Sanchez: “Atlantismo non significa vassallaggio”

Il premier spagnolo richiama l’Europa a un rapporto tra pari con Washington mentre le tensioni sulla Groenlandia riaprono il nodo dell’equilibrio transatlantico
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Pedro Sanchez, primo ministro spagnolo (Afp)

L’atlantismo non significa vassallaggio agli Stati Uniti”. Pedro Sánchez lo ha affermato a Madrid al termine dell’incontro con il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, intervenendo sulle tensioni transatlantiche riaccese dalle posizioni dell’amministrazione di Donald Trump sulla Groenlandia. Una dichiarazione che non mette in discussione l’alleanza, ma ne espone una fragilità politica sempre meno eludibile.

“Siamo un governo filo-atlantico, ma non ammettiamo disuguaglianze in questa relazione”, ha chiarito Sánchez, richiamando la necessità di un rapporto “da pari a pari”. Il riferimento alla Groenlandia, territorio autonomo del Regno di Danimarca, sposta il confronto su un piano concreto: quando le pressioni di un alleato toccano la sovranità europea, l’atlantismo smette di essere una formula di principio e diventa una questione politica aperta.

Perché si parla di atlantismo

Nel dibattito europeo, l’atlantismo indica il legame strategico, politico e militare costruito nel secondo dopoguerra tra Europa e Stati Uniti, fondato sulla Nato e su una convergenza di interessi che ha garantito stabilità e sicurezza al continente. Per decenni, questo rapporto ha funzionato come cornice implicita delle scelte di politica estera europee, raramente messa in discussione sul piano politico.

Quel modello si reggeva su un equilibrio non scritto: protezione militare americana in cambio di un allineamento sostanziale. Oggi quell’equilibrio è sottoposto a pressioni crescenti. Le priorità strategiche di Washington non coincidono più automaticamente con quelle europee e il ricorso a iniziative unilaterali ha ristretto gli spazi di confronto tra alleati. In questo contesto, l’atlantismo non è più un dato acquisito, ma un concetto che richiede chiarimenti.

È su questo terreno che interviene Sánchez. Parlare di atlantismo “senza vassallaggio” significa riportare l’alleanza su un piano esplicitamente politico, in cui la cooperazione non esclude il dissenso e la lealtà non implica subordinazione. Non una messa in discussione del legame transatlantico, ma la constatazione che le sue regole informali non funzionano più come in passato.

Madrid fissa i limiti dell’alleanza

Nel corso della conferenza stampa congiunta, Sánchez ha delimitato con chiarezza la posizione spagnola. La Spagna resta impegnata nella Nato e nella cooperazione con gli Stati Uniti, ma respinge l’idea che l’alleanza comporti una rinuncia preventiva all’autonomia decisionale. L’atlantismo, nella definizione proposta da Madrid, resta una scelta strategica, non una delega permanente.

Il passaggio è significativo perché interviene su una zona che l’Europa ha a lungo evitato di definire. Il rafforzamento delle iniziative unilaterali statunitensi, accompagnato da un indebolimento delle sedi multilaterali, ha reso più evidente l’asimmetria nei rapporti di forza. In questo quadro, il richiamo alla fermezza non ha il tono della rivendicazione identitaria, ma quello di una presa d’atto.

Sánchez evita lo scontro frontale, ma il messaggio è difficilmente equivocabile: un’alleanza che funziona solo se uno decide e gli altri si adeguano non è sostenibile nel tempo. La posizione spagnola chiama in causa anche gli altri governi europei, invitati a interrogarsi su quanto spazio intendano riservare al confronto politico all’interno del rapporto con Washington.

La Groenlandia come punto di frizione

Il dossier Groenlandia concentra in un solo caso molte delle tensioni che attraversano oggi il rapporto transatlantico. Le mire statunitensi su un territorio europeo hanno riportato al centro una questione che Bruxelles tende a trattare con cautela: la validità delle regole comuni anche quando entrano in gioco gli interessi di un alleato dominante.

Per Madrid, il tema non riguarda soltanto la Danimarca. È in gioco la credibilità dell’Unione come soggetto politico capace di difendere la sovranità dei propri membri senza eccezioni implicite. Sánchez ha sottolineato che la sicurezza collettiva non può essere interpretata in modo selettivo e che la difesa dell’Alleanza non giustifica pressioni territoriali o politiche su uno Stato membro.

Il rischio, in assenza di una risposta europea, è quello di consolidare una prassi in cui il diritto internazionale diventa negoziabile. In un contesto già segnato dalla competizione tra grandi potenze, questo indebolimento avrebbe effetti che vanno oltre il caso artico. A rafforzare la coerenza della posizione spagnola è il richiamo all’impegno militare sul fianco orientale dell’Europa: oltre duemila militari dispiegati in risposta alla minaccia russa, a conferma che la richiesta di rapporti paritari non nasce da una distanza dall’Alleanza, ma da una partecipazione diretta alle sue responsabilità.