Europa e lobbying, Nino (Utopia): “Dopo il voto, più spazio a Difesa e Made in Europe”

Lobby, storia di una professione in profondo mutamento: tra trasparenza e interessi privati e pubblici
1 mese fa
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Carmine Nino, Head of EU Public Affairs - Utopia
Carmine Nino, Head of EU Public Affairs - Utopia

“I lobbisti sono in molti casi tecnici esperti, capaci di spiegare argomenti complessi e difficili in maniera chiara e comprensibile. Per questo motivo hanno assunto un ruolo importante nel processo legislativo”. Lo diceva negli anni Cinquanta John F. Kennedy al New York Times. Da allora è cambiato il mondo, ma in che modo? Lo abbiamo chiesto a Carmine Nino, Head of EU Public Affairs dell’Ufficio di Bruxelles della società Utopia per la quale segue clienti internazionali nei rapporti con le Istituzioni dell’Unione Europea ed elabora strategie di lobbying e advocacy internazionali.

Carmine, chi è e cosa fa un lobbista oggi e come è cambiata la professione rispetto al passato?

“La citazione mi pare continuasse così ‘Un lobbista ci mette tre minuti a spiegarmi un problema che i miei consulenti mi spiegherebbero in tre settimane’. Rispetto a questa massima che caratterizza ancora oggi questo lavoro, il mondo delle lobby è cambiato negli ultimi anni in funzione del fatto che sono cambiati gli interessi, perché sta cambiando il mondo. La velocità delle informazioni è cambiata. Non abbiamo più tre minuti, ma oggi è richiesto di spiegare un minuto e mezzo entro il quale si cerca di segnalare in maniera chiara e precisa le volontà dei privati al decisore pubblico in modo da provare a coniugare i due interessi. Tutti i giorni il lobbista che si confronta con le istituzioni che parlano una lingua che è quella delle leggi, deve riuscire a tradurre in messaggi chiari la lingua del business per provare ad ottenere un giusto bilanciamento nel raggiungimento di risultati economici e sociali. Non sono solo le aziende a fare lobbying, ma la fanno anche associazioni di categoria e le Ong perché tutti abbiamo bisogno di essere ascoltati dalla politica, quelle decisioni influenzano sulle scelte del futuro di tutti. Uno degli obiettivi del consulente è quello di mitigare norme e leggi che potrebbero impattare negativamente il business e a cascata, far perdere posti di lavoro”.

Quando hai capito che volevi fare il lobbista e quale percorso (di studi o professionale) bisogna svolgere per fare questo lavoro? Quali le soft skills?

“Fino a dieci anni fa, la figura del lobbista era vista in modo errato, cioè come quella di un “ex politico” che rappresentava gli interessi dei privati perché conosceva i meccanismi in quanto già dentro questo mondo. Oggi la figura del lobbista è professionalizzata. In Europa ci sono diversi corsi di formazione e di laurea e che prevedono l’apprendimento delle regole e del funzionamento delle istituzioni, dell’economia e corsi specifici su settori di riferimento per capire in che modo sarà influenzato dalla legislazione. È una professione in grande sviluppo. Serve naturale propensione nel sapersi interfacciare con le persone che spesso ricoprono anche ruoli apicali, è importante anche la continua voglia di apprendere. Per provare a cambiare le leggi bisogna comprendere dal punto di vista tecnico cosa sta accadendo e in che direzione si sta andando”.

Come ci si rivolge agli organi di governo Ue quando gli interessi dei privati rischiano di essere in contrasto con gli obiettivi comunitari o ne rallentano il conseguimento?

“A livello europeo, il consulente di lobby lavora in un perimetro ben determinato che è quello delle regole definite dal Registro di Trasparenza e dai codici di condotta delle istituzioni. Il perfetto equilibrio tra interesse privato e pubblico è spiegare il punto di vista del portatore di interessi, argomentando con documentazione scientifica e analisi oggettive. Ogni tentativo di interferenza extra-attività riconosciuta a livello istituzionale, è un abuso di responsabilità del consulente. Un esempio è il Qatar Gate: attività illecite sono state identificate come lobbying, ma quelle attività non sono lobbying. Noi abbiamo un obbligo di trasparenza nei confronti delle istituzioni e quindi dei cittadini. Quando si interviene su una normativa si fa presente l’interesse privato, ma laddove le istituzioni non ne tengano conto, non si rallenta in nessun modo il processo legislativo. Noi mettiamo in contatto i due mondi, pubblico e privato, e li facciamo parlare per un mutuo beneficio dell’attività che ne consegue”.

Che percezioni pensi ci sia in Italia di questo lavoro? È tutelato da leggi e norme? E come è invece visto all’estero?

“Dopo il Covid c’è stata una presa di coscienza rispetto all’importanza del consulente di Public Affairs. Uno dei problemi in Italia è che non c’è una legge sulla rappresentanza di interesse. Ci sono stati dei tentativi, ma sarebbe ora che il Governo e le forze di maggioranza con quelle di opposizione facciano un discorso serio per legiferare sul tema. È uno dei casi in cui sarebbe semplice copiare il framework di regole europee, regole chiare e semplici per aziende, privati e Ong. Siamo molto indietro rispetto gli USA, ad esempio, e la differenza sta in questo: lì negli anni ’50 si parlava di lobbying senza problemi, oggi, in Italia sembra che abbiamo fatto dei passi indietro.
A livello europeo il lobbista è visto come un valore aggiunto. Aiuta a capire determinati aspetti che non vengono approfonditi in prima battuta. In Italia si fa fatica per un contesto normativo opaco all’interno del quale si insinuano alcune storture che penalizzano il settore”.

Cosa ci dobbiamo aspettare con le elezioni europee e come cambierà il lobbying in base ai risultati?

“Vaccini e green pass in Ue hanno tutelato i cittadini in Europa. Anche la guerra in Ucraina e in Israele ci dimostrano ancora una volta che abbiamo bisogno di più Europa. La stampa italiana sta dando centralità all’appuntamento di giugno. Il 2024 è un anno elettorale importante perché si vota anche in America. Dal punto di vista delle maggioranze e del funzionamento delle istituzioni non ci aspettiamo grandi stravolgimenti. Sicuramente l’ascesa dei partiti di Identità e democrazia e dei Conservatori a destra segneranno una legislatura più attenta a valutare gli effetti sull’economia reale del Green Deal, più incentrata sulla Difesa e su un Made in Europe, cioè una creazione di un ambiente favorevole allo sviluppo e alla crescita di imprese europee, sarà questo il possibile segno distintivo, con un occhio ai rapporti con l’Est e con l’Ovest perché non sappiamo quanto le elezioni americane influenzeranno l’esito del conflitto e quindi l’equilibrio geopolitico europeo”.