L’ultimatum di Washington sull’immigrazione e l’ombra di una “polizia europea in stile Ice”

Continua il braccio di ferro tra Bruxelles e Washington: l’immigrazione al centro del dibattito alla Conferenza di Monaco
4 ore fa
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Kallas rubio monaco
L'Alta rappresentante per gli affari esteri europei Kaja Kallas (a sinistra) e il segretario statunitense Marco Rubio (a destra) alla Conferenza sulla sicurezza a Monaco (Afp)

“La migrazione di massa rappresenta una minaccia urgente alla sopravvivenza della nostra stessa civiltà”. Sono queste le parole con le quali il segretario di Stato americano Marco Rubio, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, ha aperto un nuovo e teso capitolo nelle relazioni transatlantiche.

Gli Stati Uniti, dal ritorno di Donald Trump alla presidenza, non considerano più il loro supporto all’Europa come un atto dovuto, ma come un’offerta condizionata e una di queste condizioni è la gestione dell’immigrazione. Washington chiede a Bruxelles di optare per la difesa dei confini come un atto di sovranità. Il prezzo da pagare se così non fosse? L’isolamento geopolitico.

E mentre l’Unione europea si trova a dover fronteggiare queste pressioni esterne, una profonda crisi di coscienza interna sulla gestione dei diritti umani accende l’allarme da parte delle organizzazioni umanitarie.

L’ultimatum di Rubio: “Non gestiremo il vostro declino”

Il segretario statunitense Marco Rubio ha tenuto un discorso che potremmo riassumere con la “dottrina della carota e del bastone”. Se da un lato ha usato toni quasi affettivi, definendo gli Stati Uniti come “figli dell’Europa” legati a essa da destini indissolubili, dall’altro ha chiarito che gli Usa non hanno alcuna intenzione di essere i “custodi cortesi e ordinati del declino gestito dell’Occidente”.

Secondo il segretario di Stato, l’Europa deve abbandonare quello che definisce un senso di colpa paralizzante per il proprio passato e tornare a essere orgogliosa della propria cultura. Per Rubio, riprendere il controllo dei confini nazionali non è un gesto di odio o xenofobia, ma un “atto fondamentale di sovranità nazionale” indispensabile per evitare la destabilizzazione delle società occidentali. Il messaggio finale è stato un aut-aut: l’America preferisce costruire un nuovo ordine mondiale insieme all’Europa, ma è “preparata, se necessario, a procedere da sola”.

La replica di Kallas: “L’Europa non è in fase di cancellazione”

La risposta di Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Ue per la politica estera, non ha tardato ad arrivare, respingendo quello che ha definito un “euro-bashing di moda” (ovvero l’abitudine di denigrare costantemente l’Europa) proveniente da oltreoceano.

Kallas ha negato con fermezza che il continente stia affrontando una “cancellazione di civiltà”, rivendicando invece la forza dei valori europei legati ai diritti umani e alla libertà di stampa, ambiti in cui molti Paesi europei superano gli stessi Stati Uniti.

Sul piano strategico, Kallas ha lanciato un avvertimento a Washington: gli Stati Uniti non possono pensare di risolvere il conflitto in Ucraina senza il consenso e il coinvolgimento diretto dell’Europa. Pur sostenendo che l’allargamento dell’Unione sia l’unico vero antidoto all’imperialismo russo, ha mantenuto un approccio realista, ammettendo che un’adesione di Kiev già nel 2027 appare poco probabile.

L’ombra della “polizia stile Ice”

Mentre i leader discutono di massimi sistemi, l’Ue ha già iniziato a tradurre da tempo il pragmatismo richiesto da Rubio in leggi concrete, scatenando una tempesta umanitaria. Il Parlamento europeo ha recentemente approvato una lista di “Paesi di origine sicuri” (tra cui Bangladesh, Egitto, Tunisia e India) per velocizzare i respingimenti, e ha introdotto la possibilità di deportare i migranti verso “Paesi terzi sicuri” con cui esistono accordi bilaterali.

Queste misure hanno però innescato la rivolta di 87 organizzazioni per i diritti umani, che denunciano il rischio di una deriva autoritaria. Il timore è che l’Europa stia importando il modello della Ice (l’agenzia federale americana nota per la durezza delle sue operazioni), basato su perquisizioni nelle abitazioni private senza mandato giudiziario e su una sorveglianza di massa alimentata da una profilazione etnica. Secondo le organizzazioni, l’obbligo di denuncia per i servizi pubblici spingerà i migranti a nascondersi, rinunciando persino a cure mediche essenziali, con il rischio di generare una crisi sanitaria pubblica senza precedenti.

In questo braccio di ferro, l’Europa si trova a un bivio: cedere alle richieste di un alleato sempre più esigente o restare fedele a quei diritti fondamentali che, come ricordato da Kallas, sono la vera ragione per cui ancora così tante persone desiderano far parte del “club” europeo.

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