I numeri arretrano dove il confronto politico è più esposto. Avanzano, invece, lungo le linee di frattura del sistema internazionale, lontano dai confini dell’Unione europea. L’Atlante delle Migrazioni 2025 restituisce una fotografia che costringe a separare due piani spesso sovrapposti nel dibattito pubblico: la dinamica degli arrivi formali nell’Ue e l’espansione continua dello sfollamento forzato a livello globale. Le curve non si muovono più insieme.
Nel 2024 e nei primi mesi del 2025 l’Unione registra una contrazione delle domande di asilo per la prima volta, mentre il numero di persone costrette a lasciare la propria casa per guerre, violenze e collassi istituzionali raggiunge nuovi massimi storici. Non si tratta di una tregua migratoria, ma di uno spostamento della pressione. La riduzione degli ingressi formali coincide con una redistribuzione geografica dello sfollamento, che si concentra sempre più fuori dall’Europa, in aree dove le capacità di accoglienza sono fragili e i margini di intervento politico limitati.
Migrazione globale in aumento, accessi europei in calo
L’Atlante delle Migrazioni 2025, pubblicato dal Centro comune di ricerca della Commissione europea, aggrega dati provenienti da Eurostat, agenzie delle Nazioni Unite, Banca mondiale e Organizzazione internazionale del lavoro. Il quadro che emerge è quello di una mobilità internazionale in espansione strutturale: a metà 2024 i migranti internazionali sono stimati in 304 milioni, più del doppio rispetto all’inizio del secolo. La crescita supera quella della popolazione mondiale, segnalando un’accelerazione legata a fattori sistemici e non a crisi episodiche.
Il dato più critico riguarda lo sfollamento forzato. In poco più di un decennio il numero globale di rifugiati è quasi triplicato, passando da 15,3 milioni nel 2012 a oltre 42,5 milioni a metà 2025. A questi si aggiungono decine di milioni di sfollati interni che restano fuori dai radar mediatici europei. Circa il 18% dei rifugiati si trova oggi nell’Unione, pari a 7,7 milioni di persone, includendo i beneficiari della protezione temporanea concessa ai cittadini ucraini. Africa e Asia ospitano la quota maggiore in termini assoluti, con rispettivamente 9,2 e circa 15 milioni di rifugiati, spesso concentrati in paesi confinanti con le aree di conflitto.
Negli ultimi cinque anni, tuttavia, l’Ue registra l’aumento relativo più elevato del numero di rifugiati presenti sul proprio territorio. L’incremento del 200% non è il risultato di un afflusso generalizzato, ma l’effetto di crisi specifiche e di decisioni politiche mirate. L’Atlante evidenzia come la geografia dello sfollamento resti sbilanciata: la maggior parte delle persone in fuga non raggiunge l’Europa, ma rimane intrappolata in regioni già segnate da instabilità cronica. Questo scarto tra percezione e realtà globale costituisce uno dei nodi centrali per la definizione delle politiche europee.
Asilo e permessi di soggiorno: come cambiano i numeri nell’Ue
Nel 2024 gli Stati membri dell’Unione hanno rilasciato 3,5 milioni di nuovi permessi di soggiorno, in calo rispetto ai 3,8 milioni del 2023. È la prima flessione dopo oltre dieci anni di crescita quasi ininterrotta, interrotta solo dalla pandemia. Il dato segnala una fase di assestamento più che un’inversione strutturale. Circa il 60% dei nuovi permessi è stato rilasciato per motivi di lavoro e familiari, confermando l’orientamento verso canali regolati e funzionali alle esigenze dei mercati nazionali.
La distribuzione geografica resta concentrata. Spagna, Germania e Polonia hanno rilasciato quasi la metà dei nuovi titoli, mentre in termini relativi Malta e Cipro presentano i valori più elevati per abitante. Questi numeri riflettono modelli economici differenti e politiche di ingresso calibrate su specifici fabbisogni settoriali. Il quadro dell’asilo segue una traiettoria distinta. Nel 2024 le domande presentate per la prima volta nell’Ue sono diminuite del 13%, scendendo a circa 913.000. Nei primi otto mesi del 2025 la tendenza al ribasso prosegue, con un volume nettamente inferiore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
La riduzione delle richieste non coincide con una diminuzione dei fattori di spinta nei paesi di origine. Nel 2024 il numero dei conflitti armati supera quota 180 a livello globale. Il calo delle domande nell’Ue riflette piuttosto l’effetto combinato di controlli più stringenti alle frontiere esterne, accordi con paesi terzi e procedure accelerate. L’accesso al territorio europeo diventa più selettivo, mentre cresce la distanza tra chi riesce a entrare in un sistema di protezione formale e chi resta bloccato lungo rotte alternative o all’interno dei confini nazionali.
Dove crescono gli sfollamenti e perché l’Europa li vede meno
Secondo le Nazioni Unite, oltre 51 milioni di persone necessitavano di protezione internazionale alla fine del 2024. Le situazioni di spostamento su larga scala analizzate dall’Atlante (dal Myanmar alla Siria, dal Sudan all’Ucraina, fino al Venezuela e ai Territori palestinesi) presentano caratteristiche differenti per durata, intensità e composizione dei flussi. In molti casi la maggioranza degli sfollati rimane all’interno del proprio paese o si sposta in Stati limitrofi con capacità di accoglienza limitate.
Questa concentrazione regionale dello sfollamento riduce la visibilità della crisi nei paesi europei, ma non ne attenua le implicazioni strategiche. I sistemi di protezione dei paesi ospitanti sono spesso sottofinanziati e sottoposti a pressioni crescenti, con effetti a catena sulla stabilità politica e sulla sicurezza regionale. L’Atlante sottolinea come la comprensione delle dinamiche che innescano questi spostamenti sia essenziale per l’allarme precoce e la preparazione delle risposte. La distanza geografica e politica tra l’Ue e le principali aree di crisi contribuisce a una lettura frammentata del fenomeno, alimentando l’idea di una riduzione complessiva della pressione migratoria.
In realtà, la contrazione delle domande di asilo nell’Ue convive con un’espansione della domanda di protezione a livello globale. Questo disallineamento incide sulla capacità dell’Unione di intervenire in modo coerente. La gestione dei flussi diventa sempre più una questione di esternalizzazione, con il rischio di trasferire oneri e responsabilità verso contesti meno attrezzati. Il risultato è un sistema internazionale di protezione sottoposto a stress crescente, mentre le risposte restano frammentate.
La strategia europea quinquennale sulla migrazione
In questo contesto si inserisce la strategia quinquennale presentata dalla Commissione europea nasce con l’obiettivo esplicito di dare continuità e coerenza all’insieme di riforme avviate con il Patto su migrazione e asilo. Non si tratta di un documento programmatico generico, ma di una griglia di priorità pensata per rendere operativa, nel medio periodo, una politica che negli ultimi anni è stata dominata da interventi frammentati e reattivi.
La strategia assume come dato strutturale la persistenza di flussi migratori e di sfollamento forzato a livello globale. Da qui la scelta di lavorare su un orizzonte quinquennale, allineato al ciclo istituzionale europeo, per stabilizzare strumenti, risorse e meccanismi decisionali. Il Patto diventa il fondamento giuridico, mentre la strategia ne definisce l’attuazione progressiva, indicando ambiti di intervento, priorità politiche e sequenze operative. L’intento è ridurre le asimmetrie tra Stati membri e rafforzare la capacità dell’Unione di agire come attore unitario, sia sul piano interno sia su quello esterno.
Diplomazia migratoria e partenariati condizionati
Il primo asse della strategia riguarda il rafforzamento della diplomazia migratoria. La Commissione esplicita la volontà di utilizzare in modo più sistematico leve già disponibili – politica dei visti, commercio, cooperazione allo sviluppo, assistenza finanziaria – per orientare le politiche migratorie dei paesi di origine e transito. I partenariati vengono presentati come strumenti di cooperazione basati sui diritti, ma la logica sottostante è chiaramente condizionata: maggiore collaborazione in cambio di un controllo più efficace delle partenze, di riammissioni più rapide e di un rafforzamento dei sistemi locali di asilo.
In questo quadro si collocano i cosiddetti centri multiuso lungo le rotte migratorie. La strategia li descrive come spazi in cui concentrare funzioni diverse: informazione sui percorsi legali, protezione più vicina ai paesi di origine, gestione dei rimpatri e, in alcuni casi, selezione preliminare. L’obiettivo è anticipare le decisioni lungo il percorso migratorio, riducendo la pressione sulle frontiere esterne dell’Unione. La gestione dei flussi viene così parzialmente esternalizzata, spostando il baricentro dell’intervento europeo oltre i propri confini, in un equilibrio delicato tra cooperazione e delega di responsabilità.
Frontiere esterne, controllo e infrastruttura digitale
Il secondo pilastro è dedicato al controllo delle frontiere esterne e alla tutela dello spazio Schengen. La strategia lega in modo esplicito sicurezza interna e gestione della migrazione, indicando come prioritario il completamento di un’infrastruttura digitale integrata. Il sistema di ingresso/uscita (EES) e il sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi (ETIAS) sono presentati come strumenti chiave per tracciare in modo sistematico ingressi e uscite, riducendo le zone grigie che hanno caratterizzato la gestione dei flussi negli ultimi anni.
A questo si affianca l’applicazione generalizzata delle procedure di frontiera previste dal Patto, con lo screening di tutti gli arrivi irregolari e una distinzione più rapida tra richiedenti con alte probabilità di ottenere protezione e casi destinati a procedure accelerate. In questo contesto, il ruolo di Frontex viene ulteriormente rafforzato, anche attraverso una revisione del regolamento di fondazione, con l’obiettivo di ampliare capacità operative e coordinamento con le autorità nazionali. La frontiera diventa così il primo snodo decisionale del sistema, non solo un luogo di controllo fisico ma un punto di selezione amministrativa.
Asilo, solidarietà e adattabilità del Patto
Il cuore politico della strategia riguarda il funzionamento del sistema di asilo. La Commissione insiste sulla necessità di rendere il Patto pienamente operativo, superando le distorsioni che hanno alimentato movimenti secondari e carichi sproporzionati su alcuni Stati membri. L’assistenza tecnica alle amministrazioni nazionali, l’impiego di squadre dedicate della Commissione e lo stanziamento di almeno 3 miliardi di euro aggiuntivi sono indicati come strumenti per standardizzare le procedure, ridurre i tempi decisionali e rafforzare la capacità amministrativa.
La solidarietà tra Stati membri viene incardinata su meccanismi obbligatori ma flessibili, già sperimentati con il primo pool di solidarietà, che consente diverse modalità di contributo. Allo stesso tempo, la strategia apre alla possibilità di adattamenti futuri del Patto, inclusa una revisione del concetto di paese terzo sicuro e la definizione di una lista europea dei paesi di origine sicuri. L’obiettivo dichiarato è aumentare prevedibilità e coerenza delle decisioni, riducendo le differenze di trattamento che hanno minato la fiducia nel sistema comune.
Rimpatri e credibilità del sistema
Un capitolo centrale è dedicato ai rimpatri, indicati come uno dei punti più deboli della politica europea. Con solo circa un quarto delle decisioni di allontanamento effettivamente eseguite, la Commissione collega l’efficacia dei ritorni alla credibilità complessiva del sistema di asilo e migrazione. La proposta di un sistema europeo comune per il ritorno, basata sul regolamento attualmente in negoziazione, mira a superare la frammentazione attraverso regole uniformi, processi digitalizzati e strumenti innovativi come gli hub di ritorno.
Il rafforzamento della cooperazione con i paesi di origine viene nuovamente integrato nella diplomazia migratoria, utilizzando incentivi e condizionalità per migliorare la riammissione. Il ritorno viene presentato come “rapido, efficace e dignitoso”, ma assume una funzione strutturale: delimitare in modo più netto chi ha titolo a restare e chi no, rafforzando la capacità dell’Unione di controllare gli esiti delle procedure.
Mobilità legale, talenti e dimensione tecnologica
Accanto al controllo, la strategia dedica uno spazio rilevante alla mobilità legale e all’attrazione dei talenti. La Commissione riconosce che le carenze di manodopera e competenze si accentueranno nei prossimi anni, spinte dall’invecchiamento demografico e dalle transizioni economiche in corso. I partenariati per i talenti vengono indicati come lo strumento principale per collegare i fabbisogni del mercato del lavoro europeo ai sistemi formativi dei paesi partner, integrando la migrazione legale nella cooperazione esterna.
Un elemento trasversale è l’uso della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale nella gestione dell’asilo e della migrazione. La creazione di un forum europeo sull’Ai segnala la volontà di dotare gli Stati membri di strumenti per migliorare rapidità e coerenza delle decisioni, rafforzando i controlli di sicurezza. La strategia insiste sul rispetto dei diritti fondamentali, ma delinea un modello di governance sempre più tecnologico, sostenuto da un impegno finanziario significativo: almeno 81 miliardi di euro nel prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034 destinati alle politiche per gli affari interni e ai partenariati internazionali.
