La provocazione ungherese: Netanyahu a Budapest e Orbán esce dalla Corte penale internazionale

Orbán sfida il diritto internazionale e non dà seguito al mandato d'arresto della Cpi, infliggendo un ulteriore colpo all'ordine giuridico mondiale. L'Unione europea inizia ad averne abbastanza
19 ore fa
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Viktor Orbán e Benjamin Netanyahu
Da sinistra, Viktor Orbán e Benjamin Netanyahu (Afp)

Proseguono le polemiche per la visita di Benjamin Netanyahu in Ungheria. Si tratta della prima visita su suolo europeo del premier israeliano da quando la Corte Penale Internazionale (Cpi) lo scorso novembre ha emesso nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità per il conflitto a Gaza. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che aveva definito ‘vergognoso’ il provvedimento e aveva subito invitato Netanyahu nel suo Paese, l’ha accolto oggi a Budapest. i due dovrebbero confrontarsi sul futuro di Gaza.

Il premier israeliano a febbraio era già uscito dal suo Paese per recarsi negli Usa, dove aveva incontrato il presidente Donald Trump. Un evento che verrà ricordato per il piano del miliardario di deportare i palestinesi e trasformare Gaza in un mega resort. Ma gli Stati Uniti non fanno parte della Cpi, dunque non avevano l’obbligo di dare seguito al mandato d’arresto della Corte.

L’Ungheria esce dalla Corte Penale Internazionale

Proprio qui è il punto: l’Ungheria, in quanto firmataria dello Statuto di Roma, sarebbe tenuta ad arrestare Netanyahu per consentire l’avvio del processo a suo carico da parte dei giudici dell’Aja.

Ogni problema ha la sua soluzione, e Orbán ha deciso di uscire direttamente dalla Cpi. Un’ipotesi già ventilata e ufficializzata oggi in conferenza stampa dal capo dello staff di Orbán, Gergely Gulyás: “Il processo di recesso inizierà oggi, in conformità con il quadro giuridico costituzionale e internazionale”.

Secondo Gulyás, e come ha ribadito oggi in conferenza stampa il premier, la Cpi “è stata un’iniziativa rispettabile”, ma sarebbe ormai diventata un organismo politico, come proverebbe l’incriminazione di Netanyahu. Da qui la decisione di non farne più parte. Tuttavia la procedura richiederà mesi, senza contare che dovrebbe essere avallata dal Parlamento nazionale, dove comunque la maggioranza è in mano al partito di estrema destra di Orbán, Fidesz.

“La Corte ricorda che l’Ungheria resta obbligata a collaborare con la Corte penale internazionale“, ha sottolineato ai giornalisti il portavoce della Cpi Fadi El Abdallah, dopo l’annuncio di Budapest.

Plauso invece da Netanyahu, che in conferenza stampa congiunta ha definito la decisione “coraggiosa” e ha vaticinato: “Siete i primi, ma penso non gli ultimi”.

Cos’è la Cpi e cosa significa il mandato d’arresto internazionale

Laìa Corte Penale Internazionale è un tribunale permanente con sede all’Aja, nei Paesi Bassi. È stata istituita nel 2002 con lo Statuto di Roma, ratificato da oltre 120 Paesi. Tra questi, non ci sono gli Usa, Israele e la Russia.

La Corte è stata creata come organo sovranazionale per giudicare le persone (non gli Stati) accusate di crimini gravissimi che riguardano la comunità internazionale, e nello specifico:
crimini di guerra
crimini contro l’umanità
genocidio
crimine di aggressione

È bene precisare che il mandato d’arresto non è una condanna, ma l’avvio di un procedimento che necessita della presenza dell’accusato a L’Aja. Perciò, finché i mandati non vengono eseguiti, i processi non possono partire. Tuttavia i mandati vengono emessi da tre giudici della Corte con delle basi, nel senso che sono già state fatte delle valutazioni, anche se preliminari, sulla situazione in esame.

Nel caso di Netanyahu, che peraltro riguarda anche il ministro della Difesa Yoav Gallant, per la Corte c’erano “ragionevoli motivi” per ritenere che fosse stata usata la fame come arma di guerra, e che i due siano responsabili di omicidio e persecuzione della popolazione della Striscia di Gaza. La decisione è stata criticata da più parti.

In ogni caso, la Corte non ha gli strumenti per obbligare gli Stati a rispettare le sue decisioni, ma fa affidamento sulla loro ‘collaborazione’, come in questi giorni lo stesso organo giudiziario ha ricordato all’Ungheria, sottolineando che “non spetta ai singoli Stati valutare unilateralmente la legittimità o la validità delle decisioni della Cpi”.

Diritto internazionale calpestato

Come sempre più sta accadendo nell’ultimo periodo, il diritto internazionale viene ignorato, se non del tutto calpestato, con conseguenze di lungo periodo imprevedibili. Molti giuristi esprimono preoccupazione, perché laddove non ci sono più norme condivise, torna la legge del più forte, del più spregiudicato, di quello con meno scrupoli. Imboccata questa strada, può succedere di tutto.

Negli ultimi mesi ci sono stati diversi episodi controversi, uno dei quali ha visto protagonista l’Italia, che prima ha arrestato e poi rilasciato e rimpatriato rapidamente Najim Osama Al Masri, capo della polizia giudiziaria di Tripoli sul quale la Cpi ha emesso un mandato per crimini di guerra, omicidio, tortura e trattamenti crudeli.

Per fare un altro esempio, l’anno scorso Vladimir Putin si è recato in Mongolia e anche in questo caso il Paese ospitante non ha proceduto all’arresto come avrebbe dovuto fare dato che anche sul presidente russo pende un mandato d’arresto per l’Ucraina.

Non dimentichiamo poi che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto sanzioni contro la Corte: una decisione grave, anche se gli Usa non hanno mai fatto parte della Cpi.

Ungheria isolata in Europa

C’è un ulteriore aspetto da considerare: l’Ungheria fa parte dell’Unione europea, e la sua posizione crea molti problemi al blocco, che inizia a essere sempre più insofferente verso quello che si sta collocando sempre più come un ‘corpo estraneo’.

La questione è complessa a più livelli. Per quanto riguarda nello specifico la visita di Netanyahu e più in generale il sostegno di Orbán al piano di fare di Gaza una riviera mediorientale, tutto questo cozza con la posizione del blocco basata sulla ‘soluzione dei due Stati‘ e contraria a deportare i palestinesi. L’Ue inoltre ufficialmente sostiene la necessità di cooperare con la Cpi e dunque di rispettarne i mandati d’arresto.

Più sotto, tuttavia, le posizioni sono meno nette. L’Italia, come ricordato, ha già disatteso l’obbligo di arresto verso un ricercato dalla Cpi, mentre il cancelliere tedesco in pectore Friederich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron hanno messo in dubbio il mandato d’arresto: il primo in considerazione “della storia tedesca” e della “grande responsabilità” che la Germania sente nei confronti del Paese mediorientale, il secondo in considerazione del fatto che Israele non ha aderito alla Cpi.

Orbán inoltre non è il primo premier dell’Unione a incontrare Netanyahu: nello scorso fine settimana
il primo ministro greco Kyriakos Mītsotakīs era volato a Gerusalemme, dove i due avevano discusso di approfondire la cooperazione, in particolare nel campo della difesa, e degli sviluppi regionali.

Ma per quanto riguarda i rapporti con l’Europa, la visita ufficiale di quattro giorni del premier israeliano viene vista dall’Ue come una provocazione, l’ennesima. Contro cui occorre agire.

L’Ungheria rischia il congelamento dei fondi

Qualcosa inizia a muoversi. Già nel corso del semestre ungherese di presidenza del Consiglio dell’Ue (giugno – novembre 2024), gli altri Stati avevano adottato una tattica di basso profilo che aveva finito per annacquarne le iniziative. E se negli ultimi mesi da più parti si parla ormai di ‘cacciare’ Orbán dall’Unione, più concretamente si pensa a misure che possano portarlo nel solco di quei diritti e di quei requisiti di base che il blocco chiede per far parte dell’Unione, e dai quali l’Ungheria sempre più si sta allontanando.

Si parla dunque di fare pressione su Orbán attraverso il ricorso sistematico al congelamento dei fondi comunitari e torna sul tavolo anche l’ipotesi di riprendere l’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea (Tue), che stabilisce che il Consiglio europeo può sospendere alcuni diritti di uno Stato membro in caso di violazione grave e persistente dei principi fondanti dell’Unione, compreso il diritto di voto al Consiglio (la cosiddetta ‘opzione nucleare’).

Intanto ieri, durante la plenaria in corso a Strasburgo, diversi eurodeputati hanno denunciato il deterioramento dello Stato di diritto in Ungheria.

Dal canto suo la Commissione ha commentato la decisione ungherese di uscire dalla Cpi attraverso le parole della sua portavoce Anitta Hipper: “Se così fosse, ci rammaricheremmo profondamente”.