Lo Stretto di Hormuz è chiuso, ma non per tutti. Anzi, sfruttando quella lingua di mare tra Iran e Oman, Teheran sta esportando più petrolio adesso che prima della guerra, agevolando (direttamente) la Cina e (indirettamente) la Russia.
I dati registrati dalla società di tracciamento delle petroliere Kpler – verificati e ripresi dal Wall Street Journal – certificano il controllo de facto esercitato dai Pasdaran su una delle zone più strategiche del mondo e imbarazzano Washington: pur di non far collassare il mercato dell’energia, oggi gli Stati Uniti hanno revocato temporaneamente e parzialmente le sanzioni sul petrolio russo, imposte dopo l’invasione ucraina.
Secondo alcuni analisti, Donald Trump e il Pentagono hanno sottovalutato l’importanza dello Stretto di Hormuz, che si sta dimostrando un’ancora di salvezza finanziaria (e forse geopolitica) per Teheran.
Il petrolio dell’Iran per la Cina
Stando ai dati di Kpler, dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, sette petroliere hanno caricato petrolio al largo delle coste iraniane, con almeno due carichi recenti dal Golfo Persico. Queste petroliere hanno caricato mediamente 2,1 milioni di barili di petrolio iraniano al giorno per sei giorni.
Prima del 28 febbraio, l’Iran esportava circa 2 milioni di barili al giorno: in pratica, mentre gli altri Paesi hanno eliminato e drasticamente ridotto le esportazioni, Teheran non sta avendo alcun problema. Perché decide lei chi far passare e perché a Pechino fa comodo il greggio iraniano.
Secondo il tracciamento di Kpler, la maggior parte delle petroliere iraniane si stanno dirigendo in Cina, a bordo flotta ombra. “Quasi tutte le navi che attraversano lo Stretto sono collegate all’Iran o alla Cina“, ha detto Christopher Long, responsabile dell’intelligence presso la società britannica di sicurezza marittima Neptune P2P Group. Lloyds List Intelligence calcola che dal 28 febbraio al 10 marzo solo 15 hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, per lo più appartenenti alla flotta ombra che trasportava petrolio iraniano verso Cina e India. Le ipotesi diventano certezze sentendo gli audio intercettati dalle altre imbarcazioni e riportati dal Wall Strett Journal: “Siamo una nave cinese. Stiamo arrivando e siamo amichevoli”, riferiscono ai Pasdaran i naviganti, che in questo modo non diventano preda degli attacchi iraniani.
Le minacce dei Pasdaran su Hormuz
Nel frattempo, i Guardiani della Rivoluzione minacciano di attaccare qualsiasi nave (non cinese o iraniana) che tenti di attraversare lo Stretto, incluse quelle turistiche. A parte gli iraniani non passa quasi nessuno, a parte chi accetta il pericolo in cambio di lauti affari. È il caso di Georgie Prokopiou, l’armatore greco che è riuscito a far transitare almeno 5 navi della sua Dynacom Tankers dallo Stretto, promettendo lauti guadagni e armando le petroliere per rispondere a un eventuale attacco iraniano.
Dall’inizio della guerra in Iran, l’esercito iraniano ha già attaccato una decina di natanti, convincendone oltre mille a non tentare la sorte. Secondo i calcoli di Lloyd’s List Intelligence fra i primi 5 giorni di febbraio il traffico è calato di circa il 91%. E secondo JPMorgan, se lo Stretto dovesse rimanere bloccato per due settimane, le forniture di greggio della regione del Golfo potrebbero diminuire di circa 3,8 milioni di barili al giorno, più del 3% della produzione mondiale.
La rabbia di Trump: “Navi tirino fuori le palle”
La situazione è sempre più invisa alla Casa Bianca e Donald Trump è stizzito: secondo il presidente americano, sentito da Fox News, le navi mercantili fermate vicino allo Stretto di Hormuz dovrebbero “tirare fuori le palle e attraversarlo”. Diversi rappresentanti democratici hanno criticato il commento accusando Trump di sottovalutare i rischi della guerra.
Nel frattempo, secondo il Financial Times, alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia e la Francia, hanno avviato colloqui con Teheran per negoziare un accordo che garantisca un passaggio sicuro alle loro navi attraverso quella lingua di mare, larga appena 30 chilometri nel suo punto più stretto, che sta spostando gli equilibri del mercato energetico globale. E forse non solo di quello.
