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella commenta così la mancata sottoscrizione della dichiarazione Ue sui diritti LGBTQ+ da parte dell’Italia.

Il documento, presentato dalla presidenza di turno belga, è stata presentata il 17 maggio in occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia. Nel corso della riunione la Segretaria di Stato per l’eguaglianza di genere, Marie-Colline Leroy, ha sottolineato che “la presidenza belga del Consiglio dell’Ue ha deciso di porre la questione dei diritti delle persone Lgbtiq al centro dell’agenda europea, riunendo a Bruxelles i ministri degli Stati membri dell’Ue responsabili dell’uguaglianza, il Commissario europeo per l’uguaglianza e la società civile”.
Un impegno, però, non condiviso da un Paese Ue su tre.

Tra i nove Paesi che non hanno sottoscritto la dichiarazione Ue sui diritti LGBTQ+ c’è l’Italia, ma dal governo ricordano che, il 7 maggio, il Paese aveva aderito alla dichiarazione contro l’omofobia, transfobia, bifobia del Servizio di Azione Esterna Ue e dei 27.
Alla base della diversa decisione, il fatto che quella dichiarazione fosse “relativa alla non discriminazione rispetto all’orientamento sessuale” senza perpetrare la teoria gender, fanno sapere dall’esecutivo. Nelle parole della ministra Roccella, la diversa posizione dell’Italia sui due documenti Ue: “L’Italia – dice la ministra – è in prima linea contro ogni discriminazione mentre la sinistra usa la lotta contro le discriminazioni legate all’orientamento sessuale per nascondere il suo vero obiettivo, il gender”.

Un concetto ribadito in un’intervista al Messaggero, dove la ministra per la Famiglia ha scelto parole che infiammano il dibattito sulla cosiddetta teoria gender: per Roccella “La libertà di essere chi si vuole è una forzatura ideologica”.

“Ricalca la legge Zan”

La mancata sottoscrizione della Dichiarazione Ue sui diritti LGBTQ+ da parte dell’Italia sta tenendo banco, ma per la ministra Roccella il criterio “è ovvio”: la dichiarazione “era in realtà sbilanciata sull’identità di genere, quindi (riprendeva, ndr.) fondamentalmente il contenuto della legge Zan”, su cui il Paese ha vissuto un acceso dibattito politico e parlamentare che ha poi portato alla non approvazione del ddl anti discriminazione proposto dal parlamentare Pd, Alessandro Zan.

La ministra Roccella ha espresso la posizione per cui “si è maschi o femmine e non è oscurantismo”, sottolineando che il governo italiano è a favore della libertà ma conserva il principio di genitorialità che, secondo il governo, sarebbe messo in crisi dalla teoria gender.

La mancata adesione dell’Italia alla dichiarazione ha suscitato critiche sia a livello nazionale che internazionale, con molti che vedono questa scelta come un passo indietro per i diritti umani e civili nel Paese. La situazione dei diritti LGBTQ+ in Italia rimane quindi un tema di dibattito acceso, con la comunità internazionale e soprattutto europea che osserva attentamente gli sviluppi futuri.

Cosa prevede la Dichiarazione Ue per i diritti LGBTQ+

La dichiarazione mira a rafforzare l’impegno degli Stati membri verso l’uguaglianza e il rispetto dei diritti umani per le persone LGBTQ+. Gli Stati firmatari “si impegnano in particolare ad attuare strategie nazionali per le persone Lgbtiq+ e a sostenere la nomina di un nuovo commissario per l’uguaglianza” quando sarà formata la prossima Commissione. Si chiede inoltre alla Commissione di “perseguire e attuare una nuova strategia per migliorare i diritti delle persone Lgbtiq+ durante la prossima legislatura, stanziando risorse sufficienti e collaborando con la società civile”.

Una sorta di promemoria, a meno di tre settimane dalle elezioni europee da cui dipenderà, in seguito, la nomina del nuovo presidente dell’esecutivo Ue.

Quali Paesi non hanno approvato il testo

Altri otto Paesi fanno compagnia all’Italia nella mancata adozione del testo Ue per i diritti LGBTQ+: Ungheria, Romania, Bulgaria, Croazia, Lituania, Lettonia, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Nove Paesi Ue (quindi uno su tre) non hanno approvato la dichiarazione, mentre gli altri diciotto hanno sottoscritto il testo e Paesi come Germania, Islanda, Estonia, Liechtenstein e Grecia hanno fatto progressi significativi, introducendo a livello nazionale leggi contro i crimini d’odio basati sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, e migliorando le protezioni legali per le persone LGBTQ+.

Nel frattempo, l’opposizione esprime dissenso per la mancata firma dell’esecutivo italiano: “Che rabbia e che vergogna questo governo che decide di non firmare una dichiarazione per le politiche europee a favore delle persone Lgbtq+. Non è accettabile”, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein aggiungendo: “Questo governo, che pure l’anno scorso aveva firmato, quest’anno non lo ha fatto per fare campagna sulla pelle delle persone discriminate”.

Cosa è la “teoria gender”

Anche Papa Francesco si è più volte, e con forza, schierato contro la cosiddetta “teoria gender”, che ha definito “Il pericolo più brutto” per i giorni nostri. Il capo del Vaticano ha anche commissionato degli studi a riguardo.

“Teoria gender” è un termine che viene utilizzato principalmente in ambienti conservatori e cattolici per riferirsi in modo critico agli studi di genere. Questa espressione non descrive una teoria scientifica unificata, ma è piuttosto un neologismo coniato negli anni ‘90 per criticare le ricerche che esplorano il genere come costrutto sociale e culturale, indipendente dal sesso biologico.

Chi utilizza il termine “teoria gender” sostiene spesso che gli studi di genere promuovano l’idea che le differenze tra i sessi siano esclusivamente sociali e che quindi ogni individuo possa scegliere liberamente il proprio genere. In realtà, gli studi di genere riconoscono l’esistenza del sesso biologico, ma esaminano come l’identità di genere e i ruoli di genere siano influenzati da fattori culturali, sociali e psicologici.

Sempre più al centro del dibattitto sociale e politico, gli studi di genere, o gender studies, sono un campo interdisciplinare che si occupa di analizzare come il genere influenzi le esperienze individuali e collettive, e come le norme di genere possano essere fonte di disuguaglianza e discriminazione.

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