Se “competitività” è la parola d’ordine del secondo (e turbolento) mandato di Ursula von der Leyen, il Consiglio europeo informale che si terrà giovedì 12 febbraio sarà un test sulla capacità dell’Ue di trasformare parole in realtà. La duplice ricetta per curare i malesseri economici dell’Ue consiste nei rapporti di Mario Draghi (competitività) ed Enrico Letta (mercato interno) del 2024, due documenti che la Commissione ha adottato come stelle polari. Ma tra il dire e il fare si frappongono i Paesi europei, che all’atto pratico hanno sempre avuto difficoltà a guardare oltre le roccaforti dell’interesse nazionale per contemplare i vantaggi profondi dell’integrazione europea.
È stato lo stesso Letta, via Politico, ad avvertire che i giorni prima del vertice (in cui i commissari hanno partecipato a un ritiro per parlare di competitività e funzionari Ue hanno aumentato le discussioni con le capitali) sono gli ultimi in cui l’Europa può cambiare rotta e diventare “veramente unita, pienamente matura e indipendente”. Per l’ex premier italiano, serve che dal Consiglio esca un impegno politico serio per fare ciò che serve a completare il mercato unico e l’integrazione necessaria entro il 2028, termine stabilito dalla stessa von der Leyen nel suo discorso sullo Stato dell’Unione. “L’unica risposta a Vladimir Putin e Donald Trump è passare da 27 a 1 in tutte le aree che definiscono la competitività”, ha detto, avvertendo che l‘alternativa a un’integrazione più profonda è un’Ue divisa, debole e preda dei rivali.
Anche al netto di sfide globali che aumentano l’urgenza di rendere più competitivo il continente schiacciato tra Stati Uniti e Cina, rimane difficile che questa volta i capi di Stato e di governo riescano a superare gli ostacoli. Anche se qualcosa si muove in due cancellerie “pesanti”: dietro le quinte di questo vertice si staglia la nuova sintonia pragmatica tra Roma e Berlino, cementata nel vertice di gennaio tra Giorgia Meloni e Friedrich Merz. Con il governo di Emmanuel Macron azzoppato in Francia, Germania e Italia sono intenzionate a guidare l’agenda Ue facendo fronte comune su alcuni temi strategici, dall’auto al 28° regime, nel tentativo di sveltire l’economia dell’Unione.
Riforme del mercato unico
Sullo sfondo delle discussioni ci sono numeri impietosi: secondo il Fondo monetario internazionale le barriere interne dovute alla mancata integrazione del mercato unico europeo equivalgono a dazi del 44% sui beni e superano il 110% sui servizi, zavorrando un blocco che rappresenta il 18% del pil globale e 450 milioni di consumatori. A quanto si apprende, Roma è a favore di un’azione ambiziosa per rimuovere le barriere e ampliare il mercato unico a settori strategici, a partire da servizi, energia, digitale e telecomunicazioni, nonché garantirne l’effettiva applicazione. Per l’Italia è urgente anche completare il mercato degli investimenti e dei risparmi, in modo da consentire alle imprese italiane di poter accedere più facilmente ai capitali necessari per la loro crescita.
Semplificazione
Il Belpaese sostiene la spinta alla semplificazione portata avanti dalla Commissione europea, e anzi, ritiene che serva uno vero e proprio shock in tal senso, al fine di consentire un recupero di competitività per le imprese e rendere l’Ue più attraente per gli investimenti esteri. Bene quindi i pacchetti “Omnibus” di semplificazione portati avanti dall’esecutivo Ue, ma sarebbe necessario fare più attenzione anche nel corso della stesura delle leggi, aderendo ai principi di “simplicity by design” e di moderazione legislativa.
A quanto si apprende, Roma e Berlino sono intenzionate a portare avanti l’idea di un “freno di emergenza” che consenta di intervenire se le attività legislative di una formazione del Consiglio dell’Ue (i ministri riuniti attorno a un ambito specifico, come l’agricoltura) sollevino serie preoccupazioni in merito a ulteriori oneri amministrativi per le imprese e per le autorità nazionali, e quando l’impatto sull’economia dell’Ue, in particolare sulle piccole e medie imprese e sulle small mid-cap (piccole imprese a media capitalizzazione) non sia chiaramente valutato.
“Buy European”
La storica battaglia francese, intesa come assicurarsi che i soldi spesi in Ue vadano preferibilmente a prodotti e servizi Ue e verso la creazione di posti di lavoro Ue, va bilanciato con il rischio di protezionismo eccessivo e potenzialmente tossico per economie globalizzate e orientate all’export come quelle di Italia e Germania. I due Paesi sono favorevoli in principio a misure che incentivino le produzioni europee, come nell’ambito della riforma delle regole sugli appalti, ma ritengono che queste dovrebbero essere circoscritte accuratamente, sia sotto il profilo dei settori che del perimetro geografico, sulla base di una valutazione di impatto che ne consideri gli effetti sulle catene del valore di cui fanno parte le nostre imprese.
In altre parole: se le regole di provenienza e acquisto impattano negativamente sulla forza di una filiera industriale, la direzione è sbagliata. Il timore è che un’applicazione indiscriminata possa trasformarsi in un boomerang, spezzando catene del valore globali in cui le industrie italiana e tedesca sono profondamente integrate. La strategia è dunque quella di un “sovranismo pragmatico”: sì alla difesa dell’industria europea, ma solo dopo averne calcolato millimetricamente gli effetti collaterali.
