Lavorare da casa e tagliare voli e macchine private: la Commissione chiede agli Stati di razionare il carburante

L’Ue valuta misure "volontarie e temporanee" per limitare i consumi. Il commissario all'Energia: "In un mese pagati 14 mld in più"
3 ore fa
4 minuti di lettura
Biciclette

È un po’ un déjà-vu quello che ci apprestiamo a vivere, anzi che già stiamo vivendo, mentre le conseguenze del conflitto innescato dall’attacco congiunto Usa-Israele iniziano a farsi sentire. Il mondo rischia una recessione globale, e i paralleli con shock come Covid e guerra in Ucraina si stanno moltiplicando. Proprio come pochi anni fa, la Commissione chiede agli Stati membri di prepararsi alla crisi energetica, razionando la disponibilità di carburante e adottando “misure volontarie” e “temporanee” per ridurre i consumi. Misure sintetizzabili così: “Lavorare da casa e niente viaggi”.

Jørgensen: “Con la crisi in Iran pagati 14 mld in più un mese”

“Mentre la crisi in Medio Oriente entra nel suo secondo mese, è chiaro che ci troviamo di fronte a una situazione molto grave”, ha sottolineato ieri il commissario Ue all’energia, Dan Jørgensen, al termine della riunione informale in videoconferenza con i ministri europei.

“Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, i prezzi nell’Unione sono aumentati di circa il 70% per il gas e del 60% per il petrolio. In termini finanziari, 30 giorni di conflitto hanno già aggiunto 14 miliardi di euro alla spesa del blocco e per le importazioni di combustibili fossili”, ha chiarito il commissario alla riunione informale dei ministri dell’Energia. E la crisi rischia di imporre “ulteriori costi alle nostre imprese e alle nostre famiglie”.

“Sebbene non vi siano immediate carenze di approvvigionamento di petrolio e gas per l’Unione Europea, assistiamo a una contrazione in alcuni mercati di prodotti, in particolare diesel e carburante per aerei, nonché a crescenti limitazioni nel mercato globale del gas e ai suoi effetti a cascata sui prezzi dell’elettricità”, ha continuato.

Conseguenze durature

Non dobbiamo illuderci che le conseguenze di questa crisi sui mercati energetici saranno di breve durata. Perché non lo saranno”, ha avvertito. Infatti, “le infrastrutture della regione sono state distrutte. Anche se ci fosse la pace domani, non potremmo tornare alla normalità in un futuro prossimo“, ha spiegato poi a margine dell’incontro.

Cosa fare dunque? Prima di tutto diventare energeticamente indipendenti. Questo “è un imperativo strategico: dal punto di vista economico e della sicurezza, non solo per il clima. Energia pulita prodotta in patria, elettrificazione, interconnessioni modernizzate ed efficienza energetica: questa è l’unica via da seguire”, ha affermato il danese.

Targhe alterne, trasporto pubblico, limitare i voli

Ma nell’immediato, occorrono misure più rapide, a partire da una risposta unitaria e coordinata degli Stati membri. Jørgensen, in una lettera inviata alle capitali, rimanda esplicitamente ai suggerimenti avanzati dall’Aie: ridurre l’uso delle auto private grazie a targhe alterne, trasporto pubblico e, car sharing, limitare i voli, fare più smart-working, tra le altre.

Il commissario suggerisce anche “un maggiore utilizzo dei biocarburanti“, che “potrebbe contribuire a sostituire i prodotti petroliferi di origine fossile e ad alleviare la pressione sul mercato”, di “limitare la libera circolazione dei prodotti petroliferi o disincentivare la produzione delle raffinerie dell’Ue”.

Al termine del vertice di ieri i ministri competenti hanno rassicurato: “La nostra fornitura energetica è sicura e l’Unione europea dispone già di strumenti e norme per garantirne la stabilità”.

Panetta: “Dal conflitto conseguenze durature”

Ieri anche il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, nella relazione che accompagna la presentazione del bilancio dell’istituto, ha avvisato: la crisi in Iran mette l’Europa di fronte allo stesso shock della guerra in Ucraina. E allo stesso modo, “anche in caso di una rapida cessazione delle ostilità, il ritorno a condizioni ordinate nel mercato dell’energia richiederebbe tempi non brevi”. Le conseguenze della Furia Epica insomma saranno durature, anche se il conflitto si fermasse oggi. La prospettiva è quella di un considerevole aumento dei prezzi di gas, petrolio e materie prime, e dunque di “un conseguente indebolimento delle prospettive di crescita e nuove pressioni inflazionistiche”.

I dati appena diffusi dalla Banca Centrale Europea prevedono che nell’Eurozona nel 2026 l’inflazione sarà superiore all’obiettivo, con un graduale rientro nel 2027, e che la crescita economica sarà più contenuta rispetto alle stime precedenti.

E questo nonostante lo stesso Jørgensen riconosca che “siamo meglio attrezzati adesso rispetto al 2022. Abbiamo molte più rinnovabili e molte più fonti prodotte in casa”. Non l’Italia, però, che ha recentemente posticipato di 12 anni la chiusura delle centrali a carbone.

Clausola di bilancio

E a proposito di Italia, in questi giorni sono girate voci sulla richiesta di sospendere i vincoli di bilancio, per far fronte alla crisi in corso. Ma “non ci sono le condizioni per allentare i vincoli di bilancio“, e dunque per attivare la clausola generale di salvaguardia del patto di stabilità come nel marzo del 2022 in mezzo ai lockdown imposti dalla pandemia. Lo ha spiegato un portavoce della Commissione Europea, aggiungendo che “la clausola di salvaguardia generale (…) può essere attivata solo in caso di grave recessione economica nell’area dell’euro o nell’Ue nel suo complesso. Stiamo monitorando attentamente la situazione instabile in Medio Oriente, ma non ci troviamo in questo scenario”.

Putin e Merz: Iran come il Covid

Intanto anche il presidente russo Vladimir Putin e il premier tedesco Friedrich Merz, parlando in occasioni distinte, hanno fatto riferimento al Covid. Il primo, davanti a degli imprenditori a Mosca, ha affermato: “Ci sono già stime che paragonano le conseguenze (della guerra in Iran, ndr) all’epidemia da coronavirus. Permettetemi di ricordarvi che rallentò drasticamente lo sviluppo di tutti i continenti, senza eccezioni“.

Attualmente, molti analisti considerano Mosca la vincitrice del conflitto nel Golfo Persico, o almeno la massima beneficiaria (forse l’unica). L’aumento dei prezzi del petrolio e dei fertilizzanti causata dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, infatti, significa più soldi per il Cremlino per la sua guerra contro l’Ucraina. Senza contare che, come riporta il Washington Post, gli Stati Uniti potrebbero dirottare in Medio Oriente armi che altrimenti sarebbero andate a Kiev. La Federazione, da parte sua, si starebbe preparando a fornire a Teheran droni, riferisce il Financial Times.

Quanto a Merz, incontrando ieri a Berlino il presidente siriano ad interim, Ahmed al-Sharaa, con il quale sta discutendo per rimandare in Siria centinaia di migliaia di profughi accolti dieci anni fa, ha dichiarato: “Se la guerra con l’Iran si sviluppasse in un grande conflitto regionale, potrebbe gravare ancora di più sulla Germania e sull’Europa, tanto quanto abbiamo recentemente sperimentato durante la pandemia di Covid o all’inizio della guerra in Ucraina”.

“Se saranno soddisfatte le condizioni necessarie, la Germania sarà naturalmente pronta a contribuire alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Abbiamo già avanzato proposte in tal senso e suggerisco esplicitamente di farlo nel quadro di un gruppo di contatto internazionale, per garantire il miglior coordinamento possibile tra i Paesi disposti a contribuire”, ha concluso.