In un sistema internazionale sempre più frammentato, la sicurezza delle democrazie non si gioca più solo sui confini fisici, ma in una “zona grigia” fatta di dati, narrazioni e attacchi digitali. È questo il tema centrale dell’ultima puntata di “Democracy in action”, il format del Parlamento europeo in Italia, durante la quale Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo e Carlo Corazza, direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia hanno ospitato Teresa Coratella, Deputy Head, European Council on Foreign Relations’ Rome Office e Mattia Caniglia, Senior Intelligence e Policy Analyst, Global Disinformation Index, per presentare i risultati dello studio “Narrative warfare e guerra ibrida nel disordine globale”. Ospite all’appuntamento “Per un’Europa libera dalla disinformazione” anche Salvatore De Meo, eurodeputato e presidente della delegazione per le relazioni con l’Assemblea parlamentare della Nato.
Il rapporto delinea un mondo in preda al “distordine”, un neologismo che descrive l’intreccio tra la distorsione informativa e il disordine di un ordine mondiale in cui le potenze straniere colpiscono le vulnerabilità delle società aperte restando sotto la soglia del conflitto aperto.
L’anatomia della minaccia: Russia e Cina a confronto
Durante l’incontro, Mattia Caniglia ha spiegato che “viviamo in un’epoca di distordine (disordine e distruzione)”, dove il narrative warfare (la guerra delle narrazioni) è diventato un elemento strutturale della strategia militare. I dati contenuti nel rapporto sono allarmanti: gli attacchi ibridi russi in Europa sono quasi quadruplicati tra il 2022 e il 2023, triplicando ulteriormente nel 2024. Mosca adotta un approccio aggressivo, utilizzando anche forze mercenarie come l’ex gruppo Wagner (ora Africa Korps) per destabilizzare aree strategiche e legittimare sabotaggi o pressioni economiche.
Al contrario, la Cina segue una strategia più “conservativa” e di lungo periodo. Pechino punta a influenzare i sistemi informativi e gli standard normativi globali attraverso leve economiche e partnership tecnologiche, cercando di apparire come un partner per lo sviluppo meno intrusivo dell’Occidente. Come sottolineato dall’eurodeputato Salvatore De Meo, queste sfide richiedono “investimenti in cultura e intelligence” perché colpiscono la coesione stessa del progetto europeo.
I “laboratori” del conflitto: dalla Libia ai Balcani
Lo studio presentato a “Democracy in action” analizza aree critiche dove queste tattiche vengono testate prima di colpire il cuore dell’Unione. La Libia è descritta come un vero e proprio laboratorio: qui la Russia ha perfezionato modelli di disinformazione poi applicati nel Sahel e lungo tutto il fronte orientale dell’Europa. Questa “militarizzazione” dell’informazione ha ripercussioni dirette sull’Italia, influenzando temi sensibili come la sicurezza energetica e i flussi migratori, spesso usati come strumenti di pressione geopolitica.
Nei Balcani Occidentali, potenze come Russia, Cina e Turchia approfittano delle fragilità politiche per erodere la fiducia nell’Ue. Tuttavia, Teresa Coratella ha evidenziato come l’aspirazione di paesi come Ucraina e Moldova a entrare nell’Unione europea funga da vero e proprio “scudo” contro le interferenze esterne, rendendo queste società sorprendentemente resilienti.
Costruire gli anticorpi: verso una difesa comune
Nonostante le pressioni, gli “anticorpi” democratici europei restano validi: secondo l’ultimo Eurobarometro, l’89% dei cittadini europei desidera un’Europa più forte. Per passare dalla difesa alla proattività, gli autori del rapporto avanzano proposte concrete per l’Italia:
• Una piattaforma nazionale: un tavolo di coordinamento tra diplomazia, imprese e servizi di sicurezza per monitorare le minacce ibride in tempo reale.
• Il gruppo “pentagonale”: una collaborazione stretta tra Italia, Francia, Germania, Polonia e Regno Unito per condividere informazioni e anticipare le campagne di manipolazione.
• Democratizzare il dibattito: Teresa Coratella ha ribadito che il tema della guerra ibrida “non può rimanere oggetto di dialogo tra policy maker e stakeholder ma di tutti i cittadini”.
La sfida finale, come emerso dall’incontro, è impedire che la naturale apertura delle nostre democrazie si trasformi in una debolezza. Solo attraverso una maggiore consapevolezza collettiva e investimenti mirati sarà possibile neutralizzare le armi invisibili del nuovo disordine mondiale.
