Board of Peace, l’Ue apre al dialogo con Trump (ma con riserva). E Miller avverte Netanyahu

Intanto l'ex negoziatore Usa, David Miller, gela Tel Aviv: "Trump vuole chiudere subito i dossier"
2 ore fa
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Il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, durante il Canada Ue summit di Bruxelles (Ipa/Ftg)

C’è un filo sottile che collega Davos, Washington e Bruxelles, ed è il futuro della Striscia di Gaza. Mentre Donald Trump accelera sul suo “Board of Peace” — l’organismo internazionale pensato per sostituire l’Onu nella gestione post-bellica — l’Unione europea prova a non restare fuori dalla porta, pur mantenendo un piede ben piantato nel diritto internazionale. “Siamo pronti a collaborare con gli Stati Uniti”, ha dichiarato il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, aprendo uno spiraglio di dialogo con la nuova amministrazione repubblicana.

Ma la vera notizia arriva da un’intervista che ribalta la narrazione politica degli ultimi mesi: secondo Aaron David Miller, storico negoziatore americano per il Medio Oriente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu sta sbagliando i calcoli se pensa che Donald Trump sarà un alleato più comodo di Joe Biden.​

L’Ue e il dilemma del “Board of Peace”

La posizione europea è un esercizio di equilibrismo diplomatico. Da un lato c’è la necessità di non rompere con Washington, dall’altro, Bruxelles non nasconde le perplessità strutturali. “Nutriamo seri dubbi su una serie di elementi contenuti nello statuto del Consiglio di pace”, ha spiegato Costa, citando problemi di governance e, soprattutto, la compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite e la risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza.

L’Europa non vuole firmare una cambiale in bianco che smantelli il sistema multilaterale Onu, ma sa che l’alternativa è l’irrilevanza. Per questo la linea è quella del “sì con riserva”: una collaborazione sull’amministrazione transitoria, a patto che l’obiettivo resti la soluzione dei due Stati e che il Board of Peace non diventi un club privato a guida americana. È una scommessa rischiosa, ma necessaria: cercare di “europeizzare” dall’interno un progetto nato per bypassare proprio quelle regole che l’Ue difende da sempre.

Il nodo palestinese

Resta l’incognita dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp). Fonti emiratine e israeliane confermano contatti in corso tra gli Usa e l’entourage di Abu Mazen per un possibile coinvolgimento nel Board of Peace, sostenuto dai Paesi arabi ma osteggiato duramente dal governo Netanyahu. Per l’Ue, questo è un punto dirimente: senza una componente palestinese credibile, qualsiasi piano di governance è destinato a fallire, trasformandosi in una mera occupazione internazionalizzata.

L’Europa si trova così a dover navigare tra le “rough vibes” di Trump e la rigidità di Israele, mentre cerca di salvare il salvabile del diritto internazionale.

“Netanyahu mente”: l’analisi spietata di Miller

Mentre l’Europa cerca la sua posizione, Aaron David Miller smonta la retorica del premier israeliano in un’intervista al Sole 24 Ore. “Netanyahu mente quando dice che Biden ha ostacolato Israele“, afferma l’esperto del Carnegie Endowment, che ha lavorato con sei segretari di Stato Usa. L’ex presidente americano, spiega Miller, ha fornito a Israele una copertura politica e militare senza precedenti, spesso pagando un prezzo elettorale altissimo in patria. “Nessun presidente ha fatto più di lui per proteggere Israele dalle sanzioni internazionali e dalle risoluzioni Onu“, aggiunge.​

Il paradosso è che Netanyahu, scommettendo tutto su Trump, potrebbe trovarsi di fronte a una sorpresa amara. Secondo Miller, l’approccio del tycoon sarà puramente transazionale: Trump non ha legami emotivi con Israele (a differenza di Biden) e chiederà risultati rapidi e tangibili in cambio del sostegno. “Trump vuole chiudere i dossier, non gestirli all’infinito“, avverte l’analista. Se il conflitto dovesse trascinarsi danneggiando gli interessi americani o l’immagine del nuovo presidente come “pacificatore”, la luna di miele con Tel Aviv potrebbe finire molto prima del previsto.​​

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