“Nessuno può ricattare il Consiglio europeo. Nessuno può ricattare l’Unione europea”. Il comportamento di Viktor Orbán è “inaccettabile”. Il presidente del Consiglio europeo António Costa dà voce all’esasperazione dei leder del blocco, dopo la fumata nera, nerissima, al vertice di ieri sul prestito da 90 miliardi vitale per Kiev, già deciso al precedente incontro di dicembre ma ora bloccato dal premier ungherese.
Nessuno si aspettava che il magiaro cambiasse idea, in realtà, ma ciò non toglie che Budapest abbia passato “una linea rossa”, come ha sottolineato ancora Costa. In ogni caso, con o senza di lui, Bruxelles riuscirà a dare i soldi a Kiev, che ne ha assoluto bisogno per poter continuare a resistere all’invasione russa e per mandare avanti la propria macchina amministrativa.
Secondo calcoli precedenti, l’Ucraina sarebbe rimasta a corto di fondi per la fine di marzo, ma un prestito da 8,1 miliardi di euro dal Fondo monetario internazionale ha fatto guadagnare tempo. Non tantissimo, fino a maggio. Appena sufficiente per attendere le elezioni legislative ungheresi del 12 aprile, dalle quali per la prima volta in 16 anni Orbán potrebbe uscire sconfitto a favore di Peter Magyar, più filoeuropeo.
Orbán cavalca il no al prestito per fini elettorali
Qui cade il nodo della questione, iniziata a fine gennaio con il danneggiamento da parte russa dell’oleodotto Druzhba (che ironicamente significa ‘amicizia’), fondamentale per il trasporto del greggio verso Ungheria e Slovacchia. Orbán ha accusato Kiev di non volerlo riparare volontariamente, causando in questo modo un blocco energetico per il suo Paese. Il premier ucraino Volodymyr Zelensky ha smentito e ha sottolineato che il problema sono i ripetuti attacchi di Mosca, arrivando però a minacciare più o meno velatamente la controparte.
L’ungherese, al momento molto sfavorito nei sondaggi, ha deciso di giocare la carta del vittimismo e del nazionalismo per ottenere favore elettorale, arrivando a definire il suo avversario un candidato fantoccio di Bruxelles. “La posizione ungherese è molto semplice. Saremo pronti a sostenere l’Ucraina quando riavremo il nostro petrolio, che è bloccato da loro”, ha chiarito Orbán ieri sera, sottolineando che “è una questione di sopravvivenza, non è uno scherzo, un gioco politico”.
“Le istituzioni europee, comprese alcune componenti della Commissione e del Parlamento europeo, vorrebbero un cambio di governo in Ungheria. E lo finanziano”, ha rincarato uscendo dalla riunione.
Orbán irremovibile
Insomma, nessuno era particolarmente ottimista verso un cambio di idea del premier magiaro, né sul prestito da 90 miliardi né sul 20mo pacchetto di sanzioni verso la Russia, che il blocco voleva approvare il 24 febbraio, anniversario dell’inizio della guerra e anch’esso bloccato. Ma allo stesso tempo Bruxelles non intende fornire a quello che è uno dei più longevi leader del blocco, nonché più longeva spina nel fianco, ulteriore materia per fare campagna elettorale.
Anzi, nei giorni scorsi la Commissione europea aveva fatto dei passi verso Orbán inviando una missione di esperti in Ucraina per ispezionare l’oleodotto Druzhba, in linea con le richieste di Ungheria e Slovacchia, e annunciando finanziamenti per riparare l’oleodotto. Al tavolo di ieri, Costa ha ribadito che “il ripristino dell’infrastruttura dipende esclusivamente dalla capacità dell’Ucraina di ripararlo e dalla volontà della Russia di non distruggerlo nuovamente”.
“Solo la Russia può decidere se tentare nuovamente di distruggere l’oleodotto Druzhba”, ha sottolineato Costa, ricordando che Mosca lo ha attaccato più di 20 volte dal 2022. “Non si agisce in buona fede quando si pone una condizione che né l’Unione Europea né gli Stati membri possono garantire”, ha aggiunto.
Zelensky, in videocollegamento, pur sottolineando la contraddizione di dover riparare un oleodotto che porta greggio verso l’Europa, che sta abbandonando le fonti energetiche russe, e con i cui profitti Mosca finanzia la guerra, si è “impegnato a ripristinare pienamente il flusso di petrolio il prima possibile e a onorare pienamente il ruolo dell’Ucraina come partner energetico affidabile dell’Ue”.
Ma è stato tutto inutile. “Finché Zelensky non revocherà il blocco petrolifero, non riceveranno alcun finanziamento da Bruxelles”, ha scritto Orban su X, rivendicando di “difeso l’interesse nazionale ungherese”.
L’Ue attende
Di fatto, tutto si riduce ad attendere l’esito del voto del 12 aprile, che però potrebbe non risolvere la questione. Non solo perché Orbán alla fine potrebbe riuscire ad essere rieletto, ma perché, anche se perdesse, c’è già il premier slovacco Robert Fico pronto a raccoglierne il testimone. Lo ha già dichiarato molto apertamente, oltre ad informare il Consiglio europeo di aver decretato lo “stato di emergenza petrolifera in Slovacchia”, a causa della “decisione unilaterale” di Kiev di non interrompere l’oleodotto.
Non a caso, ieri sera il Consiglio ha approvato le conclusioni sull’Ucraina senza Budapest e Bratislava.
“In un modo o nell’altro, Kiev avrà quei soldi”
Bruxelles ha comunque garantito che Kiev quei soldi li avrà. “In un modo o nell’altro, raggiungeremo il nostro obiettivo. Oggi abbiamo rafforzato la nostra determinazione”, ha affermato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, ricordando come a dicembre Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca avessero concordato in sede di Consiglio di acconsentire al prestito pur rimanendone fuori.
“Tale condizione è stata soddisfatta. Quindi, chiariamo la situazione: il prestito rimane bloccato perché uno dei leader non sta mantenendo la parola data”, ha affermato.
“Le alternative ci sono, ma vediamo come va. Ci vorrà anche un certo carattere politico da parte di tutti noi”, ha detto Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza suggerendo che una soluzione potrebbero essere il petrolio dalla Croazia.
“Grave atto di slealtà”
Il comportamento del primo ministro ungherese è stato condannato da tutti gli altri leader (tranne da Fico, ovviamente, e con qualche voce più morbida come quella della premier italiana Giorgia Meloni, che ha invitato a “comprendere” le motivazioni di Budapest, pur senza sortire effetto).
I primo ministro svedese dopo il vertice ha dichiarato ai giornalisti che le critiche dei leader nei confronti dell’ungherese erano state “molto, molto dure”, le peggiori che avesse mai sentito a un incontro del genere.
“Un accordo è un accordo e tutti i leader devono rispettare la parola data“, ha detto Costa al termine del Consiglio, che peraltro doveva essere dedicato alla competitività ma è stato soverchiato dall’urgenza della questione ucraina e della crisi nel Golfo innescata dall’operazione Epic Fury di Stati Uniti e Israele.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha accusato Orbán di un “grave atto di slealtà” che “lascerà il segno. Si tratta di una grave violazione del principio di lealtà reciproca tra gli Stati membri, (che) mina la capacità di agire dell’Unione europea e danneggia la reputazione dell’Unione europea”.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha avvertito che le preoccupazioni relative alla sicurezza energetica “non devono essere strumentalizzate”.
Le opzioni al prossimo Consiglio
Nonostante tutto, il Consiglio si è mantenuto ottimista chiarendo di attendere “con interesse la prima erogazione all’Ucraina entro l’inizio di aprile” e “la rapida adozione del ventesimo pacchetto di sanzioni“.
Ma la situazione non dovesse sbloccarsi, il vertice dei leader del 23 e 24 aprile, a Cipro, potrebbe infuocarsi: sul tavolo potrebbero esserci diverse ipotesi come il congelamento di ulteriori finanziamenti a Budapest, la citazione in giudizio del Paese presso la Corte di giustizia dell’Ue, l’imposizione di multe e, ultima spiaggia, l’opzione nucleare: la privazione del diritto di voto.
