Migranti, via libera alla lista dei Paesi sicuri: cosa cambia in Europa?

La riforma prevede domande d'asilo accelerate per cittadini di Paesi come Kosovo, Bangladesh e Colombia
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Migranti Mano Nella Mano

Il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva l’istituzione della prima lista unitaria di “Paesi sicuri” e la revisione del concetto di “Paese terzo sicuro”. I provvedimenti, approvati oggi 10 febbraio con una maggioranza composta principalmente dai gruppi di centrodestra e destra (Ppe, Ecr, Pfe, Esn), insieme a una parte dei liberali e una ventina di socialisti, segnano un profondo cambiamento nelle procedure d’asilo dell’Unione europea. Ecco cosa cambia.

In cosa consiste la riforma

La nuova normativa introduce un elenco vincolante che comprende Kosovo, Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Marocco e Tunisia. Per i cittadini di questi Paesi, le domande d’asilo seguiranno procedure accelerate direttamente alla frontiera, con tempi di valutazione ridotti da sei a tre mesi, durante i quali i richiedenti potranno essere trattenuti.

Inoltre, la revisione del concetto di Paese terzo sicuro elimina l’obbligo per le autorità di dimostrare un legame pregresso tra il richiedente e il Paese extra-Ue in cui lo si vuole trasferire. Sarà dunque possibile portare le persone migranti in nazioni con cui l’Ue o i singoli Stati membri abbiano siglato accordi bilaterali, anche se il cittadino vi è solo transitato. Infine, viene rimosso l’effetto sospensivo automatico dei ricorsi: un migrante potrebbe essere espulso prima della decisione definitiva del giudice.

“La politica torna a governare”

Per il governo italiano e i relatori della riforma, il voto rappresenta un “grande successo” e un “cambio di paradigma”. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito la svolta fondamentale per valutare l’inammissibilità delle domande di chi transita in Paesi terzi sicuri. Secondo l’eurodeputato Alessandro Ciriani (relatore del provvedimento), la norma permette di distinguere chi ha davvero diritto alla protezione da chi ne abusa, riducendo il contenzioso legale. Ed esponenti di Lega e Fratelli d’Italia sostengono che le nuove regole riducano la “discrezionalità” dei giudici nazionali, impedendo loro di sovvertire l’ordinamento attraverso interpretazioni ideologiche e limitando il loro sindacato ai soli casi individuali.

In altre parole, come ha sostenuto Nicola Procaccini (Ecr), la strategia del governo Meloni è diventata ufficialmente la strategia europea, riconoscendo a livello Ue le liste già indicate dall’Italia e premiando quello che è ormai riconosciuto a livello internazionale come il “modello Albania”.

“Diritti fondamentali a rischio”

D’altra parte, le opposizioni politiche e diverse organizzazioni internazionali denunciano un tradimento dei valori europei. Secondo alcuni osservatori, la riforma rappresenta una “spallata” al sistema d’asilo costruito negli ultimi vent’anni, dove a perdere sarebbero i migranti i cui diritti fondamentali risulterebbero “notevolmente compressi”. Human Rights Watch ha definito questo approccio un “modello repressivo” che mina la politica estera dell’Ue nel Mediterraneo.

Le critiche si estendono alla gestione delle rotte marittime. Sandro Ruotolo (Pd) e le Ong come Mediterranea parlano di “fallimento collettivo” di fronte alle centinaia di dispersi in mare, accusando le istituzioni di puntare solo a rimpatri ed esternalizzazioni ignorando le tragedie umanitarie.

Il nodo legale

Un elemento di forte incertezza per il futuro riguarda la compatibilità di queste norme con la giurisprudenza europea. La Corte di giustizia dell’Ue ha stabilito ad agosto che uno Stato non può essere dichiarato sicuro se non garantisce protezione a tutta la popolazione in ogni parte del suo territorio, senza eccezioni. Le associazioni del Tavolo Asilo e Immigrazione sostengono che il “modello Albania” e le procedure accelerate basate su liste predefinite siano incompatibili con il diritto dell’Unione, poiché basate su una “presunzione automatica di sicurezza” che non permetterebbe un controllo giurisdizionale effettivo.

Mentre la politica procede verso l’esternalizzazione, il fronte giuridico rimane aperto, suggerendo che l’applicazione pratica di queste norme sarà oggetto di numerosi ricorsi nei prossimi anni.