Trump, impantanato in Iran, ha chiesto aiuto agli alleati. Lo ha fatto a modo suo, minacciando “brutte conseguenze” per la Nato se non verrà accontentato. Nello specifico, il presidente degli Stati Uniti vuole che gli altri Paesi, europei e non, inviino navi da guerra a protezione dello stretto di Hormuz, quello da cui passa – per meglio dire passava – un quinto del petrolio mondiale e una quota consistente dei fertilizzanti. La sua chiusura di fatto da parte dell’Iran, come ritorsione per l’attacco Usa-Israele iniziato il 28 febbraio, ha provocato “la più grande crisi della storia petrolifera (parole dell’International Energy Authority)” e un rialzo dei prezzi di petrolio, alimentari e materie prime.
Trump, dopo aver esortato la settimana scorsa “le petroliere” ad essere “più coraggiose” e continuare ad attraversare lo Stretto, ha poi annunciato che la marina militare a stelle e strisce avrebbe scortato le navi per proteggerle. Lo Stretto infatti teoricamente è navigabile, ma in pratica chi lo attraversa rischia di finire sotto i colpi iraniani o sopra una delle mine che Teheran, a quanto si sa, vi ha piazzato.
Trump: “Molti Paesi manderanno navi da guerra”
L’operazione di scorta prefigurata dal capo della Casa Bianca è molto dispendiosa, oltre che rischiosa, perciò venerdì sera su Truth ha cercato di tirare in mezzo altri Paesi, chiedendo esplicitamente a Regno Unito, Francia, Corea del Sud, Cina e Giappone, tra gli altri “colpiti da questa restrizione artificiale”, di contribuire a garantire la sicurezza del piccolo ma vitale braccio di mare.
“Molti Paesi, specialmente quelli colpiti dal tentativo iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra, in collaborazione con gli Stati Uniti d’America, per mantenere lo Stretto aperto e sicuro”, ha scritto Trump sostenendo di aver “già distrutto il 100% della capacità militare iraniana, ma per loro è facile mandare uno o due droni, lanciare una mina o lanciare un missile a corto raggio da qualche parte lungo o dentro questa via d’acqua, per quanto siano stati sconfitti”.
“Brutte conseguenze”
In un’intervista pubblicata ieri dal Financial Times il tycoon è tornato sull’argomento, aggiungendo una minaccia: “È giusto che coloro che beneficiano dello stretto contribuiscano a garantire che non accada nulla di male. Se non ci sarà alcuna risposta o se la risposta sarà negativa, penso che sarà molto dannoso per il futuro della Nato“.
“Abbiamo un’organizzazione chiamata Nato. Siamo stati molto generosi. Non eravamo tenuti ad aiutarli per la questione dell’Ucraina. L’Ucraina dista migliaia di chilometri da noi, eppure li abbiamo aiutati. Ora vedremo se saranno loro ad aiutare noi. Perché sostengo da tempo che noi ci saremo per loro, ma loro non ci saranno per noi. E non sono affatto sicuro che, alla prova dei fatti, ci saranno”, ha detto ancora, ricordando poi la forte dipendenza di Europa e Cina dal petrolio proveniente dal Golfo.
“Penso che anche la Cina dovrebbe dare una mano, perché il 90% del suo petrolio proviene dallo Stretto”, ha detto Trump adombrando che se Pechino non contribuirà allo sblocco dello stretto prima del vertice previsto con il presidente Xi Jinping alla fine di marzo “potremmo rimandare la visita“.
Ma cosa vuole Trump? “Qualsiasi cosa serva“, soprattutto mezzi dragamine, che l’Europa possiede in numero molto superiore agli Stati Uniti.
Sempre ieri, ai giornalisti a bordo dell’Air Force One ha poi fatto sapere che la sua amministrazione ha contattato sette Paesi, senza specificare quali.
Chi dice no, chi prende tempo
Gran Bretagna, Giappone e Australia, grandi alleati degli Usa, hanno rifiutato l’appello. La Cina anche. La Corea del Sud ha preso tempo, affermando che avrebbe valutato attentamente la richiesta e che ne discuterà “direttamente con gli Stati Uniti”.
Anche l’Unione europea prende tempo. La questione verrà discussa al Consiglio Affari Esteri di oggi (16 marzo), durante il quale il blocco valuterà di ingrandire la missione marittima Aspides, a guida italiana, attraverso l’invio di nuove navi. La missione, istituita nel 2024 per proteggere la navigazione internazionale dagli attacchi del gruppo ribelle yemenita Houthi nell’area del Mar Rosso, è già stata ampliata con due mezzi francesi, ma non opera nell’area di Hormuz e ha regole di ingaggio restrittive. Di conseguenza, l’Ue dovrebbe rivederne il mandato.
Ma la Germania ha già sottolineato di non voler avere “un ruolo attivo” nel conflitto, col ministro degli Esteri Johann Wadephul che si è detto anche “molto scettico” sull’efficacia della missione rispetto alla sicurezza dello Stretto.
Ue tra incudine e martello
Come spesso sta accadendo, il blocco si trova tra l’incudine e il martello, ovvero tra la necessità di mantenere in piedi la relazione con Trump e l’Alleanza Atlantica, ad oggi unica alternativa per garantire la sicurezza del continente, e quella di non valicare un punto di non ritorno: inviare navi per mantenere libero lo Stretto aumenterebbe i rischi e significherebbe di fatto un coinvolgimento nel conflitto.
Conflitto che non solo i Paesi europei non hanno voluto, pur pagandone tutte le conseguenze, ma del quale non sono nemmeno stati avvisati. Anche questo è un segnale di come i rischi siano in aumento e la logica dell’operazione Epic Fury, da attacco breve e circoscritto, stia invece virando verso l’escalation.
L’appello arriva in effetti dopo due settimane di tensione tra Trump e quelli che improvvisamente sono tornati ad essere “cari amici” ed alleati. In modi più o meno aperti e forti, i Paesi europei hanno affermato che l’attacco all’Iran è una violazione del diritto internazionale, e nessuno vuole essere coinvolto. Il premier spagnolo Pedro Sanchez è stato il più duro nell’affermarlo, arrivando a uno scontro aperto, ma anche la prima ministra Giorgia Meloni, stretta alleata di Trump, lo ha ammesso in Parlamento, sebbene con un giro di parole e inserendo l’operazione israelo-americana in un più generale quadro di crisi della legalità a livello globale.
Kharg e il rischio di un’ulteriore escalation
E a proposito di rischio escalation, venerdì sera il capo della Casa Bianca ha dichiarato di aver colpito l’isola di Kharg, prendendo di mira esclusivamente obiettivi militari, in un attacco definito come i “bombardamenti più potenti nella storia del Medio Oriente”. L’isola, lunga solo 8 chilometri, ospita un impianto petrolifero vitale per l’Iran, dato che qui viene viene lavorato circa il 90% del greggio nazionale.
Ora, appunto, gli Usa non hanno colpito l’infrastruttura energetica, ma Trump ha minacciato sui social media: “Se l’Iran, o chiunque altro, dovesse fare qualcosa per interferire con il libero e sicuro passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente questa decisione”.
La questione però è molto delicata, perché Teheran ha già fatto sapere che, se dovessero essere colpite le infrastrutture petrolifere, farà altrettanto con quelle presenti nel Golfo “che possiedono azioni americane o collaborano con gli Stati Uniti”. “Saranno distrutte e ridotte in un cumulo di cenere”, ha avvisato il portavoce del quartier generale centrale iraniano Khatam al-Anbiya, come riportato dall’agenzia di stampa iraniana Fars.
La minaccia di Trump rischia insomma di portare a un’escalation dagli esiti economicamente drammatici.
