Choc petrolio, l’Ue prova a blindarsi

Bruxelles richiama scorte, coordinamento e raffinerie per arginare lo shock legato a Hormuz, ma la tenuta delle forniture non coincide con quella dei prezzi
2 ore fa
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Petroliera George Prokopiou
Petroliera, immagine d'archivio (Canva)

Con la chiusura dello Stretto di Hormuz e il timore di una lunga perturbazione dei mercati energetici, Bruxelles ha chiesto ai governi Ue di prepararsi a difendere gli approvvigionamenti petroliferi e, se necessario, a ricorrere alle scorte strategiche. Il punto non è soltanto la tenuta delle forniture. Per la Commissione il rischio immediato è che la tensione sul greggio e sui prodotti raffinati si trasmetta ai prezzi europei, colpendo trasporti, industria e inflazione.

È su questo crinale che si misura la risposta dell’Unione. Da una parte ci sono strumenti già disponibili -riserve obbligatorie, coordinamento tra Stati membri, monitoraggio dei flussi, tenuta delle raffinerie- pensati per evitare carenze fisiche di carburante. Dall’altra c’è una domanda più difficile: se la crisi si prolunga, quell’ombrello basta anche a contenere una nuova fiammata dei prezzi?

Che cosa ha attivato Bruxelles

La risposta europea, per ora, ha un perimetro preciso e limitato. Bruxelles non ha varato un nuovo pacchetto straordinario con fondi comuni, sussidi o un tetto ai prezzi già definito. Ha rimesso in moto gli strumenti di emergenza che l’Unione possiede già e ha chiesto agli Stati membri di usarli in modo coordinato. Il messaggio della Commissione è che la sicurezza degli approvvigionamenti resta garantita, ma l’Europa deve prepararsi a una perturbazione prolungata del commercio energetico internazionale.

Il primo blocco riguarda le scorte strategiche. I Paesi Ue sono obbligati a mantenere riserve di greggio e prodotti petroliferi pari ad almeno 90 giorni di importazioni nette o 61 giorni di consumi, a seconda del parametro più elevato. Su questo impianto si innesta il rilascio coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia di oltre 400 milioni di barili di scorte di emergenza, al quale l’Europa contribuisce per circa il 20%. È il cuscinetto costruito per assorbire uno shock di offerta e per dare tempo ai governi di reagire senza entrare subito in una logica di scarsità.

Il secondo blocco è il coordinamento operativo. Nella riunione del 19 marzo dell’Oil Coordination Group, Commissione e Stati membri hanno concentrato l’attenzione sul tratto più esposto della filiera, con un focus su jet fuel e diesel. In quella sede i governi hanno riferito che la sicurezza delle forniture restava stabile grazie agli sforzi di diversificazione, pur sotto pressione per le oscillazioni dei prezzi globali, e hanno riconosciuto che la tenuta dipenderà dalla durata e dall’escalation della crisi. La Commissione ha chiesto monitoraggio continuo, scambio trasparente di informazioni e contatto costante con governi, Agenzia internazionale dell’energia e operatori di mercato.

C’è poi un terzo fronte, che riguarda insieme domanda e gestione del mercato. Nella lettera ai ministri dell’Energia, il commissario europeo Dan Jørgensen invita gli Stati a valutare misure volontarie di riduzione dei consumi, con particolare attenzione ai trasporti. Non c’è alcun razionamento obbligatorio e non vengono fissati obiettivi vincolanti, ma il richiamo è chiaro: in una fase di tensione prolungata, contenere la domanda diventa uno strumento di stabilizzazione. Il riferimento è al piano in dieci punti dell’Agenzia internazionale dell’energia per ridurre l’uso del petrolio, che comprende misure immediatamente praticabili come più lavoro da remoto, limiti di velocità più bassi, maggiore ricorso al trasporto pubblico e una gestione più efficiente della logistica merci.

Il punto critico

Sul lato dell’offerta, la Commissione chiede agli Stati di non adottare misure che aumentino il consumo di carburanti, ostacolino la libera circolazione dei prodotti petroliferi o scoraggino l’attività delle raffinerie europee. Il passaggio sulle raffinerie pesa più di quanto sembri. La Commissione sollecita a rinviare la manutenzione non urgente degli impianti e a valutare un maggiore impiego dei biocarburanti per alleggerire la pressione sul mercato dei prodotti fossili. La priorità non è solo avere greggio disponibile, ma mantenere il più possibile la capacità di trasformarlo in carburanti nel momento in cui il segmento dei raffinati è quello più sensibile.

Questa impostazione si spiega anche con il riassetto intervenuto dopo il 2022. Secondo Eurostat, nel 2025 i principali fornitori dell’Ue per le importazioni di petroleum oils sono stati Stati Uniti, Norvegia e Kazakistan. Per il gas in forma gassosa, la Norvegia ha coperto il 52,1% delle importazioni europee; per il gas naturale liquefatto, gli Stati Uniti il 56%. Il ridisegno delle rotte energetiche seguito all’embargo sul petrolio russo via mare e sui prodotti raffinati russi ha ridotto la vulnerabilità diretta dell’Unione a uno shock sul greggio, ma non l’ha messa al riparo da una tensione prolungata sui carburanti e sui prezzi internazionali.

Su questo si regge, per ora, la risposta europea. L’Ue ha attivato una disciplina di crisi fondata su scorte, coordinamento, tenuta delle raffinerie, contenimento della domanda e salvaguardia del mercato interno. Serve a guadagnare tempo, a ridurre il rischio di rotture nelle forniture e a impedire che la prima reazione dei governi sia la frammentazione del mercato unico. Non è ancora una risposta compiuta sul terreno dei prezzi, delle bollette o del sostegno economico.

Dove si ferma l’ombrello Ue

Il limite del dispositivo europeo emerge quando dal piano della sicurezza delle forniture si passa a quello dei prezzi. La Commissione continua a rilevare che, allo stato attuale, non si osservano rischi immediati per la sicurezza dell’approvvigionamento. Ma il tratto più esposto resta quello dei prodotti raffinati, proprio mentre lo Stretto di Hormuz continua a essere uno dei passaggi più delicati del sistema energetico mondiale: nel 2025 vi sono transitati in media 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti petroliferi, pari a circa un quarto del commercio marittimo mondiale di petrolio. Anche interruzioni non prolungate, avverte l’Agenzia internazionale dell’energia, avrebbero effetti rilevanti sui mercati.

La pressione si riflette già nei dati macroeconomici. Eurostat ha stimato per marzo un’inflazione annua del 2,5% nell’area euro, in aumento dall’1,9% di febbraio. La componente energia, che il mese precedente era a -3,1%, è salita al 4,9% ed è risultata la voce con la crescita più alta; i servizi si sono attestati al 3,2%, mentre l’indice al netto dell’energia è sceso al 2,3%. Il segnale è che uno shock energetico può trasmettersi ai prezzi al consumo anche in assenza di una crisi materiale delle forniture, e che la velocità del passaggio dipende dalla sua durata e dalla capacità di estendersi dai carburanti ai costi produttivi e ai servizi.

Per Bruxelles, qui sta il punto più scoperto. Gli strumenti attivati fin qui servono soprattutto a contenere uno shock di disponibilità: scorte, coordinamento, monitoraggio, tenuta delle raffinerie, contenimento della domanda. Possono ridurre il rischio di strozzature e guadagnare tempo. Non possono però impedire che petrolio, carburanti e gas continuino a essere prezzati in mercati internazionali che reagiscono alla geopolitica prima ancora che le interruzioni fisiche si traducano in scarsità sul territorio europeo.

Lo stesso ragionamento vale per il gas. Il 26 marzo la Commissione, riunendo il Gas Coordination Group, ha ribadito che non si osservano rischi immediati per la sicurezza delle forniture, ma ha anche invitato gli Stati membri a usare fin dall’inizio della stagione di riempimento la flessibilità prevista dal regolamento sugli stoccaggi, incluso il possibile abbassamento dell’obiettivo all’80%. I livelli di stoccaggio, ha segnalato Bruxelles, restano sotto la media degli ultimi cinque anni, e un’iniezione anticipata dovrebbe servire proprio a ridurre la pressione sui prezzi ed evitare una corsa a fine estate.

È su questo terreno che si apre il secondo livello della risposta europea, quello non ancora definito. La prima linea è già operativa ed è quella descritta dalla Commissione: preparazione coordinata, riserve obbligatorie, risparmio volontario dei carburanti, tutela del mercato interno, rinvio della manutenzione non urgente delle raffinerie, maggiore ricorso ai biocarburanti. Resta invece aperto il capitolo delle misure capaci di attenuare l’impatto dei rincari su famiglie e imprese, nel caso in cui la perturbazione dei mercati energetici si prolunghi.

Su questa fragilità pesa anche un dato strutturale. La diversificazione costruita dopo il 2022 ha ridotto la dipendenza diretta dell’Unione da singoli fornitori e ha reso il sistema più solido sul fronte della sicurezza fisica. Non ha però eliminato l’esposizione dell’economia europea a uno shock energetico globale. Finché una quota così rilevante dei flussi mondiali continua a passare per Hormuz, la tensione si scarica sui prezzi internazionali anche per chi dipende meno direttamente da quell’area. Ed è su questo scarto, tra sicurezza delle forniture e capacità di contenere i rincari, che si misura il limite della risposta europea.