Il ritardo Ue sull’innovazione non è (solo) colpa della regulation: le 4 cause secondo Anu Bradford

Frammentazione, rigidità e incapacità di attrarre i talenti: l’autrice di Brussels Effect analizza le cause profonde del gap Ue-Usa
1 mese fa
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Puzzle bandiera Usa e bandiera Ue
Puzzle bandiera Usa e bandiera Ue

Il ritardo dell’Ue nel suo processo di innovazione non è causato solo dalla iper regolamentazione, come viene troppo semplicisticamente sostenuto. Questo è il fulcro del paper The False Choice Between Digital Regulation and Innovation pubblicato da Anu Bradford, l’autrice di Brussels Effect.

Bradford spiega che tanti elementi troppo spesso sottaciuti nella narrazione rallentano il progresso dell’Ue. L’eccessiva regolamentazione deve essere comunque un vero spauracchio anche oltre Oceano dal momento che anche i legislatori statunitensi hanno tradizionalmente abbracciato questa prospettiva, continuando a regolare poco l’industria tecnologica.

La regolamentazione europea

A differenza degli americani, i politici europei hanno scelto la strada di regolamentare la materia digitale. Secondo i critici, anche troppo.

Con la crescita del digitale, l’Ue ha approvato misure su privacy dei dati, antitrust, moderazione dei contenuti e altre regolamentazioni digitali progettate per plasmare l’evoluzione dell’economia tecnologica verso i valori europei legati ai diritti digitali e alla equità. Ultimo in ordine cronologico l’Ai Act. Separando la regolamentazione tecnologica dal suo presunto effetto avverso sull’innovazione, Anu Bradford individua altre cause alla base del ritardo Ue.

Il divario tecnologico dell’Ue rispetto a Stati Uniti e Cina ha, tuttavia, radici più profonde della lassità delle leggi americane e della regolamentazione digitale europea. Quattro le altre macro cause individuate da Anu Bradford nel suo studio in relazione all’Ue:

  • l’eccessiva frammentazione del mercato unico digitale;
  • la frammentazione dei mercati finanziari;
  • la rigidità delle norme fallimentari;
  • l’incapacità di attrarre competenze.

La frammentazione del mercato unico digitale

Andando oltre l’iper-regolamentazione Ue, il primo vulnus individuato nel paper “The False Choice Between Digital Regulation and Innovation” è la frammentazione del mercato unico digitale.

Per Anu Bradford, l’Unione Europea non è riuscita a creare un ambiente unificato e coerente per le diverse aziende tecnologiche che operano in questa area chiave per lo sviluppo delle economie moderne. Una frammentazione causata da diversi fattori, tra cui la diversità linguistica e culturale all’interno dell’Unione che rende difficile per le aziende tecnologiche scalare le loro operazioni a livello continentale.

Ad esempio, i servizi di video-on-demand devono offrire contenuti diversi in diversi Stati membri, il che aumenta i costi e la complessità delle operazioni. “Anche quando le regolamentazioni sono armonizzate a livello dell’UE, l’attuazione può differire tra le ventisette giurisdizioni”, sottolinea.

Le conseguenze sulle aziende

La frammentazione del mercato unico digitale produce diversi effetti negativi per le aziende, che sono quindi disincentivate a investire in Europa rispetto agli Usa: 

  • limitazioni alla scalabilità: la frammentazione del mercato unico digitale rende difficile per le aziende tecnologiche scalare le loro operazioni a livello continentale, poiché devono adattarsi a diverse norme e regolamentazioni in diversi Paesi membri;
  • inefficienza: la frammentazione del mercato unico digitale può portare a inefficienze, poiché le aziende tecnologiche devono investire in diverse infrastrutture e sistemi per soddisfare le esigenze dei diversi mercati nazionali;
  • divario tra le aziende: la frammentazione del mercato unico digitale può creare un divario tra le aziende tecnologiche che sono in grado di scalare le loro operazioni a livello continentale e quelle che non lo sono, poiché le prime possono beneficiare di economie di scala e di una maggiore capacità di investimento;
  • limitazioni alla crescita: la frammentazione del mercato unico digitale può limitare la crescita delle aziende tecnologiche, poiché le loro operazioni sono limitate dalle diverse norme e regolamentazioni in diversi Paesi membri;
  • innovazione limitata: la frammentazione del mercato unico digitale può limitare l’innovazione, poiché le aziende tecnologiche devono investire in diverse infrastrutture e sistemi per soddisfare le esigenze dei diversi mercati nazionali, anziché concentrarsi sulla ricerca e sviluppo di nuove tecnologie;
  • barriere all’ingresso: la frammentazione del mercato unico digitale può creare barriere all’ingresso per le nuove aziende tecnologiche, poiché devono affrontare le diverse norme e regolamentazioni in diversi Paesi membri;
  • limitazioni alla concorrenza: la frammentazione del mercato unico digitale può limitare la concorrenza, poiché le aziende tecnologiche devono investire in diverse infrastrutture e sistemi per soddisfare le esigenze dei diversi mercati nazionali, anziché concentrarsi sulla concorrenza con le altre aziende.

In definitiva, la frammentazione del mercato unico digitale può ritardare l’innovazione, poiché le aziende tecnologiche devono investire in diverse infrastrutture e sistemi per soddisfare le esigenze dei diversi mercati nazionali, anziché concentrarsi sulla ricerca e sviluppo di nuove tecnologie.

Che la frammentazione sia un ostacolo è stato detto, tra le righe, anche dall’Osservatorio europeo dell’audiovisivo. L’organizzazione di servizio pubblico istituita sotto il Consiglio d’Europa ha infatti riconosciuto che, in materia di servizi VOD (Video On Demand), l’ambiente normativo europeo “fornisce un labirinto di ostacoli alla scalabilità transfrontaliera” in Europa.

La frammentazione dei mercati finanziari

Un altro importante freno alla competitività europea, per l’autrice, è l’assenza di mercati finanziari integrati che consentirebbero alle aziende europee di finanziare le loro innovazioni in Europa.

“A differenza dei loro omologhi americani, le startup in Europa hanno storicamente fatto affidamento sulle banche anziché sul finanziamento di venture capital (da ora Vc, ndr.) da parte degli investitori istituzionali”, spiega Bradford.

Una differenza rilevante perché le banche sono più avverse al rischio rispetto agli investitori di Vc e questo finisce per mettere in discussione la loro idoneità a investire in startup ad alto rischio e alto rendimento nel settore tecnologico.
Uno studio del McKinsey Global Institute sottolinea come lo scarso sviluppo del finanziamento azionario in Europa rappresenti una sfida importante per le startup che sono alla ricerca di finanziamenti analizzando le startup europee di intelligenza artificiale.

La conclusione è laconica: il finanziamento ha un “impatto significativamente maggiore” sulla densità delle reti di startup di intelligenza artificiale rispetto alla capacità di sviluppare modelli di business innovativi e ad altri fattori.

Una realtà confermata anche dalla società di Anulisi finanziaria S&P Global che ha anche evidenziato come “la mancanza di finanziamenti per la crescita patrimoniale sia tra le principali cause della scarsità di nuovi grandi innovatori nell’UE, soprattutto nei settori digitali e tecnologici”.

Il più delle volte, il risultato è già scritto per le start up europee: quando si arriva alle fasi finali, il finanziamento totale di Vc europei rispetto al finanziamento di Vc statunitensi diminuisce di circa il 50% e il Vecchio Continente non rappresenta la prima scelta degli investitori, con un effetto domino su tutto il sistema.

Le leggi europee sul fallimento

Pur differendo di Stato in Stato, per Anu Bradford le leggi fallimentari presenti in Ue sono eccessivamente punitive per le imprese, che, anche per questo, preferiscono guardare altrove.

Non solo: persino gli imprenditori europei sono spaventati dalle “proprie” norme sul fallimento tanto che “spesso evitano il tipo di rischi necessari per ambiziosi progetti tecnologici”, scrive. Di certo, l’equilibrio tra norme non eccessivamente punitive e norme non eccessivamente permissive è delicato. In alcuni contesti, come l’Ue, il primo eccesso rallenta l’economia, in altri, l’eccesso opposto genera o ha generato il crollo di interi sistemi economici.

In un rapporto che studia i regimi di insolvenza tra i Paesi, l’Ocse spiega: “i regimi di insolvenza che non penalizzano eccessivamente il fallimento imprenditoriale possono stimolare la creazione di imprese, attirare individui più talentuosi nell’imprenditorialità e incentivare l’innovazione radicale rispetto a strategie commerciali conservative”.

Il paragone dell’Ue con altre realtà è deleterio sia sotto il profilo degli effetti patrimoniali del fallimento, che per quanto riguarda gli effetti patrimoniali. Uno studio di John Armour riportato nel paper dimostra che un regime di fallimento personale più severo ha un effetto negativo ex ante che ex post sull’imprenditorialità e, di conseguenza, attenua la domanda aggregata di finanziamenti Vc. Da un’analisi comparata Usa-dieci Stati europei emergono conseguenze generalmente più severe in Europa che finiscono per scoraggiare gli imprenditori ancora prima di intraprendere un’iniziativa economica particolarmente rischiosa.

“La legge sull’insolvenza personale è rilevante perché influisce sugli incentivi delle persone a impegnarsi nell’imprenditorialità in prima persona, influenzando anche la loro capacità di tornare sul mercato dopo un fallimento aziendale”, chiosa Anu Bradford.

Anche sotto il regime fallimentare aziendale, le norme americane risultano meno stringenti di quelle Ue perché “sono progettate per facilitare la ristrutturazione, che può salvare l’azienda fallita e consentire all’impresa di operare mentre cerca di ristrutturare i suoi debiti. Queste caratteristiche del regime statunitense incentivano l’imprenditorialità e il prendere rischi fin dall’inizio. Al contrario, la ristrutturazione di un’impresa fallita è generalmente più difficile in Europa”.

Sullo sfondo, una riflessione che non ha matrice normativa, ma culturale: ad essere diverso, in America, è proprio il concetto di fallimento. La cultura americana è ricca di esempi di persone che sono state in grado di raggiungere il successo professionale dopo clamorosi fallimenti. Il fallimento viene visto in maniera costruttiva, come step utile per arrivare al successo. “Ho provato. Ho fallito”, scrisse Samuel Beckett. “Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora, fallisci meglio”.

La carenza di competenze

L’ultima causa individuata dal paper tocca da vicino la tematica demografica, sia sotto il profilo dell’istruzione, che sotto quello dell’immigrazione: la carenza di competenze.

Nel suo puntuale confronto con gli Usa, l’autrice evidenzia come l’Ue non abbia ancora imparato ad attrarre efficacemente le risorse necessarie al sistema produttivo attraverso l’immigrazione. Basta guardare la storia dei colossi americani per capirne la portata: Steve Jobs era figlio di un immigrato siriano; Jeff Bezos di Amazon è figlio di immigrati cubani di seconda generazione; Eduardo Saverin, co-fondatore di Facebook, è brasiliano; Sergey Brin, co-fondatore di Google, è nato in Russia ed Elon Musk di Tesla è nato in Sudafrica.

E se per qualcuno, si tratta solo di eccezioni, Anu Bradofrd ci tiene a sottolineare che non è così: riportando i risultati di uno studio della National Foundation for American Policy (2018): il 55% delle aziende miliardarie americane ha fondatori immigrati.

Anche se il confronto non può essere lineare per evidenti motivi storici, uno studio ha scoperto che meno del 13% degli unicorni europei ha almeno un fondatore di origine etnica minoritaria.

In Germania, la locomotiva d’Europa, solo l’11% dei brevetti totali dal 1994 al 2018 poteva essere attribuito a inventori con background migratorio. In confronto, un altro studio ha scoperto che quasi il 30% dei principali inventori negli Stati Uniti è nato all’estero.

Competenze, ma anche differenze dal momento che “l’immigrazione porta una maggiore diversità al pool di talenti, che è ampiamente riconosciuta come un potente motore dell’innovazione”, scrive Bradford.

Secondo uno studio del 2019, solo il 25% degli immigrati in Europa è altamente istruito, rispetto al 36% degli immigrati che migrano in altri Paesi dell’Ocse. Il quadro viene definitivamente aggravato da due fattori:

  • la crisi demografica europea che diminuisce alla base il bacino di competenze;
  • la migrazione degli stessi talenti europei verso gli Usa.

L’Ue non sta a guardare, ben consapevole di questi limiti. A tal fine, la Commissione vuole creare una piattaforma che agevoli l’incontro fra domanda di talenti delle imprese europee e l’offerta disponibile nei Paesi partner e in altri Paesi.

La proposta di una piattaforma dedicata, la prima del suo genere nell’Unione, si presenta come una soluzione per rendere il reclutamento internazionale più semplice e rapido, a partire dal riconoscimento degli studi di formazione e professionali svolti dagli immigrati nei loro Paesi d’origine. Il piano dell’Ue per attrarre i talenti extracomunitari va nella direzione di ridurre il gap con Usa (e Cina), ma il messaggio di Anu Bradford è chiaro: il progresso Ue potrà godere di nuova linfa solo intervenendo su più fronti con un approccio elastico verso gli investimenti e lasciando spazio a un nuovo concetto di fallimento.

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