Come l’Ue sta aumentando la spesa per la difesa

Prestiti, clausole di flessibilità e nuovi strumenti industriali: così Bruxelles accelera sul riarmo e sulla prontezza al 2030
2 ore fa
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Ucraina soldati sparano contro gli occupanti russi
Ucraina soldati sparano contro gli occupanti russi (IPA/Fotogramma)

A Bruxelles non si parla più di “dibattito sulla difesa”: ormai si tratta di attuazione. A tre anni dall’invasione russa dell’Ucraina e a pochi mesi dall’adozione del piano ReArm Europe/Prontezza 2030, l’Unione Europea e i suoi Stati membri hanno imboccato la strada di un riarmo senza precedenti. Nel 2024 la spesa per la difesa è arrivata a 326 miliardi di euro, con un incremento superiore al 30% rispetto al 2021. Bruxelles ha già messo in campo prestiti, clausole di flessibilità e strumenti industriali con un obiettivo preciso: colmare i gap strategici, ridurre la dipendenza da fornitori esterni e garantire la capacità di produrre ed equipaggiare a ritmi compatibili con l’attuale quadro di sicurezza.
La cornice resta quella definita a Versailles nel marzo 2022, quando i leader Ue convennero sulla necessità di “investire di più e meglio” nella difesa. Da allora la macchina legislativa e finanziaria europea non si è fermata: dalla creazione dello strumento Safe alla proposta di un programma industriale per la difesa europea, fino al pacchetto “Omnibus” per la semplificazione normativa.
L’ambizione è quella di rendere l’Europa capace di agire in autonomia, pur restando complementare alla Nato.

Il salto di scala da 800 miliardi

Il cuore della nuova strategia europea è il piano ReArm Europe/Prontezza 2030, presentato nel marzo 2025. L’orizzonte è quello di un massiccio aumento degli investimenti che potrebbe raggiungere fino a 800 miliardi di euro di spesa supplementare nei prossimi anni. La Commissione ha disegnato un pacchetto di misure che intreccia urgenza e prospettiva: da un lato, garantire forniture rapide e sostegno all’Ucraina; dall’altro, rafforzare la base industriale europea, creando capacità produttiva e logistica che restino in piedi nel lungo termine.

La cifra impressiona, ma è la struttura del piano a fare la differenza. Il Safe (Strumento di Azione per la Sicurezza dell’Europa) costituisce il primo pilastro, con la possibilità di attivare fino a 150 miliardi di prestiti dal bilancio Ue per appalti comuni nel settore della difesa. In parallelo, il Consiglio Ecofin ha approvato l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per 15 Stati membri (tra cui Polonia, Finlandia, Portogallo e Grecia, ma non l’Italia), consentendo uno sforamento dei conti pubblici fino all’1,5% del Pil, per quattro anni, esclusivamente a favore di spese militari. Una misura che segna il punto di contatto tra la politica di stabilità finanziaria e la nuova priorità della sicurezza.
Il piano non riguarda solo gli Stati. Anche il bilancio dell’Ue mette sul tavolo risorse dirette: 8,8 miliardi per ricerca e sviluppo, 1,7 miliardi per la mobilità militare, 300 milioni per appalti congiunti e 500 milioni per la produzione di munizioni. A ciò si aggiunge il futuro Programma per l’industria europea della difesa (Edip), con 1,5 miliardi in sovvenzioni entro il 2027. La Commissione ha ribadito che il piano non sostituisce gli impegni nazionali, ma li moltiplica. La logica è quella delle economie di scala e della riduzione delle strozzature burocratiche che, fino a oggi, hanno frammentato il mercato europeo della difesa.

Come cambiano i bilanci della difesa

I numeri mostrano una tendenza che va ben oltre la retorica politica. Nel 2024 gli Stati membri hanno destinato 326 miliardi di euro alla difesa, pari all’1,9% del Pil dell’Unione. Una cifra che segna un’accelerazione rispetto al decennio precedente e che riflette soprattutto l’urgenza innescata dal conflitto in Ucraina. 102 miliardi di quella somma sono stati investimenti diretti in equipaggiamenti e infrastrutture, con un tasso di crescita superiore al 30% in tre anni.

Il salto di qualità sta però nella combinazione tra spesa nazionale e strumenti comunitari. Lo strumento europeo per la pace (Epf), operativo dal 2021 e finanziato con oltre 17 miliardi di euro da contributi intergovernativi, è diventato un pilastro di sostegno alle forniture militari all’Ucraina e di stabilizzazione in aree di crisi. In parallelo, Safe introduce per la prima volta la leva del prestito comune per la difesa, aprendo anche ai Paesi dello Spazio economico europeo e ai candidati all’adesione, con la possibilità di appalti congiunti.

La cornice normativa si è rafforzata con la proposta della Commissione di semplificare l’accesso ai fondi comunitari e consentire agli Stati di riallocare risorse dai programmi di coesione verso la difesa, e con l’Omnibus di giugno 2025, un pacchetto legislativo che riduce i tempi di trasferimento intra-Ue di materiale militare e introduce procedure accelerate per le infrastrutture. In questo modo, le decisioni politiche hanno trovato un immediato sbocco operativo.

L’effetto politico è duplice. Da un lato, l’Ue crea un “ombrello finanziario” che rende più prevedibili le spese militari nazionali. Dall’altro, spinge verso l’interoperabilità dei sistemi, evitando che ogni capitale segua linee di approvvigionamento militare scollegati. La clausola di salvaguardia fiscale completa il quadro, offrendo margini di bilancio che fino a pochi anni fa sarebbero stati impensabili. L’obiettivo non è solo aumentare le cifre, ma orientarle verso un mercato integrato e meno dispersivo, riducendo duplicazioni e competizione interna.

La nuova filiera europea della difesa

La dimensione industriale è forse la più delicata e strategica del nuovo corso. Per Bruxelles non basta alzare la spesa: serve assicurarsi che l’industria europea della difesa sia in grado di produrre a ritmi e volumi compatibili con le esigenze. Da qui l’adozione del programma Edip e del pacchetto “omnibus” per la prontezza alla difesa, che punta a eliminare colli di bottiglia normativi: snellimento negli appalti, trasferimenti intra-Ue più rapidi di materiale militare, corsie preferenziali per progetti infrastrutturali e una revisione delle regole ambientali e chimiche per adattarle al settore difesa.
Un altro tassello è la mobilitazione dei capitali privati. La Banca europea per gli investimenti (Bei) ha deciso nel 2025 di triplicare i finanziamenti intermediati a favore dei fornitori del comparto difesa, portandoli a 3 miliardi di euro, con un focus sulle pmi che faticano ad accedere al credito. Parallelamente, l’Unione del risparmio e degli investimenti mira a canalizzare i risparmi dei cittadini europei verso settori strategici, compresa la difesa.

Sul piano politico, questo significa legittimare il settore come parte integrante della politica industriale Ue, allineandolo agli altri comparti strategici come l’energia o il digitale. Sul piano operativo, significa dotare la catena di approvvigionamento europea di strumenti finanziari che le consentano di competere con giganti extra-Ue. In questo senso, la svolta segna un cambiamento culturale: la difesa non è più solo materia di sicurezza, ma anche di competitività economica e tecnologica.

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