Migranti, tra morti e dispersi sono 606 le vittime nel 2026 nel Mediterraneo

Dopo il maltempo, le spiagge italiane restituiscono i corpi dei morti tra Sicilia e Calabria
11 ore fa
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Uno sbarco di migranti dalla "Ocean Viking" a Napoli nel 2023 (Ipa/Fotogramma)

Il mare continua a inghiottire vite e le coste italiane ne stanno restituendo i resti. Nell’ultima settimana, lungo i litorali del Bel Paese sono stati rinvenuti i resti di 15 persone, vittime dei naufragi causati dalle violente tempeste che hanno colpito il Mediterraneo a gennaio. A Tropea, sono stati alcuni studenti a scorgere tra le onde il corpo di un uomo che indossava ancora un giubbotto di salvataggio arancione, mentre altri ritrovamenti sono avvenuti sulla piccola isola di Pantelleria.

Questi tragici episodi si verificano proprio in concomitanza con il terzo anniversario della strage di Cutro, dove nel 2023 persero la vita 94 persone. Secondo Medici Senza Frontiere (Msf), a tre anni da quell’evento “nulla è cambiato“, se non l’aumento dei rischi per chi tenta la traversata.

Oltre 600 vittime in due mesi per raggiungere l’Europa

Il dramma delle coste italiane è solo la punta dell’iceberg di una crisi che sta assumendo proporzioni senza precedenti e che coinvolge l’intera Europa. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) ha dichiarato che dall’inizio del 2026 sono già 606 i migranti morti o dispersi nel tentativo di raggiungere il Vecchio continente. Si tratta del principio d’anno più letale da quando sono iniziate le registrazioni statistiche dell’Oim nel 2014.

Per dare una dimensione al fenomeno, in meno di due mesi è già andato perduto quasi un terzo delle vite umane registrate nell’intero 2025.

L’ultima tragedia al largo della Grecia

L’episodio più recente che ha scosso le cronache internazionali è avvenuto sabato scorso a circa 20 miglia nautiche a sud di Creta. Un’imbarcazione partita da Tobruk, in Libia, si è capovolta a causa delle pessime condizioni meteo. Il bilancio è pesantissimo: 30 persone risultano morte o disperse. Le autorità greche sono riuscite a trarre in salvo 20 superstiti, tra cui quattro minori, ma hanno potuto recuperare solo quattro salme.

L’Oim ha risposto a quest’ultima strage chiedendo un potenziamento immediato degli sforzi di ricerca e soccorso e una maggiore cooperazione regionale per contrastare le reti di trafficanti che lucrano su barche del tutto inadatte alla navigazione.

Lo scontro tra politiche di sicurezza e dignità umana

In Italia, il clima politico è rovente. Il governo ha recentemente approvato un disegno di legge che autorizza il blocco navale in situazioni di “pressione eccezionale”, una mossa che si inserisce in una serie di misure volte a garantire la sicurezza dei confini nazionali. Dall’altro lato, le organizzazioni umanitarie denunciano una crescente “criminalizzazione” delle proprie attività. Medici senza frontiere e Sos Mediterranee segnalano come l’assegnazione di porti lontani, come il caso della nave Ocean Viking, costretta a tre giorni di navigazione verso Livorno dopo aver soccorso 147 persone, riduca drasticamente la presenza di navi di salvataggio nelle zone critiche.

Anche la Chiesa ha preso posizione in modo netto. I vescovi siciliani hanno espresso solidarietà all’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, vittima di pesanti attacchi social dopo aver chiesto di pregare per i dispersi del mare. La Chiesa ha ribadito che “ogni corpo restituito dal mare è una chiara denuncia contro la propaganda che calpesta l’umanità”, sottolineando come il valore della dignità umana sia al cuore del messaggio evangelico e non possa essere sottomesso a calcoli politici.

La risposta europea “non è sufficiente”

Sullo sfondo delle stragi mediterranee, l’Unione europea sta cercando di implementare una risposta strutturale attraverso il nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo, approvato nel giugno 2024 e pienamente operativo da quest’anno. Questo sistema comune si poggia su quattro pilastri fondamentali:

  • Frontiere esterne sicure: screening sanitari e di sicurezza obbligatori per chi non ha i requisiti d’ingresso.
  • Procedure rapide: regole chiare per distinguere chi ha diritto all’asilo da chi presenta profili di rischio o domande infondate.
  • Solidarietà permanente: un quadro che impone agli Stati membri di aiutarsi a vicenda tramite ricollocamenti o contributi finanziari, per non lasciare soli i Paesi di primo approdo.
  • Partenariati internazionali: accordi con i Paesi d’origine e di transito per prevenire le partenze e combattere il traffico di esseri umani.

Il 23 febbraio 2026, il Consiglio dell’Ue ha adottato formalmente, inoltre, la prima lista comune di “Paesi di origine sicuri”, che include Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. Il concetto di “paese terzo sicuro” avrà una nuova ben precisa: gli Stati membri dell’Ue potranno respingere una domanda d’asilo se il richiedente è transitato attraverso un Paese considerato sicuro prima di raggiungere l’Ue, senza l’obbligo di dimostrare un legame specifico tra la persona e quel territorio e senza entrare nel merito della richiesta.

In questo contesto di rafforzamento delle frontiere esterne, si inserisce l’inaugurazione, avvenuta il 24 febbraio 2026, della nuova sede operativa dell’Agenzia dell’Ue per l’Asilo (Euaa) a Lampedusa. La struttura, che ospita anche rappresentanti di Oim, Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) e Unicef, il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, è stata progettata per supportare le autorità italiane nell’identificazione precoce delle vulnerabilità e nel fornire informazioni tempestive sulle procedure di asilo. Secondo la direttrice Nina Gregori, questo ufficio rappresenta un esempio tangibile dell’efficienza promessa dal nuovo Patto in un’area che nel 2025 ha visto circa 1000 sbarchi, in gran parte provenienti da Libia e Tunisia.