La Commissione per le libertà civili (Libe) del Parlamento europeo ha compiuto un passo decisivo verso la riforma delle politiche di rimpatrio dell’Unione europea. Con il voto di lunedì 9 marzo 2026, gli eurodeputati hanno adottato una posizione che introduce regole più stringenti per i cittadini di Paesi terzi che soggiornano illegalmente nell’Ue, stabilendo un principio chiaro: l’obbligo di cooperazione attiva per facilitare il proprio allontanamento dal territorio europeo. Ecco cosa cambia.
Il dovere di collaborazione e le sanzioni
Secondo il testo approvato con 41 voti favorevoli, 32 contrari e 1 astensione, chiunque sia destinatario di una decisione di rimpatrio sarà obbligato a collaborare con le autorità nazionali competenti. Questa collaborazione non è facoltativa e include diversi compiti specifici per il migrante, come:
- Fornire tutte le informazioni necessarie per accertare la propria identità.
- Consegnare documenti di viaggio e dati biometrici.
- Rimanere a disposizione delle autorità durante l’intera procedura, evitando il rischio di fuga.
Per chi sceglie di non collaborare o tenta di ostacolare il processo, le conseguenze saranno pesanti. La riforma prevede che i migranti possano essere trattenuti fino a un massimo di 24 mesi qualora rifiutino di cooperare o se esiste un concreto rischio che si rendano irreperibili. Sono inoltre previste altre sanzioni, come la riduzione dei benefici economici o l’imposizione di divieti di ingresso nell’Ue di durata variabile, che possono diventare permanenti per chi rappresenta una minaccia alla sicurezza.
Un sistema unico per tutta l’Europa
Una delle novità più rilevanti è l’istituzione dell’“Ordine di rimpatrio europeo”. Si tratta di un modulo standardizzato che sarà inserito nel Sistema d’informazione Schengen (Sis), rendendo la decisione di rimpatrio visibile ed efficace in tutti gli Stati membri. Entro il 1° luglio 2027, ogni paese dell’Ue sarà tenuto a riconoscere ed eseguire i provvedimenti di espulsione emessi da un altro Stato membro, eliminando i ritardi burocratici che oggi permettono a molti di sfuggire ai controlli spostandosi tra le diverse nazioni.
Paesi sicuri e “Return Hubs”
Il Parlamento ha inoltre approvato la creazione di una lista europea di paesi di origine sicuri (che include nazioni come Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Marocco e Tunisia) per velocizzare l’esame delle richieste di asilo manifestamente infondate.
Viene poi introdotta la possibilità di trasferire i migranti irregolari verso “hub di rimpatrio” situati in Paesi terzi con cui l’Ue abbia stretto accordi specifici: come i centri in Albania realizzati in accordo con il governo italiano. Questi accordi dovranno garantire il rispetto dei diritti fondamentali e del principio di non respingimento verso zone a rischio. È importante sottolineare che i minori non accompagnati e le famiglie con bambini sono esclusi da questo tipo di trasferimenti verso paesi terzi.
Sicurezza e diritti umani
La riforma non dimentica la sicurezza: per i soggetti ritenuti pericolosi o che hanno commesso reati gravi sono previste procedure accelerate e restrizioni maggiori. Allo stesso tempo, il Parlamento insiste sulla necessità di un meccanismo di monitoraggio indipendente per garantire che ogni operazione di rimpatrio rispetti la dignità umana e i diritti fondamentali, prevedendo anche il diritto all’assistenza legale gratuita per i casi di appello.
Il voto in commissione Libe rappresenta la base per la posizione negoziale del Parlamento. Ora il testo dovrà essere confermato dall’intera assemblea plenaria, dopodiché potranno iniziare i negoziati con il Consiglio dell’Ue per definire la forma finale della legge. L’obiettivo politico è chiaro: rendere il sistema di asilo e migrazione dell’Unione “funzionante e credibile”, proteggendo chi ne ha diritto e agendo con fermezza contro gli abusi.
