Diciotto Stati membri dell’Unione europea hanno deciso di ricorrere ai prestiti comunitari per finanziare spese militari. Lo hanno fatto aderendo al fondo “Safe” (Security Action for Europe), lo strumento lanciato da Bruxelles per mobilitare fino a 150 miliardi di euro a sostegno dell’industria della difesa continentale. Tra i Paesi che hanno presentato domanda c’è anche l’Italia, che ha comunicato la propria adesione nelle ultime ore disponibili, dopo settimane di riserve politiche e tecniche. La mossa le garantirà 14 miliardi di euro in prestiti a tassi agevolati, da impiegare nei prossimi cinque anni e da rimborsare in quarantacinque. Il vincolo: investire in sistemi d’arma prodotti principalmente in Europa, su capacità ritenute strategiche dalla Commissione.
La cifra complessiva già richiesta sfiora i 127 miliardi. La sola Polonia ha prenotato un terzo delle risorse disponibili. Il fondo rappresenta il primo grande test operativo della strategia “Readiness 2030”, con cui la Commissione Ue prova a superare decenni di sottodimensionamento e disomogeneità nelle spese militari europee. Ma il progetto si muove su un crinale complicato: a fronte dell’obiettivo di centralizzare acquisti e capacità produttive, prevale ancora una logica nazionale. Gli Stati membri vengono spinti a cooperare, ma restano liberi di agire in autonomia.
Ecco chi ha fatto domanda
Il fondo Safe è stato approvato formalmente dal Consiglio dell’Ue a fine maggio. Le richieste di accesso potevano essere inviate da inizio giugno, ma la Commissione aveva fissato una prima scadenza indicativa per fine luglio, utile a quantificare il fabbisogno iniziale. Diciotto Stati membri hanno colto l’occasione, per un totale di circa 127 miliardi di euro già richiesti, su un plafond complessivo di 150.
Tra i Paesi che hanno formalizzato l’adesione ci sono tutti i grandi dell’Est e del Sud Europa: Polonia (che da sola ha chiesto circa 45 miliardi), Romania, Ungheria, Bulgaria, ma anche Spagna, Italia, Portogallo e Grecia. A questi si aggiungono Francia, Finlandia e Croazia, oltre ai tre baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), la Slovacchia, la Cechia, Cipro e il Belgio. In sintesi: un fronte trasversale che attraversa geografie e famiglie politiche diverse, unite dalla stessa esigenza di aggiornare arsenali e tecnologie.
Chi manca? La Germania, in primis, che ha fatto sapere di preferire finanziamenti diretti dal bilancio nazionale. Nessuna richiesta nemmeno da Austria, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Irlanda e Lussemburgo. Ma la scadenza definitiva è fissata al 30 novembre: margini per allargare la platea ce ne sono ancora.
Nel frattempo, l’Italia ha deciso di aderire in extremis. Dopo settimane di esitazione, dovute soprattutto alle cautele del ministro dell’Economia Giorgetti, la premier Meloni ha sbloccato la decisione nel corso di una riunione serale a Palazzo Chigi. I fondi richiesti serviranno a finanziare programmi già inclusi nel piano 2026–2030: tra questi, l’acquisto di 24 Eurofighter e cinque batterie Samp/T. Secondo fonti governative, l’adesione al Safe permetterà di alleggerire il bilancio statale, evitando tagli ad altri capitoli di spesa.
L’Europa prova a fare sistema nella difesa
Il fondo Safe è il perno del piano “Readiness 2030” (già noto come ReArm Europe), che rappresenta la risposta strutturale dell’Ue alla guerra in Ucraina e al progressivo disimpegno degli Stati Uniti in Europa. Insieme alla clausola di salvaguardia del Patto di stabilità – che consente ai governi di sforare i vincoli di bilancio per investimenti in difesa fino all’1,5% del Pil – costituisce il tentativo più ambizioso mai realizzato per costruire una vera politica industriale della sicurezza.
Ma i margini di manovra sono ancora limitati. Il fondo finanzia solo progetti che rientrano nelle due grandi categorie individuate dal Consiglio europeo: da un lato munizioni, artiglieria, difesa cibernetica e mobilità militare; dall’altro sistemi aerei, navali, droni, tecnologie spaziali e intelligenza artificiale. E per la seconda categoria valgono regole ancora più restrittive: solo aziende capaci di definire, adattare e sviluppare autonomamente i prodotti saranno considerate eleggibili. È un tentativo chiaro di favorire le filiere strategiche europee, ma si scontra con una realtà frammentata: 27 Paesi, 27 linee di produzione, spesso duplicate.
Lo stesso principio degli acquisti congiunti è più enunciato che praticato. La norma prevede che, “in via di principio”, gli Stati membri debbano unirsi in almeno due per accedere ai prestiti. Ma Bruxelles ha già concesso una deroga temporanea per ammettere progetti mononazionali. Una scelta dettata dalla necessità di non rallentare l’avvio del fondo, ma che rischia di annacquare l’obiettivo strategico dell’iniziativa: cioè rafforzare l’integrazione industriale. In altre parole, si moltiplicano i canali per fare debito buono sulla difesa, ma restano vaghi i meccanismi per evitare sovrapposizioni e doppioni.
Come Roma userà i 14 miliardi del fondo europeo
Per il governo italiano, la decisione di accedere al fondo Safe risponde a due esigenze: contenere l’impatto delle spese militari sul bilancio pubblico e sostenere i programmi già pianificati. I 14 miliardi richiesti verranno impiegati nel quinquennio 2026–2030 e dovranno essere rimborsati in 45 anni, con condizioni più favorevoli rispetto ai titoli di Stato nazionali. I fondi non concorrono al calcolo del deficit e sui progetti finanziati non è applicata l’Iva.
L’utilizzo atteso riguarda il cofinanziamento di sistemi Eurofighter e batterie Samp/T, la ricostituzione delle scorte di munizioni inviate all’Ucraina, il rafforzamento di mezzi corazzati e capacità antidrone. Una quota potrà riguardare anche settori collaterali alla difesa, come le infrastrutture critiche e la mobilità militare. I progetti dovranno essere presentati alla Commissione entro sei mesi, in un piano nazionale dettagliato. L’Italia potrà accedere anche a prefinanziamenti fino al 15% del totale assegnato.
Dal punto di vista normativo, la partecipazione italiana al Safe non richiede modifiche agli attuali vincoli del Patto di stabilità, poiché i prestiti rientrano tra le spese escludibili in base alla clausola di salvaguardia attivata dalla Commissione. La dotazione assegnata all’Italia rappresenta circa l’11% dei 127 miliardi complessivi già richiesti dai 18 Stati membri. Restano disponibili poco più di 20 miliardi, su cui potranno concorrere eventuali nuovi aderenti fino alla scadenza del 30 novembre 2025.