Trump smantella l’Endangerment Finding: cosa significa per l’Ue?

Il presidente Usa si prepara ad abrogare l'Endangerment Finding, la base scientifica e giuridica della politica climatica statunitense dal 2009
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Donald Trump Ursula von der Leyen
Immagine generata con l'Ai

Donald Trump si prepara ad abrogare l’Endangerment Finding, la base scientifica e giuridica della politica climatica statunitense dal 2009. La mossa, che secondo il Wall Street Journal potrebbe diventare operativa già questa settimana, rappresenta il tentativo più radicale di smantellare le regolamentazioni ambientali federali e riporta al centro del confronto transatlantico il nodo della politica energetica.

Cosa prevede l’abrogazione e perché conta per l’Europa

L’Endangerment Finding, adottato nel 2009 sotto l’amministrazione Obama, stabilisce il nesso scientifico tra sei gas serra (anidride carbonica, metano, protossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo) e i danni alla salute pubblica. La determinazione legittima l’Environmental Protection Agency (Epa) a regolamentare le emissioni nel quadro del Clean Air Act, la legge federale sull’inquinamento atmosferico. Revocare questa base legale significa togliere all’Epa il potere di imporre standard federali su automobili, centrali elettriche e industrie.

Per l’Ue, questa abrogazione consolida un divario strategico già emerso con il ritiro degli Stati Uniti dagli Accordi di Parigi, entrato in vigore nel 2026. Il commissario europeo per il clima Wopke Hoekstra ha definito la scelta americana “deplorevole” e “sfortunata”, ribadendo l’impegno del blocco per la cooperazione internazionale sul clima.

La politica energetica come leva commerciale

La strategia di Trump sulla deregulation ambientale si intreccia con le pressioni commerciali verso Bruxelles. Pochi giorni dopo l’insediamento, il presidente americano ha dichiarato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che la crisi climatica è “la più grande truffa mai messa in atto a livello globale”. A settembre 2025, durante un discorso all’Onu, il tycoon aveva già intimato all’Europa di abbandonare le fonti rinnovabili, definendole un’energia che “fa perdere denaro” e i cui impianti “arrugginiscono”.

La Casa Bianca ha trasformato l’energia in arma negoziale. Nell’aprile 2025, Trump ha risposto all’offerta della presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen per un accordo “zero-per-zero” sui dazi dichiarando che l’Unione Europea deve acquistare energia dagli Stati Uniti per 350 miliardi di dollari per colmare il deficit commerciale.

Ancor prima della sua rielezione, a ottobre 2024, Trump aveva promesso dazi contro l’Ue se gli Stati membri non avessero aumentato gli acquisti di petrolio e gas americani. Firmando l’accordo sui dazi con Washington, l’Europa ha aumentato la sua posizione di crescente dipendenza dal gas naturale liquefatto statunitense, mentre continuava ridurre la dipendenza da Mosca.

La retromarcia europea sul Green Deal

Il ritorno di Donald Trump ha accelerato le incertezze interne all’Ue sul fronte ambientale. A maggio 2025, durante un incontro a Versailles con rappresentanti del mondo imprenditoriale, il presidente francese Emmanuel Macron dichiarava che la Corporate Sustainability Due Diligence, la direttiva che introduce obblighi di verifica della sostenibilità ambientale e sociale delle aziende, andrebbe cancellata. Al suo fianco, il cancelliere tedesco Friedrich Merz definiva il rinvio della direttiva “al massimo un primo passo” e la sua “completa abrogazione” come “il passo logico successivo“. Oggi Francia e Germania sono sempre più lontane, ma i timori per la svolta green e la competitività industriale accomunano ancora Parigi e Berlino.​​

La richiesta rappresenta una netta inversione di rotta se si pensa che 2017 proprio la Francia di Macron era stato il primo Paese Ue a introdurre una legge nazionale sul monitoraggio delle filiere.

L’Unione ha anche rinviato di due anni le direttive sulla rendicontazione e sulla due diligence di sostenibilità con la direttiva “Stop the clock“, approvata ad aprile 2025. Il Ppe ha chiesto alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen di bloccare per due anni le direttive Ue sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale, vincendo il tira e molle con la sua leader stessa del gruppo. Ma il dietrofront più rumoroso è arrivato sul fronte automotive, dove il Parlamento Ue ha cancellato lo stop alle auto a motore termico dal 2035. Il 16 dicembre 2025, gli eurodeputati hanno votato per portare dal 100% al 90% la riduzione delle emissioni inquinanti entro il 2035, aprendo al biometano e alla neutralità tecnologica richiesta da aziende e Stati (Italia su tutti). Inoltre, gli obiettivi climatici al 2040 sono stati abbassati sotto l’85% grazie a meccanismi di compensazione che riducono l’impegno effettivo di taglio delle emissioni”.

Le tensioni su clima e regolamentazione

Il confronto tra Washington e Bruxelles non si limita agli acquisti energetici. A dicembre 2025, il New York Times ha rivelato che i diplomatici americani avevano comunicato ai funzionari europei che l’amministrazione Trump considera la regolamentazione Ue sul metano costosa, confusa e una minaccia per le esportazioni di gas americane verso l’Europa. Il ministro dell’energia Ue Dan Jorgensen ha escluso qualsiasi ritiro della legislazione o esenzione per gli Stati Uniti, affermando dopo un incontro della Commissione che “non stiamo prendendo in considerazione il ritiro della legislazione né la concessione di esenzioni”.

Secondo l’istituto di ricerca Bruegel, il ritorno di Trump dovrebbe essere considerato “un sostanziale impulso all’implementazione della strategia climatica ed energetica dell’Ue“, perché “l’indecisione e la frammentazione non sono opzioni”. Come per l’ex governatore della Bce, Mario Draghi, secondo il think tank il ritorno di Trump dovrebbe rappresentare “una forte spinta per l’Ue e i suoi membri a superare le divisioni politiche”.

Reazioni europee e rischio isolamento

L’uscita degli Stati Uniti dalle strutture climatiche internazionali ha suscitato condanne da parte dei leader europei. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha definito gli Accordi di Parigi “la migliore speranza per tutta l’umanità”, mentre il commissario Hoekstra ha definito il ritiro americano “veramente sfortunato”. La parlamentare europea Catarina Vieira (Paesi Bassi, Verdi) ha definito la decisione di Trump “sconsiderata” e “profondamente dannosa”, aggiungendo che “mentre ondate di calore, incendi e alluvioni si intensificano, voltare le spalle alla scienza e alla cooperazione è una scelta politica con reali costi umani ed economici”.

Va sottolineato che Trump ha ritirato gli Stati Uniti anche dall’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), un organismo Onu strumentale per supportare le politiche climatiche dell’Ue come il Green Deal europeo, che stabilisce obiettivi per la neutralità climatica entro il 2050 e i target dell’Accordo di Parigi di 1,5°C.

Senza la partecipazione americana, l’Ue rischia un maggiore isolamento nella diplomazia climatica, in un momento in cui i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo mostrano crescente acrimonia per il mancato sostegno occidentale. Alcuni analisti ritengono che Cina e Unione Europea potrebbero colmare il vuoto di leadership lasciato dagli Stati Uniti. Intanto, Pechino sta consolidando la propria architettura di rendicontazione aziendale sul clima e ha le carte in tavola per assurgere a un ruolo di leadership nell’azione climatica.

L’ultimo ok di Trump: più energia elettrica da centrali a carbone

Intanto, Trump ha dichiarato la prima emergenza energetica nazionale nella storia degli Stati Uniti, una narrazione utilizzata per legittimare il cambiamento di rotta di Washington.
Proprio oggi, 11 febbraio 2026, il presidente americano ha annunciato l’ordine esecutivo che impone al Pentagono di acquistare elettricità prodotta da centrali a carbone per alimentare le operazioni militari. Il provvedimento si poggia sul Defense Production Act del 1950, una legge della Guerra fredda che conferisce alla Casa Bianca poteri per ordinare alle aziende private di proteggere la sicurezza nazionale. Inoltre, l’amministrazione distribuirà 175 milioni di dollari per ammodernare sei centrali a carbone in Virginia, West Virginia, Kentucky, Ohio e Carolina del Nord.

L’abrogazione dell’Endangerment Finding potrebbe però rivelarsi un’arma a doppio taglio. Alcuni osservatori ritengono che la revoca potrebbe consegnare la regolamentazione climatica ai singoli Stati americani. Jeffrey R. Holmstead, ex alto funzionario dell’Epa, ha suggerito che la perdita di autorità regolatoria federale potrebbe spingere i democratici a collaborare con industria e repubblicani per un disegno di legge bipartisan.

Intanto Bruxelles, che aspirava a essere leader globale nella transizione ecologica, cerca di salvare quel che resta del Green Deal.