Perché il nuovo prestito Ue all’Ucraina conviene anche a Londra?

La "clausola britannica" aprirebbe accesso a contratti di difesa per le aziende del Regno Unito
2 ore fa
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La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il primo ministro britannico Keir Starmer (Afp)

Il Regno Unito si trova davanti a un bivio strategico che potrebbe segnare il più importante riavvicinamento all’Unione europea dalla firma della Brexit. Al centro della partita c’è il maxi-prestito da 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina per il biennio 2026-2027, approvato dai diplomatici dell’Ue per garantire la sopravvivenza di Kiev sotto i colpi dell’offensiva russa.

Perché questo prestito Ue all’Ucraina converrebbe anche a Londra?

La “clausola britannica”: un’opportunità industriale

Il pacchetto finanziario non è solo un atto di solidarietà, ma uno strumento di politica industriale. Dei 90 miliardi totali, 60 miliardi sono vincolati alla difesa. La novità sostanziale è l’inclusione di una “clausola britannica” che permetterebbe alle aziende del Regno Unito di accedere agli appalti per la fornitura di armamenti, inclusi sistemi di difesa di fabbricazione britannica, finanziati con questi fondi europei.

Tuttavia, questo accesso non è gratuito. Bruxelles richiede che Londra accetti di pagare un contributo “equo” per coprire i costi degli interessi sul capitale preso in prestito dai mercati. Attualmente esiste un divario nelle trattative: l’Ue ha proposto una quota di circa 2 miliardi di euro, mentre il governo britannico ha inizialmente offerto poco più di 100 milioni. La Francia, pur sostenendo la partecipazione di Londra, insiste affinché il contributo sia proporzionale al Pil del Paese per evitare vantaggi competitivi sleali rispetto ai membri dell’Unione.

Un “reset” necessario dopo i fallimenti passati

Per il primo ministro Keir Starmer, questo accordo rappresenta una via immediata per quel “reset” dei rapporti con l’Europa promesso fin dal suo insediamento. Dopo il fallimento dei negoziati dello scorso anno per l’adesione al programma di difesa Safe (da 150 miliardi di euro), il prestito per l’Ucraina offre un terreno di cooperazione pragmatica e meno burocratica.

Questo riallineamento risponde anche a pressioni interne e geopolitiche. Da un lato, infatti, c’è la necessità di rafforzare l’asse militare con l’Ue, visto come una protezione necessaria in un contesto globale instabile. Dall’altro, l’Ue sta valutando l’inserimento di una “clausola Farage” negli accordi futuri, una misura di sicurezza per proteggere i patti nel caso in cui le prossime elezioni britanniche (non prima del 2029) portino al potere forze populiste intenzionate a ritirarsi nuovamente dagli impegni presi.

Il nervosismo di Mosca e lo sfondo di Abu Dhabi

Mentre Londra cerca di consolidare il suo ruolo nella difesa europea, la Russia osserva con ostilità. Durante i recenti colloqui trilaterali ad Abu Dhabi tra Ucraina, Russia e Stati Uniti, il negoziatore del Cremlino, Kirill Dmitriev, ha accusato esplicitamente il Regno Unito e altri attori europei di essere “istigatori della guerra” che tentano di sabotare i progressi diplomatici. Tensioni che non hanno facilitato i negoziati negli Emirati Arabi, ma che, nonostante ciò, non hanno impedito di raggiungere risultati tangibili, come lo scambio di 314 prigionieri e il riavvio di un dialogo militare diretto tra Washington e Mosca.

In questo scenario, il Regno Unito punta a dimostrare che il suo sostegno militare non è un ostacolo alla pace, ma un pilastro necessario per garantire che l’Ucraina possa trattare da una posizione di forza. In altre parole, la partecipazione al prestito Ue rappresenta per il Regno Unito molto più di una semplice transazione finanziaria. È la possibilità di reintegrare la propria industria bellica nella catena di approvvigionamento europea e di ricostruire un rapporto di fiducia con Bruxelles, superando un decennio di divergenze in favore di una cooperazione strategica dettata dall’emergenza bellica.

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