Magyar sfida Orbán, ma vincere non basta. Il voto in Ungheria visto da Végh (Gmf)

Dalla strategia che ha trasformato l'opposizione ungherese agli scenari post-voto, passando per le posizioni su Ue, Ucraina e Visegrád, il controllo orbaniano dei media, le interferenze di Usa e Russia e la polarizzazione di una società che dovrà ricucirsi: l'analisi di Zsuzsanna Végh del German Marshall Fund
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ATTILA KISBENEDEK / AFP

Tutta l’Europa guarda all’Ungheria e alle elezioni di domenica, che rappresentano l’opportunità più concreta degli ultimi sedici anni di deviare dalla strada illiberale tracciata dai governi di Viktor Orbán. I sondaggi indipendenti, anche quelli dello stesso istituto demoscopico che aveva previsto la vittoria di Fidész nel 2022, danno in netto vantaggio il leader dell’opposizione Péter Magyar, ma la strada rimane in salita. Come ha spiegato a Eurofocus Zsuzsanna Végh, analista politica del German Marshall Fund degli Stati Uniti e ricercatrice associata dell’European Council on Foreign Relations, gli apparati del potere sono stati rimodellati dagli orbaniani: una vittoria del partito rivale Tisza sarebbe solo l’inizio di una battaglia ben più lunga.

Lezioni dal 2022

Magyar sembra aver fatto tesoro dei tentativi fallimentari di sconfiggere Orbán, rileva l’esperta. L’ex politico di Fidész si è posizionato per parlare direttamente allo storico elettorato ungherese di centrodestra, si è dedicato intensamente alla campagna elettorale sul terreno e promette così bene che la maggior parte dei partiti di opposizione ha ritirato i propri candidati dalla corsa elettorale per dargli la migliore possibilità contro il premier in carica. Una situazione ben diversa dalla scorsa tornata elettorale, quella del 2022, quando naufragò la coalizione di convenienza guidata da Péter Márki-Záy, lasciando Fidész con una supermaggioranza al Parlamento.

“In definitiva, la situazione è diversa ora e i protagonisti sono diversi”, riassume l’analista. “Nel 2022, dopo diversi tentativi falliti, era diventato chiaro per l’opposizione che nel sistema costruito da Fidész è impossibile sfidare il partito più forte se si corre separatamente“. Così i partiti di opposizione si sono uniti in un matrimonio di convivenza, pur mantenendo orientamenti ideologici molto diversi, con rivalità e conflitti interni alla coalizione evidenti. “Ma non c’era un messaggio unificante chiaro al di là di ‘vota contro Orbán'”.

Negli ultimi due anni, dopo aver sfiorato il 30% alle elezioni europee, Magyar è emerso come “un nuovo leader che ha messo tutto questo da parte e non si è assolutamente confrontato con la vecchia opposizione, perché nella sua percezione gli elettori erano stanchi non solo del regime di Orbán, ma anche della vecchia opposizione”. Per due anni ha percorso il Paese in lungo e in largo, costruendo un movimento dal basso, senza compromessi e senza alleanze, e creando “un partito che sembra essere forte quanto Fidész”, anche se fondato su “una base elettorale ideologicamente molto diversificata e molto basata sul voto di protesta”. A ogni modo, “è riuscito a unire una coalizione di elettori anti-regime, non una coalizione di partiti. Ed è una distinzione importante“.

Ue e Ucraina secondo Magyar

In caso di vittoria, cosa cambierebbe nel rapporto tra Budapest e Bruxelles? “Il punto di partenza di Péter Magyar è il rilancio dell’impegno dell’Ungheria verso l’Unione europea“, spiega Végh, avvertendo che non si tratta in alcun modo di un convinto euro-federalista, ma un politico nazionalista, conservatore, “il cui punto di riferimento è ancora la sovranità del Paese e l’interesse della nazione”. Il cambio di passo rispetto a Orbán sarebbe comunque netto: Magyar adotterebbe un “tono più collaborativo” e “molto probabilmente si allontanerebbe dalla politica del veto, che in molti casi non era guidata dagli interessi nazionali ungheresi, ma — come vediamo sempre più chiaramente — dalla rappresentanza degli interessi russi”.

È lecito aspettarsi che Magyar porti avanti battaglie in Ue sulla migrazione, sui fondi per l’Ungheria nel prossimo bilancio 2028-2034, specialmente per quanto riguarda l’agricoltura, e sui punti di frizione bilaterali con l’Ucraina riguardanti la minoranza ungherese, aggiunge l’esperta. I diritti delle minoranze sono state identificate come priorità dalla candidata ministra degli Esteri di Tisza, Anita Orbán, che ha portato l’esempio polacco e rumeno come modello su come gestire il tema. “Ma ora abbiamo anche il problema energetico, quello relativo all’oleodotto Druzhba. Questo sarà all’ordine del giorno per qualsiasi governo perché per ora l’Ungheria dipende ancora da quella fornitura. Ma vedremmo più apertura da un governo Tisza per quanto riguarda la diversificazione e l’allontanamento dalla dipendenza dalla Russia”.

Sul fronte ucraino, la posizione di Magyar è sfumata: probabilmente il suo governo sarebbe più aperto a sostenere il Paese, almeno finché il farlo non impatta negativamente sull’Ungheria. “Mi aspetto più apertura verso il sostegno finanziario, ma non tanto su quello militare“, puntualizza l’analista. Quanto all’adesione di Kyiv all’Ue, Magyar non è contrario in linea di principio, ma si oppone alla corsia preferenziale: “Deve essere un processo basato sul merito. Il percorso accelerato sta trasformando l’adesione dell’Ucraina in una questione geopolitica piuttosto che nel processo standard di europeizzazione”. E vuole rimettere la questione agli ungheresi tramite referendum, mossa complicata, “visto quanto questi ultimi siano stati soggetti a così tanta propaganda anti-ucraina dal governo negli ultimi quattro anni”.

Il rebus Visegrád

Al di là del rapporto con Bruxelles, Magyar ha indicato il rafforzamento della cooperazione regionale con i Paesi dell’Europa centrale come seconda priorità di politica estera. L’ambizione è riportare l’Ungheria al centro del Gruppo di Visegrád (V4), di cui fa parte insieme a Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia, e che sotto Orbán si era progressivamente trasformato da piattaforma di cooperazione a fronte comune anti-Ue. Con la Polonia di Donald Tusk, spiega Végh, i margini di collaborazione sono ampi. Con il premier ceco Andrej Babiš ci si potrebbe aspettare “una cooperazione pragmatica”. Diverso il caso di Robert Fico in Slovacchia, dove la controversia sui decreti di espulsione che colpiscono la minoranza ungherese ha già creato attriti.

Il nazionalista sostenuto da Russia e Usa

Uno degli aspetti più visibili della campagna elettorale in corso è stato l’endorsement esterno a favore di Orbán — quello di JD Vance in visita a Budapest — mentre Magyar si è deliberatamente tenuto lontano da qualsiasi appoggio internazionale, anche per difendersi dalle accuse di essere un fantoccio di interessi stranieri. “L’esatto contrario di ciò che Orbán ha fatto nella sua strategia di campagna, sebbene sia lui a posizionarsi come sovranista e difensore dell’interesse nazionale: un paradosso interessante”, osserva Végh. L’opposizione vede l’ironia della posizione del leader di Fidész, ma non gli elettori pro-governo, aggiuge.

Tuttavia, l’esperta non si aspetta che il sostegno di Washington influenzi la campagna elettorale, visto quanto è polarizzante l’amministrazione Usa. Lo stesso JD Vance non ha una forte presa sul pubblico ungherese, e il fatto che sia andato a fare campagna a fianco del premier “non influenza più la scelta degli elettori a questo punto. È troppo tardi“. L’esperta ravvisa nella visita del vicepresidente un messaggio più simbolico rivolto alle istituzioni Ue, che ha criticato apertamente accusandole di ingerenza straniera, e agli attori sovranisti affini in Ue, per assicurarli del sostegno del movimento Maga.

L’influenza russa, invece, “è molto più sottile e a lungo termine”, prosegue l’analista, ricordando che gli “stretti legami” tra il governo ungherese e il Cremlino spiegano perché Mosca sarebbe molto interessata a mantenere Orbán al potere: “è stato un asset molto importante per la Russia nell’Ue”. La Russia opera “dietro le quinte, attraverso la costruzione di narrazioni. Abbiamo prove che testate filogovernative abbiano di fatto ripreso propaganda di fabbricazione russa e l’abbiano adattata al pubblico di lettori ungheresi”. E ci sono anche indicazioni di cooperazione sul fronte elettorale, con segnalazioni di funzionari del Gru, l’intelligence militare russa, “coinvolti come consiglieri del governo ungherese”. Anche se non è chiaro quanto tutto questo sia realmente necessario, dato il sistema politico costruito da Orbán, aggiunge l’esperta.

Media controllati, false flag e resistenza civile

Il recente episodio degli zaini pieni di esplosivi trovati in prossimità di un gasdotto in Serbia è “ampiamente visto come un’operazione false flag andata storta”, afferma Végh. “Le autorità serbe non hanno fornito una narrativa che avrebbe in alcun modo aiutato. Il governo serbo ha apertamente affermato che non c’era alcun collegamento con l’Ucraina. Se era davvero un’operazione false flag, non è stata un’operazione di successo: ha interferito solo con il weekend di Pasqua”.

Che l’opinione pubblica abbia sospettato subito della versione del governo dice molto sul lavoro svolto da giornalisti e analisti indipendenti, in un Paese dove Fidesz “controlla i media pubblici — che a questo punto non dovremmo considerare come media di servizio pubblico, ma come un canale di propaganda — e la quota preponderante dei media privati“. Gli organi di informazione indipendenti sopravvivono, ma “operano sotto una pressione crescente” da parte delle autorità: attacchi a pagine social, siti web, webshop, ossia le principali fonti di introiti per le piccole attività. Il risultato, tuttavia, è visibile: “Quando accade qualcosa, il governo non ha automaticamente il dominio narrativo. È molto più difficile ingannare le persone che sono state rese consapevoli della possibilità di uno scenario come quello”.

Se Orbán non accetta il risultato

L’ipotesi di un mancato riconoscimento della sconfitta da parte del premier è nell’aria. Végh delinea una serie di scenari possibili, a partire dalla contestazione legale di singoli collegi, con riconteggi e possibile ripetizione del voto in caso di irregolarità, ossia la via meno destabilizzante, seppur in grado di ritardare i risultati definitivi. Ma ci sono scenari più estremi: se Fidész non accettasse il risultato e non trasferisse il potere in linea con la propria Costituzione, potrebbe decidere di rimanere al potere illegittimamente.

Le conseguenze sarebbero pesanti. In primo luogo, “l’Ue non può permettere a un leader che non è legittimamente in carica di rappresentare il proprio Paese”, evidenzia l’esperta. Sul piano economico, “i mercati ne risentirebbero, il rating dell’Ungheria crollerebbe, il fiorino collasserebbe”. Dato che l’Ungheria “non è un Paese con molte risorse che può fare da sé, non sarebbe praticabile per un governo rimanere al potere contro la volontà popolare”.

L’analista non esclude il rischio di proteste in piazza, caso in cui sarebbe nell’interesse di Tisza mantenere le manifestazioni non violente, con “provocatori infiltrati dal regime tra i manifestanti per causare violenza“. Lo scenario rimane improbabile, aggiunge. Anche perché ci sono altri modi di ostacolare un possibile governo Magyar.

Il rischio polacco: governare con le mani legate

Il vero nodo, in caso di vittoria di Tisza, è cosa succederebbe il giorno dopo. Il parallelo è la Polonia di Donald Tusk, dove il governo riformista sta facendo i conti con istituzioni colonizzate dal partito uscente. Se Magyar vincesse una maggioranza semplice e non costituzionale “si troverebbe di fronte a una serie di attori di veto incorporati nel sistema: la presidenza, la Corte Costituzionale, il pubblico ministero, la Banca Nazionale, la Corte dei Conti”. La soglia critica è di 133 seggi su 199, i due terzi necessari per la maggioranza costituzionale. Al di sotto di quella soglia, Magyar potrebbe dare seguito alla sua promessa di sbloccare i fondi Ue congelati e avviare alcune riforme”, ma probabilmente non sarebbe in grado di invertire l’erosione democratica del sistema”, avverte l’esperta.

Il banco di prova più immediato sarebbe l’approvazione del bilancio, che deve avvenire entro marzo 2027. “Il consiglio fiscale che deve dare il via libera è composto da tre membri: il presidente nominato dal partito di governo, il governatore della Banca Nazionale, ex ministro delle finanze di Fidész, e il presidente della Corte dei Conti, anch’esso un fedelissimo di Fidész». Se il bilancio non venisse approvato, il presidente della Repubblica avrebbe il diritto di sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni. “Quindi il primo anno sarà davvero cruciale“, conclude Végh. “Se invece c’è la maggioranza costituzionale, allora tecnicamente Magyar può fare quello che vuole”.

E se Orbán vincesse ancora?

Nessun cambio di traiettoria, in caso di un quinto mandato: “Questo governo si è sempre radicalizzato dopo ogni singola elezione, anche in politica estera“, sottolinea Végh. Difficile anche un semplice rimpasto: “Con le rivelazioni sugli stretti legami con la Russia, che è il punto dolente particolare, una rimozione del ministro degli Esteri sarebbe l’ammissione di evidenti comportamenti scorretti. Non credo che il governo Orbán possa farlo. Non sono nemmeno sicuro che la Russia permetterebbe al governo ungherese di farlo. Il che mostrerebbe che ci sono dipendenze piuttosto significative e solleverebbe di nuovo domande sulla sovranità”.

La prospettiva europea sarebbe quella di un isolamento crescente, prosegue, spiegando di non vedere come possa continuare la collaborazione con i partner europei se Péter Szijjártó ricomparisse davanti al Consiglio europeo dopo le sue ammissioni sulla collaborazione attiva con il Cremlino. “È molto difficile cooperare con un governo che non nega nemmeno di aver fatto trapelare informazioni dalle riunioni del Consiglio a una terza parte che i partecipanti considerano un nemico e una minaccia”. Non si esclude, dunque, il ricorso all’articolo 7 dei Trattati per privare Budapest del diritto di veto, opzione che finora Bruxelles si è ben guardata dal considerare per non fornire munizioni alla campagna anti-Ue di Orbán.

In questo ambito, l’esperta crede che la Commissione europea, in linea di massima, “abbia navigato bene” il periodo elettorale. “Non è intervenuta in alcun modo nella campagna. Ed è l’approccio giusto: non dovrebbe”. Nemmeno quando il governo ungherese ha colto l’Ue in contropiede rifiutandosi di appoggiare all’ultimo momento il pacchetto da 90 miliardi di euro per l’Ucraina. “Non riesco davvero a biasimare l’Ue per aver rinviato il confronto e aver cercato di aspettare. Allo stesso tempo, questo mette l’Ucraina in una posizione molto vulnerabile, e trovarsi in quella posizione ha ovviamente contribuito anche all’escalation dei rapporti tra Ungheria e Ucraina che il governo ungherese ha potuto sfruttare“.

La finestra è stretta

C’è poi una sfida che nessuna riforma istituzionale può risolvere da sola: la polarizzazione della società ungherese. Végh sottolinea che Magyar si rivolge consapevolmente anche agli elettori di Fidesz, cercando di colmare una divisione che definisce “molto malsana”. L’atto può anche essere parzialmente performativo, “ma manda il messaggio che questa divisione deve essere superata”, sottolinea. Se Orbán restasse al potere, la polarizzazione andrebbe inevitabile ad acutizzarsi. Ma anche se vincesse Magyar, Fidész passerebbe all’opposizione senza alcun interesse a collaborare, rendendo la ricucitura del tessuto sociale una delle partite più difficili e meno visibili del post-voto.

Il messaggio finale dell’analista del German Marshall Fund è un monito agli osservatori internazionali tentati di leggere un’eventuale vittoria di Magyar come la fine della questione ungherese. “Se Tisza vince, sarà un processo molto più difficile di quanto si possa anticipare, e la finestra per l’azione potrebbe essere molto stretta“. Gli attori pro-Ue devono affrontare le riforme necessarie con questo in mente, perché “potremmo ritrovarci con una situazione politica molto instabile, molto presto. Quindi l’azione è necessaria subito, se c’è un nuovo governo”, per iniziare a portare l’Ungheria fuori dall’orbita di Orbán.

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