Il Portogallo ha eletto António José Seguro presidente della Repubblica: socialista moderato, dichiaratamente europeista, ha vinto il ballottaggio con numeri da plebiscito, mentre anche in Portogallo la destra radicale si attesta su un terzo dell’elettorato. La vittoria arriva dopo un primo turno che lo aveva già portato in testa e aveva qualificato André Ventura come avversario principale. Seguro ha chiuso con il 66,82% e 3.482.481 voti, il dato più alto in valore assoluto per un’elezione presidenziale nel Paese. L’ex segretario del Partito Socialista, sostenitore di una sinistra istituzionale attenta alla coesione sociale e alla mediazione, ha prevalso nettamente su André Ventura, fermo al 33,18%. Un risultato che, pur nella sconfitta, consolida il partito politico portoghese di destra radicale Chega come perno dell’opposizione e piattaforma per la prossima battaglia legislativa.
La fotografia è doppia e non la cambia il maltempo che ha segnato il voto: l’affluenza è rimasta attorno alla metà degli aventi diritto (50,11%), con rinvii localizzati nelle aree più colpite dalle inondazioni. Sullo sfondo, oggi pomeriggio il presidente uscente Marcelo Rebelo de Sousa riceverà il presidente eletto a Belém, la sede ufficiale del Presidente della Repubblica; il mandato inizierà il 9 marzo, con una transizione che apre subito la questione centrale: quanto spazio avrà un capo dello Stato di area socialista, eletto con un mandato ampio ma orientato alla cooperazione, in una coabitazione con un governo conservatore di minoranza, e quanto quella convivenza inciderà sulla postura del Portogallo nei dossier europei.
Belém non è solo protocollo
La presidenza portoghese è spesso descritta come cerimoniale, ma la Costituzione attribuisce al capo dello Stato leve che, in un Parlamento frammentato, diventano determinanti: il Presidente può sciogliere l’Assembleia da República, nominare il primo ministro, accettare le dimissioni dell’esecutivo in caso di crisi e rinviare le leggi con il veto politico, imponendo una nuova deliberazione parlamentare con maggioranze rafforzate. È un arsenale che di norma resta sullo sfondo quando c’è un esecutivo stabile; diventa invece un fattore di disciplina quando il governo è di minoranza e la finestra elettorale non è immediata. È qui che si misura la portata della vittoria di Seguro: non solo nell’ampiezza dei consensi, ma nella legittimazione a intervenire senza essere accusato di forzare il perimetro del ruolo presidenziale.
Il governo di Luís Montenegro, centrodestra, alla guida della Aliança Democrática e sostenuto da una maggioranza relativa, ha impostato la lettura istituzionale del risultato nel giro di poche ore, rivendicando disponibilità alla cooperazione e stabilità come obiettivo esplicito. In una nota ufficiale, il premier ha richiamato lo “spirito di convergenza” e ha legato la fase che si apre a “circa tre anni e mezzo senza elezioni nazionali”, presentandola come un’opportunità per portare avanti programma e riforme. Il messaggio è rivolto tanto al presidente eletto quanto alle opposizioni: se Belém assume un ruolo interventista, l’equilibrio si indebolisce; se resta garante e mediatore, l’esecutivo può tentare di costruire maggioranze variabili sui dossier chiave, dal bilancio alle riforme amministrative. La questione politica non riguarda quindi la retorica della “presidenza moderata”, ma la disponibilità del nuovo capo dello Stato a usare gli strumenti costituzionali come deterrente, soprattutto su terreni sensibili come la riforma del lavoro, sulla quale Seguro ha già segnalato che non intende concedere automatismi.
Chega dopo il ballottaggio
Il ballottaggio ha prodotto un fronte anti-Chega largo, e questo spiega la forbice finale. Ma il 33% di André Ventura in una presidenziale resta un fatto politico rilevante: certifica che l’area radicale ha superato la soglia della marginalità e dispone ora di una base elettorale solida, spendibile nella prossima competizione legislativa. La sconfitta non interrompe il percorso di Chega, anzi ne ridefinisce l’obiettivo. Ventura esce dal voto rafforzato come punto di riferimento del campo di destra alternativa e come interlocutore inevitabile nel sistema politico portoghese. La mobilitazione che ne ha impedito l’elezione ha funzionato sul piano aritmetico, ma ha avuto anche un effetto strutturale: ha consolidato il suo ruolo di avversario permanente, non episodico. È un passaggio che, in altri contesti europei, ha spesso coinciso con l’ingresso della destra radicale in una fase di stabilizzazione elettorale.
C’è poi un aspetto che riguarda direttamente l’Unione europea. Il sostegno trasversale a António José Seguro, motivato dalla volontà di fermare Chega, offre a Ventura un argomento politico già collaudato: la rappresentazione di un blocco centrista indistinto, pronto a convergere per difendere l’esistente. È una chiave che diventa spendibile quando il governo è chiamato ad assumere decisioni costose o divisive, dall’attuazione del Pnrr ai vincoli di bilancio, dalla gestione dei flussi migratori alle riforme su lavoro e sicurezza. Finora il Portogallo era rimasto ai margini della crescita elettorale dell’estrema destra osservata in altri grandi Paesi membri; il voto presidenziale riduce quella distanza e aumenta la probabilità che anche Lisbona entri in una fase di equilibrio fondato su cordoni sanitari fragili e maggioranze variabili, con un’opinione pubblica più contendibile. In un sistema semipresidenziale, questo dato pesa: la corsa di Ventura ha mostrato quanto l’accesso a una carica di vertice avrebbe potuto ampliare la sua capacità di pressione sul governo e sul calendario politico, anche in assenza di controllo diretto dell’esecutivo.
Il doppio baricentro europeo di Lisbona
Per l’Unione europea la fase che si apre in Portogallo va letta su due piani. Da un lato, António Costa, ex primo ministro portoghese, guida oggi il Consiglio europeo e colloca Lisbona nel cuore del processo di composizione tra governi. Dall’altro, l’elezione di António José Seguro introduce un secondo baricentro interno, istituzionale, che può incidere sul modo in cui il Paese arriva ai tavoli europei più sensibili. Il messaggio di congratulazioni inviato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, con il richiamo alla “voce del Portogallo a sostegno dei valori europei condivisi”, segnala una continuità di campo che a Bruxelles viene data per acquisita, ma che sul piano interno richiede equilibrio e gestione politica. Il Presidente non negozia direttamente in sede europea, ma può influenzare l’indirizzo nazionale e, soprattutto, i tempi delle scelte, in un contesto in cui il governo opera senza una maggioranza autonoma.
Questo equilibrio diventa rilevante quando l’agenda europea incrocia dossier socialmente sensibili. L’esecutivo di centrodestra guidato da Luís Montenegro presenta le riforme del lavoro come una leva per produttività e crescita; da Belém, Seguro ha già fatto sapere che non intende avallare automatismi in assenza di un’intesa con le parti sociali. La tensione tra competitività e compromesso sociale non è una specificità portoghese, ma nel caso di Lisbona assume un peso particolare: ogni scelta percepita come sbilanciata rischia di alimentare la polarizzazione interna, in un Paese dove la destra radicale ha ormai raggiunto un terzo dell’elettorato. In questo quadro, la credibilità europea del Portogallo può essere rafforzata da una presidenza garante e cooperativa, ma anche messa alla prova se il costo politico interno delle riforme dovesse crescere, rallentando decisioni che a Bruxelles vengono considerate prioritarie.
Il fattore Presidenza nell’emergenza
Se Bruxelles saluta la continuità del Portogallo nello spazio dei “valori comuni”, la prova vera passa da scelte molto meno simboliche: soldi, tempi, cantieri, compensazioni. Le tempeste delle ultime settimane hanno lasciato un conto che il governo ha già iniziato a quantificare, parlando di un pacchetto da 2,5 miliardi per la risposta e di un possibile ricorso anche a strumenti europei come il Fondo di solidarietà, oltre a margini di riallocazione nei fondi di ripresa. È qui che la politica interna torna a pesare sull’agenda comunitaria: l’emergenza non è solo un capitolo di protezione civile, ma un test sulla capacità dello Stato di tenere insieme riparazioni immediate e investimenti programmati, senza inceppare procedure, appalti e autorizzazioni. Il rischio operativo è evidente: le stesse amministrazioni locali e centrali chiamate a gestire l’urgenza sono anche quelle che devono rispettare milestones e target del Pnrr.
Il piano portoghese, ricalibrato e ampliato, vale 22,2 miliardi (16,3 in sovvenzioni e 5,9 in prestiti), con una quota importante destinata a clima (41%) e digitale (21%). In questo contesto il Presidente non firma capitoli di spesa, ma può incidere in modo tutt’altro che marginale. Può chiedere trasparenza sui criteri di priorità, spingere per un coordinamento più serrato tra governo e territori, e soprattutto imporre un ritmo istituzionale che riduca il margine per decisioni improvvisate. Può anche scegliere se trasformare la crisi climatica in un terreno di convergenza nazionale o in un contenzioso politico, con conseguenze sui tempi del bilancio e sulle riforme correlate. La partita diventa delicata perché si gioca insieme alla stabilità parlamentare: un esecutivo di minoranza deve tenere aperti canali con opposizioni e parti sociali proprio mentre la gestione dell’emergenza aumenta la domanda di spesa e alimenta aspettative immediate. Belém, in questa fase, può favorire compromessi a scadenza per tenere in marcia Pnrr e ricostruzione, oppure irrigidire il quadro se percepisce forzature su riforme ad alto costo sociale.
