Il Belgio isola l’Ungheria e invoca l’Art.7 del Trattato di Lisbona

Sospendere il diritto di voto per i continui ostacoli ai sostegni ucraini: le parole della ministra belga contro Victor Orbán
3 settimane fa
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Vitor Orban Fg Ipa

Il Belgio esorta l’Unione europea a rivolgere contro l’Ungheria il diritto di veto. Un bavaglio, in sostanza, che garantirebbe il prosieguo dei lavori del Consiglio dell’Ue, spesso ostacolato dal primo ministro ungherese Victor Orbán sulle questioni legate al conflitto russo ucraino e non solo.

Il prossimo mese, l’Ungheria prenderà il posto del Belgio alla presidenza del Consiglio dell’Ue. La ministra degli Esteri belga Hadja Lahbib, in un’intervista a Politico, ha ammesso che “Abbiamo un’Europa che sta facendo progressi difficili, con sfortunatamente alcuni stati, uno in particolare, che adottano sempre più un atteggiamento transazionale, di blocco e di veto”.

Per questo motivo, la ministra sostiene la procedura di censura dell’articolo 7 dell’Ue contro Budapest “una mossa estrema che può comportare la sospensione del diritto di voto di un paese”, spiega il quotidiano. Vediamo cosa sta accadendo e in cosa consiste l’art. 7 del Trattato di Lisbona.

Ungheria, la “pecora nera” europea

Il Parlamento europeo ha avviato la prima fase prevista dall’art.7 nei confronti dell’Ungheria già nel 2018. Il processo da quel momento è ancora in fase di stallo. Il passo successivo sarebbe quello di imporre il diritto di veto al Paese e sospenderne il voto sulle decisioni dell’Ue. Ciò che chiede il Belgio è proprio che questa procedura si realizzi nei confronti del Paese di Victor Orbán. Lo stesso Paese, però, che nel mese di luglio dovrebbe assumere la presidenza del Consiglio dell’Unione europea per i successivi sei mesi. Questa carica consentirebbe al primo ministro ungherese di ottenere poteri decisionali rilevanti, dagli aiuti militari all’Ucraina, sino alle sanzioni contro la Russia.

“Questo è il momento della verità – ha detto Lahbib -. O ci assumiamo le nostre responsabilità, il che richiede coraggio politico e forza di volontà. Oppure mettiamo in atto meccanismi che non funzionano. E quindi dobbiamo scegliere. Se andiamo fino in fondo con questo meccanismo, deve funzionare. Se non funziona, dobbiamo riformarlo. Questo è il futuro dell’Unione Europea”.

In vista delle elezioni europee che si terranno nei prossimi giorni in tutti gli Stati membri, alcuni Paesi hanno anche suggerito di dare all’Ungheria un portafoglio debole nella prossima Commissione europea, nonostante il desiderio di Budapest di mantenere il prestigioso incarico legato all’allargamento.

Secondo la ministra belga l’Ungheria dovrebbe rispettare il prossimo incarico affinché si ricordi “che essere membro dell’Unione europea significa rispettare i valori, avere diritti, avere accesso ai fondi, far parte del mercato unico, rispettare i valori della libertà, della libertà di espressione e dell’indipendenza della magistratura. Ecco perché l’Ungheria è ora soggetta alla procedura dell’articolo 7 ed è sempre più isolata”.

Un portavoce della Rappresentanza permanente dell’Ungheria presso l’Ue ha dichiarato: “La principale preoccupazione dell’Ungheria ora è quella di tenere l’Ue fuori dalla guerra perché se ciò non accadesse, allora l’Articolo 7 sarà l’ultimo dei nostri problemi”. Ma cos’è l’art.7 del Trattato di Lisbona e in cosa consiste?

Art. 7 del Trattato di Lisbona

Il Trattato di Lisbona, meglio noto come Trattato dell’Ue, prevede una clausola di sospensione di voto ad un Paese, contenuta nell’Art. 7 che recita così:

“L’articolo 7 del trattato sull’Unione europea prevede la possibilità di sospendere i diritti di adesione all’Unione europea (come il diritto di voto in seno al Consiglio dell’Ue) qualora un paese violi gravemente e persistentemente i principi su cui si fonda l’Ue, come definito nell’articolo 2 del trattato sull’Ue (il rispetto della dignità umana, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, lo Stato di diritto e il rispetto dei diritti fondamentali, ivi compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze). Restano per contro impregiudicati gli obblighi che incombono al paese stesso”.

Affinché ciò si verifichi, deve pervenire una proposta di un terzo degli Stati membri dell’Unione o del Parlamento europeo o della Commissione europea, al Consiglio, deliberando a maggioranza dei quattro quinti dei suoi membri “previo parere conforme del Parlamento, può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave dei principi fondamentali da parte di uno Stato membro e rivolgergli le appropriate raccomandazioni. Il paese in questione non partecipa alla votazione, non figura nel calcolo del terzo dei paesi necessario per la proposta o dei quattro quinti necessari per la maggioranza. L’approvazione del Parlamento richiede una maggioranza di due terzi”.

L’Ungheria, al momento, è l’unico Paese membro soggetto a questa clausola, peraltro nella sua prima fase di procedura. Ma non era l’unico fino a pochi giorni fa. Infatti, mercoledì la Commissione europea ha annunciato di aver ufficialmente ritirato la procedura dell’articolo 7 nei confronti della Polonia, dopo aver concluso che il Paese non violava più lo Stato di diritto. Inoltre, ha aggiunto che le autorità polacche hanno compiuto “passi importanti” per ripristinare lo Stato di diritto, che la Commissione “continua a monitorare e sostenere”. La Commissione, nel caso della Polonia, aveva aperto il caso nel 2017, scoprendo che il precedente governo conservatore del PiS (ECR) aveva violato i principi dello Stato di diritto approvando leggi che minavano l’indipendenza della magistratura.