Tra le risposte più dure ai commenti di Donald Trump riguardo alle sue mire sulla Groenlandia c’è stata quella dei capigruppo della coalizione di maggioranza al Parlamento europeo. Definendo i commenti una “palese sfida al diritto internazionale, ai principi della Carta dell’Onu e alla sovranità e integrità territoriale di un alleato Nato”, i leader di Ppe, S&D, Renew e Verdi hanno ribattuto anche alle critiche della Casa Bianca sulla sicurezza dell’isola artica, che stando a Trump solamente Washington può garantire. La sicurezza della regione, hanno controbattuto i leader dell’Eurocamera, è una “priorità strategica per l’Ue”, che rimane “fermamente impegnata a salvaguardarla” attraverso la Strategia Ue per l’Artico.
Il riferimento dei capigruppo del Parlamento europeo è al documento pubblicato nel 2021, e in parte rivisto dopo l’invasione russa dell’Ucraina l’anno successivo, che inquadra la volontà dell’Ue di dedicare maggiore impegno nella regione, sempre più cruciale per aspetti climatici, di risorse e commerciali oltre a quelli securitari. L’approccio si articola su tre pilastri principali: cooperazione pacifica, resilienza climatica e sviluppo sostenibile. Tre punti chiave che riflettono le priorità europee di un’epoca geopolitica tramontata, con gli Stati Uniti più cooperativi sotto la guida di Joe Biden e prima che l’invasione russa dell’Ucraina sconvolgesse lo scenario internazionale.
Una strategia obsoleta, tinta di verde
Nella Strategia del 2021 l’Ue riconosce l’Artico come un’area di crescente competizione strategica e militarizzazione e si impegna a mantenerla una zona a “bassa tensione”. Il piano parla di un rafforzamento delle capacità di previsione strategica per anticipare le minacce alla sicurezza, collaborando con partner come la Nato per analizzare aspetti come l’impatto dei cambiamenti climatici sulla sicurezza. Oltre a un potenziamento delle capacità di protezione civile e di ricerca e salvataggio, sfruttando i sistemi satellitari europei come Galileo e Copernicus per monitorare la regione e supportare le operazioni in ambienti ostili, il testo ha fatto nascere un ufficio della Commissione europea a Nuuk, in Groenlandia, per consolidare la cooperazione con il governo locale e gestire meglio il supporto Ue.
Tuttavia, il fulcro della Strategia è ancorato al Green Deal europeo, che al tempo dettava le priorità politiche dell’Unione. Il resto del testo si concentra sugli aspetti di tutela ambientale e climatica, delineando azioni per mitigare il riscaldamento globale e proteggere il fragile ecosistema artico, come una moratoria globale sull’estrazione di carbone, petrolio e gas, una spinta a completare un accordo internazionale sul trasporto a emissioni zero, un programma per ridurre del 33% la fuliggine entro il 2025 e un altro per monitorare lo scioglimento del permafrost, che rischia di rilasciare gas serra e patogeni antichi.
La Strategia parla poi di come stimolare una transizione economica che benefici le popolazioni locali, inclusi i popoli indigeni, garantendo al contempo l’accesso a risorse critiche, promuovendo l’estrazione di minerali critici essenziali per la transizione verde nell’Artico europeo (Svezia, Finlandia) al fine di ridurre la dipendenza da Russia e Cina, ma nel rispetto di rigorosi standard ambientali e sociali. Infine, si parla di investire in connettività satellitare sicura e banda larga ad alta velocità per mitigare l’isolamento delle popolazioni artiche e si enfatizza il rispetto per i diritti dei popoli indigeni, come i Sami e gli Inuit, garantendo il loro coinvolgimento nei processi decisionali.
La scossa russa
Nei mesi successivi all’attacco russo, l’Ue e i suoi partner hanno sospeso Mosca e Minsk da tre importanti organismi di cooperazione artica, con provvedimenti che hanno colpito la Dimensione Settentrionale, che promuove il dialogo tra Ue, Islanda, Norvegia e Russia; il Consiglio euro-artico di Barents, nato per favorire la stabilità e la pace nel Grande Nord; e il Consiglio degli Stati del Mar Baltico, un forum per la collaborazione tra gli undici Paesi dell’area baltica. Ma oltre a queste mosse, la Strategia non è mai stata aggiornata, mentre diversi Stati hanno rivisto le proprie per rispondere alle nuove minacce. Come ha scritto la Fondazione Robert Schumann, usando un termine nautico che indica come una barca si pone in stallo per aspettare il passaggio di condizioni meteo troppo avverse, Bruxelles si è messa “in cappa”.
Il cardine del ragionamento di Laurent Mayet, presidente del think tank “Le Cercle Polaire” ed ex Rappresentante speciale per le questioni polari presso il Ministero degli Esteri francese, è il crollo del principio dell’eccezionalismo artico, che manteneva la regione isolata dalle tensioni geopolitiche globali (in maniera non dissimile da quanto accade sulla Stazione spaziale internazionale). Con l’invasione dell’Ucraina la cooperazione pan-artica tra otto Stati si è frammentata, portando alla nascita del gruppo “Arctic Seven” (A7), composto dai membri occidentali che hanno congelato le attività ufficiali con la Russia all’interno del Consiglio Artico. Si tratta dell’unico forum governance regionale e un importante ponte tra Est e Ovest, riducendolo a uno spazio tecnico svuotato della sua funzione diplomatica originaria.
Il problema è che il Consiglio Artico era la piattaforma per l’intensificazione del coinvolgimento diplomatico Ue (e della Norvegia), almeno secondo la Strategia del 2021 (e l’equivalente norvegese, che pone l’accento sulla cooperazione con l’Ue). Allo stato attuale, l’esperta sottolinea che il futuro dell’ente appare incerto, vincolato alla possibilità di operare in un formato “A7+1”, isolando la Russia ma mantenendo un quorum per le decisioni. Inoltre, nonostante l’Ue sia un importante finanziatore nel campo della ricerca artica, la sua influenza rimane limitata dallo status di “ospite permanente”, storicamente ostacolato dal veto russo sull’ottenimento del ruolo di osservatore ufficiale.
Verso una nuova Strategia
A ogni modo, conscia di quanto l’approccio Ue all’Artico avesse bisogno di un aggiornamento, la Commissione europea ha annunciato una revisione della Strategia, anticipata dalla presidente Ursula von der Leyen a luglio 2025 ed entrata a dicembre nella fase di consultazione pubblica, che terminerà il 16 marzo. Della prossima Strategia si sa che si concentrerà sull’Artico europeo, focalizzando l’azione sulle aree dove l’Ue ha competenze legali e capacità strategiche, come la Scandinavia settentrionale e la Groenlandia. Superando, almeno in parte, il pesante focus sugli aspetti ambientali e la ricerca scientifica, la Commissione porrà l’accento sullo sviluppo di partnership più strette con i forum di cooperazione del Nord Europa per consolidare una dimensione “Euro-Nordica” e sull’integrazione della dimensione della sicurezza.
Dal canto suo, Mayet ricorda che anche la Strategia del 2021 parlava di difesa degli “interessi strategici e immediati” sia nell’Artico europeo che nella più ampia regione artica. “Tuttavia, occorre riconoscere che, nell’attuale contesto strategico, questi orientamenti hanno assunto una rilevanza senza precedenti e risuonano con la logica di rifocalizzare la cooperazione regionale e internazionale nell’Artico attorno agli Stati occidentali, aprendo opportunità per relazioni più strette e collaborazione tra Stati europei artici e non artici, di cui l’Ue potrà approfittare”. Sul versante pratico, finora Bruxelles ha solo proposto (a settembre 2025) di raddoppiare i finanziamenti per la Groenlandia nel bilancio 2028-2034, portandoli a circa 530 milioni di euro, nell’ambito della revisione dell’approccio ai territori d’oltremare.
Una corsa contro Trump
Non è impossibile che, con l’aumentare della pressione statunitense sulla Groenlandia e sugli alleati Nato, gli sviluppi di cronaca finiscano per sorpassare il processo Ue di ridefinizione della propria strategia artica. E non è un caso che tra i Paesi europei che hanno inviato militari nell’isola artica — sia per dimostrare a Washington che gli alleati Nato prendono sul serio la sicurezza groenlandese, sia per alzare il costo di un’aggressione militare Usa — ci siano tutti quelli che negli ultimi anni hanno aggiornato le proprie strategie sull’Artico: Germania (2024), Francia e Norvegia (2025).
L’estrema fluidità dei rapporti transatlantici e l’immensa attenzione sul tema groenlandese può finire per accelerare la ridefinizione dell’approccio Ue all’Artico prima ancora che nasca la prossima Strategia europea, in un verso – potenziamento della dimensione securitaria, con la Groenlandia come nuovo, importante cardine – o nell’altro – per usare le parole della premier danese Mette Frederiksen, un attacco Usa che provoca “la fine della Nato”.
L’esempio norvegese
Entrambi i risultati, rispettivamente agli estremi di una varietà di scenari possibili, andrebbero a impattare direttamente sugli approcci europei alla regione artica. Per esempio, la nuova strategia norvegese guarda esplicitamente alla Nato per la “sicurezza hard” (militare) e all’Ue per la “sicurezza soft”: ricerca scientifica, progetti infrastrutturali (connettività satellitare e digitale) e sviluppo regionale sostenibile. Le due dimensioni sono interconnesse, perché Oslo, primo Paese a ovest della Russia con affaccio sul Mare di Barents, si posiziona come gli “occhi e le orecchie” della Nato nell’area e primo osservatore della flotta russa che opera dalla penisola di Kola.
L’approccio norvegese passa dal potenziamento di servizi e infrastrutture per le località nell’estremo nord, partendo dal presupposto che lo spopolamento locale è una vulnerabilità di sicurezza, all’accogliere una maggiore presenza militare Nato per deterrenza verso la Russia, mantenendo al contempo il primato nella ricerca polare e nel monitoraggio climatico per guidare le decisioni politiche internazionali. E l’ingresso di Finlandia e Svezia nell’Alleanza ha sancito la nascita di un blocco nordico unificato, portando Oslo a considerare la difesa della Calotta Nordica come un’operazione congiunta con svedesi e finlandesi, con una profondità strategica che prima mancava, facilitando il movimento di truppe e logistica da ovest a est.
Da qui la scelta simbolica di Oslo di inviare due soli soldati in Groenlandia, che si può leggere come un sostegno indiretto all’unità della Nato oltreché alla sovranità dell’isola artica. Una mossa che sottolinea l’impegno del Paese europeo per il nuovo equilibrio in fase di definizione nella regione artica, basato sulla Nato e sulla cooperazione tra gli alleati per contrastare la presenza di avversari come la Russia. Ma l’architettura è sotto immensa pressione da parte di Washington.
