Trump contro tutti: la guerra dei dazi è iniziata

Tariffe su 60 Paesi, Ue al 20%: l’ordine economico internazionale è sotto assedio
21 ore fa
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Trump Firma Dazi Afp
Donald Trump mostra l'ordine esecutivo firmato sui dazi globali (Afp)

L’annuncio è stato perentorio, teatrale, volutamente incendiario: Donald Trump, in una coreografia degna dei momenti più iconici della sua presidenza, ha dichiarato guerra commerciale a buona parte del mondo. Con un colpo solo, ha messo l’Unione Europea, la Cina, il Giappone e decine di altri Paesi davanti al fatto compiuto: dazi su scala globale. Una misura che promette di riscrivere le regole del commercio internazionale, con effetti immediati per i mercati, le economie nazionali e, soprattutto, per milioni di cittadini e imprese. In questo contesto, l’Europa si ritrova improvvisamente nel mirino diretto della “America First Economy”, costretta a difendere la propria posizione su un terreno divenuto improvvisamente ostile.

“Liberation Day”

Il 2 aprile 2025 entrerà probabilmente nei libri di storia come la data in cui Donald Trump ha rilanciato il suo manifesto economico sovranista. Dal Rose Garden della Casa Bianca, con toni da proclamazione d’indipendenza, il presidente statunitense ha parlato di “liberazione” dell’America dal giogo economico imposto da decenni di globalizzazione squilibrata.

Non è la prima volta che Trump fa leva sul linguaggio bellico per descrivere le sue politiche economiche. Già nel primo mandato aveva imposto dazi selettivi, avviato guerre commerciali con la Cina e messo in discussione le grandi alleanze commerciali. Ma questa volta l’attacco è più ampio, più radicale e, soprattutto, più organizzato. Con un’ordinanza esecutiva, il presidente ha deciso l’introduzione di un dazio minimo del 10% su tutte le importazioni. Ma è solo l’inizio. Per circa 60 Paesi, ritenuti “colpevoli” di politiche commerciali inique verso gli Stati Uniti, l’aliquota sarà molto più alta: si va dal 20% imposto all’Ue al 54% totale sulla Cina.

La retorica di Trump è diretta, spartana e pensata per colpire l’immaginario collettivo: “Il mondo ci ha saccheggiati per sessant’anni. Non accadrà più”. Un messaggio che, se da un lato galvanizza la sua base elettorale, dall’altro genera panico nei corridoi delle istituzioni internazionali.

A essere colpiti non sono solo beni simbolo dell’export, come le automobili o l’acciaio, ma intere filiere. Le tariffe entrano in vigore in due fasi: la prima, sabato 5 aprile, applicherà il 10% generalizzato; la seconda, il 9 aprile, introdurrà le aliquote rafforzate per i “peggiori delinquenti”. Il tutto dichiarato nell’ambito di una “emergenza economica nazionale”.

Questo ritorno alla politica dei dazi si configura come una rottura violenta con le dinamiche multilaterali dell’Organizzazione mondiale del commercio. Trump non cerca compromessi, né formule di dialogo: il suo è un diktat, un segnale di forza in vista anche delle prossime elezioni presidenziali. L’economia americana, secondo lui, potrà rinascere solo chiudendosi al mondo. Una visione che ignora però l’intricato intreccio di interdipendenze globali su cui si fondano le economie moderne.

L’età dell’oro americana secondo Trump

In un crescendo emotivo degno dei grandi discorsi storici (e volutamente ispirato alla Dichiarazione di Indipendenza del 1776), Trump ha evocato un’America derubata, sfruttata, oltraggiata. “Ora tocca a noi prosperare”, ha proclamato, promettendo un’epoca d’oro per la manifattura statunitense. Un ritorno alle fabbriche, ai posti di lavoro “che ci sono stati portati via dalla globalizzazione”, a una prosperità fatta in casa, prodotta negli Stati Uniti e destinata al mercato interno.

Il tono da crociata economica ha coinvolto anche il settore automobilistico, con un dazio del 25% su tutte le auto prodotte al di fuori degli Usa, in vigore già da questa notte.

Dietro la retorica, però, ci sono mosse economiche concrete con conseguenze tangibili. Le Borse asiatiche sono scese, i future statunitensi hanno perso terreno e gli analisti parlano apertamente di recessione per molte economie, a partire da quelle più dipendenti dall’export verso gli Stati Uniti.

Nel frattempo, Trump elenca le aziende pronte a “investire miliardi” in America: da Meta ad Apple, da Honda a Stellantis. L’elenco, letto ad alta voce come una lista della spesa, vuole rassicurare il pubblico interno e intimidire gli avversari: chi vuole vendere in America, dovrà produrre in America.

Ma è davvero così semplice? Il mercato globale, interconnesso e multilaterale, non si piega facilmente a colpi di dazio. I partner commerciali si muovono, negoziano, reagiscono. E l’Europa ha già promesso “una risposta forte e unitaria”.

Trump Delivers Remarks On Reciprocal Tariffs
US President Donald Trump holds a chart as he delivers remarks on reciprocal tariffs during an event in the Rose Garden entitled “Make America Wealthy Again” at the White House in Washington, DC, on April 2, 2025. Trump geared up to unveil sweeping new “Liberation Day” tariffs in a move that threatens to ignite a devastating global trade war. Key US trading partners including the European Union and Britain said they were preparing their responses to Trump’s escalation, as nervous markets fell in Europe and America. (Photo by Brendan SMIALOWSKI / AFP)

L’Unione Europea vista come “peggior nemico commerciale”

L’Unione Europea non se l’aspettava. O meglio, si aspettava qualcosa, ma non una stangata del genere. Da mercoledì 9 aprile, quando scatteranno le aliquote differenziate, per l’Europa, sarà un secco 20%, motivato — secondo Trump — dalla necessità di applicare dazi “reciproci” rispetto a quelli che Bruxelles imporrebbe su beni americani.

“Ci hanno derubato per decenni”, ha tuonato Trump. E giù un elenco di pratiche commerciali giudicate ostili: dal rifiuto del pollame statunitense alla tassazione dei prodotti digitali, passando per le regolamentazioni ambientali che, secondo la Casa Bianca, maschererebbero protezionismo tecnologico.

Le cifre diffuse durante la conferenza — con tono da comizio elettorale — sono altrettanto roboanti: 39% di dazi europei stimati contro gli USA, ridotti a “solo” il 20% per senso di equità. Un gesto definito “gentile” da Trump stesso.

La reazione europea è stata immediata. Giorgia Meloni, prima tra i leader europei a esprimersi pubblicamente, ha definito la decisione di Trump “sbagliata e contraria agli interessi di entrambe le parti”, sottolineando il rischio concreto di “indebolire l’Occidente in favore di altri attori globali”. Anche altri leader europei si sono espressi con durezza, da Emmanuel Macron a Olaf Scholz.

Ma è stata Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, a delineare la posizione dell’Unione con una fermezza mai vista. Da Samarcanda, in Uzbekistan, ha dichiarato che “l’Europa ha tutto ciò di cui ha bisogno per affrontare la tempesta”. Un messaggio chiaro rivolto non solo agli Stati Uniti, ma anche ai partner interni dell’Ue: l’unità è la forza dell’Europa.

Il piano di Bruxelles è già in fase avanzata. Le prime contromisure ai dazi americani sull’acciaio sono quasi pronte, e si lavora a un secondo pacchetto per rispondere alle nuove tariffe su auto, farmaci, semiconduttori e beni di largo consumo. Il tono è quello della difesa: “Se colpisci uno di noi, colpisci tutti noi”. E la strategia è quella di usare la leva del mercato unico — 450 milioni di consumatori, il più grande del mondo — per controbilanciare il protezionismo a stelle e strisce.

Non si tratta solo di reazioni istituzionali. Le associazioni di categoria, in tutta Europa, si stanno mobilitando. I produttori di automobili in Germania, i consorzi agroalimentari italiani, i laboratori farmaceutici francesi: tutti sono potenzialmente colpiti. E tutti chiedono a Bruxelles non solo protezione, ma azione.

Dietro le quinte, però, si lavora ancora a un possibile negoziato. Maroš Šefčovič, commissario europeo al commercio, ha già incontrato più volte i suoi omologhi americani, e continuerà a farlo. L’obiettivo è chiaro: scongiurare una spirale di ritorsioni che rischia di sfuggire di mano. Ma la linea è tracciata: “Difenderemo i nostri interessi e i nostri valori. Ci schiereremo sempre per l’Europa”.

Il mondo si riorganizza sotto il martello di Washington

Mentre Trump riscrive unilateralmente le regole del commercio globale, il mondo osserva — e reagisce. La mappa delle relazioni economiche internazionali si deforma come una lamiera sotto pressione. Il “martello” americano colpisce duro: 60 Paesi etichettati come “peggiori delinquenti”, tariffe fino al 54% per la Cina, 46% per il Vietnam, 36% per la Thailandia, 49% per la Cambogia, 24% per il Giappone, 25% per la Corea del Sud, 31% per la Svizzera. Nessuno, o quasi, è risparmiato.

La Cina, grande protagonista e antagonista della scena economica mondiale, è il bersaglio principale. Il dazio del 34% annunciato il 2 aprile si aggiunge a quelli già esistenti, portando l’imposizione complessiva al 54% su molti beni importati. Una mossa che minaccia di destabilizzare catene di approvvigionamento globali, con effetti a cascata su settori come l’elettronica, l’automotive, la farmaceutica.

Lista Dazi Rapidresponse X
(Official Rapid Response account di the Trump 47 White House su X)
Lista Dazi 2 Rapidresponse X
(Official Rapid Response account di the Trump 47 White House su X)
Lista Dazi 3 Rapidresponse X
(Official Rapid Response account di the Trump 47 White House su X)
Lista Dazi 4 Rapidresponse X
(Official Rapid Response account di the Trump 47 White House su X)

Nel frattempo, Australia e India rispondono con diplomazia ma fermezza. Il primo ministro australiano Anthony Albanese definisce i dazi “totalmente ingiustificati”, ricordando che un vero “dazio reciproco” sarebbe pari a zero. L’India, colpita da un 26%, valuta le contromisure. E intanto si affacciano sulla scena nuovi attori: Brasile, Turchia, Sudafrica — Paesi che potrebbero approfittare del vuoto lasciato dal commercio euro-americano.

In questo scenario, Canada e Messico giocano un ruolo speciale. Esentati temporaneamente dai nuovi dazi grazie all’Usmca, l’accordo di libero scambio firmato nel primo mandato di Trump, osservano con attenzione. Ma l’ombrello protettivo potrebbe crollare: nessuna risposta definitiva è stata data sulla proroga delle esenzioni.

La geopolitica dei dazi è anche una partita interna. Trump vuole galvanizzare il proprio elettorato, presentarsi come il difensore dei lavoratori americani, il restauratore dell’industria nazionale. E con le presidenziali alle porte, ogni dazio diventa anche uno slogan, ogni tariffa un voto potenziale.

Il prezzo della “liberazione”: chi pagherà davvero i dazi di Trump?

Dietro le frasi ad effetto, le bandiere americane sventolate e le promesse di “prosperità”, resta una domanda essenziale: chi pagherà davvero il prezzo di questi dazi? Perché, se da un lato Trump dipinge le tariffe come un’arma per difendere i lavoratori americani, dall’altro gli economisti avvertono che l’impatto potrebbe essere ben diverso — e molto più diffuso.

Olu Sonola, capo della ricerca economica Usa per Fitch Ratings, ha parlato di “game-changer” globale. Il rischio di una recessione non riguarda solo gli Stati Uniti, ma anche i partner commerciali. L’Europa, in particolare, rischia grosso: non solo per l’impatto diretto sulle esportazioni colpite dal dazio del 20%, ma per l’effetto domino sulle catene del valore che coinvolgono aziende multinazionali, pmi e fornitori.

Le prime vittime potrebbero essere i consumatori. Le aziende, per assorbire l’aumento dei costi doganali, avranno due strade: ridurre i margini (difficile), o aumentare i prezzi. Farmaci, auto, elettronica, alimentari: tutto potrebbe costare di più. E le famiglie europee ed americane lo sentiranno nei portafogli.

Poi ci sono le aziende, grandi e piccole. I settori più esposti sono l’automotive — già provato dalla transizione ecologica —, l’agroalimentare e il farmaceutico. L’Italia rischia su diversi fronti: dall’export di macchinari industriali alle auto del gruppo Stellantis, passando per il parmigiano e l’olio d’oliva. Le filiere sono interdipendenti e, in molti casi, irriducibilmente globali.

E infine, ci sono le relazioni internazionali. La manovra di Trump rappresenta uno schiaffo al multilateralismo e all’ordine commerciale costruito dal secondo dopoguerra in poi. Il sistema Wto (World Trade Organization) è aggirato, i negoziati bilaterali ridotti a ultimatum. Il messaggio è: il mondo è cambiato, e chi non si adatta resterà indietro.

Ma davvero la strategia funzionerà? L’economia globale del 2025 non è più quella del 1950. Le economie sono interconnesse, i flussi di capitale e di dati attraversano i confini a una velocità che i dazi non possono fermare. E se l’obiettivo è “rendere l’America ricca di nuovo”, resta da vedere se il protezionismo sarà davvero la strada maestra — o solo un boomerang ben confezionato in chiave elettorale.