La Francia alla fine ha un bilancio per il 2026. Il Parlamento l’ha approvato in via definitiva lunedì, respingendo due mozioni di censura presentate dopo che il premier Sébastien Lecornu ha deciso di ricorrere all’articolo 49.3 della Costituzione, quello che consente di approvare un provvedimento senza passare per l’organo legislativo.
La mozione di censura presentata dalla sinistra – senza il Partito Socialista – ha ottenuto 260 voti, mentre quella del Rassemblement National e del suo alleato, l’Union de la Droite pour la France, ne ha raggranellati 135. Per far cadere il governo erano necessari 288 sì.
Lecornu porta a casa il suo obiettivo
Il premier dunque ce l’ha fatta, e dopo cinque mesi di negoziati tesi porta a casa quella che era la sua mission: “Consegnare “un bilancio per la Francia”. Basti pensare che due mesi fa l’Assemblea ha approvato il disegno di legge sul finanziamento della previdenza sociale per soli 13 voti.
Per raggiungere l’obiettivo, il primo ministro ha dovuto fare uso dell’articolo 49.3 della Costituzione, rimangiandosi la promessa di non farlo e attirandosi diverse critiche. E sebbene questo fosse l’unico modo per portare a casa il bilancio, già in ritardo di un mese, l’esito non era scontato. I suoi due predecessori infatti (Michel Barnier e François Bayrou)si sono avvalsi della stessa procedura ma sono caduti proprio per le conseguenti mozioni di sfiducia.
Il problema di base infatti è l’accentuata frammentarietà dell’Assemblea nazionale, figlia delle elezioni legislative anticipate del 2024 indette fulmineamente dal presidente Emmanuel Macron, non a caso ritenuto largamente responsabile del caos politico che ne è seguito.
Cosa prevede il bilancio francese 2026
Il bilancio dello Stato, presentato in Consiglio dei ministri il 14 ottobre scorso, mira a ridurre il deficit al 5% del Pil, rispetto al 5,4% del 2025. Inizialmente Lecornu voleva puntare al 4,7% del Pil, ma a causa delle concessioni fatte per ottenere il sostegno necessario la cifra finale si è appunto assestata al 5%. Secondo dati governativi pubblicati a fine gennaio 2026, Parigi nel 2025 ha registrato un deficit di bilancio stimato a 124,7 miliardi, con un rapporto deficit/PIL di circa il 5,4% che è molto sopra il limite fissato in sede europea, ovvero il 3%. Motivo per cui Parigi è sotto procedura d’infrazione da parte di Bruxelles.
Fondamentale per il governo l’appoggio dei Socialisti. Il gruppo, che dispone di 69 seggi su 577, ha avuto in cambio concessioni importanti, prima fra tutte la sospensione della riforma delle pensioni del 2023, voluta da Macron e fortemente contestata. Ma anche l’aumento dei benefici per i lavoratori a basso reddito e una nuova tassa sulle holding familiari. L’ipotesi di una ‘tassa Zucman’ sui ceti più ricchi e il ripristino dell’imposta patrimoniale sono stati invece abbandonati.
Queste concessioni sono state prontamente criticate dal leader del partito repubblicano, Bruno Retailleau, che le ha definite eccessive e ha avvisato che porteranno “più tasse, un deficit più ampio e più debito”.
Il partito conservatore comunque si è spaccato, con diversi membri che si stanno spostandosi su posizioni più macroniste o socialiste (come accaduto con il voto sulla previdenza sociale) e altri che sono passati con l’ex leader repubblicano Éric Ciotti nell’Udr, alleato dell’estrema destra.
Ma anche all’interno della maggioranza ci sono critiche, in particolare sulla credibilità dell’obiettivo di ridurre il deficit pubblico al 5% del Pil. Agnès Pannier-Runacher di Ensemble pour la République ha avvisato che il bilancio “non prepara al futuro” dato che aumenta le tasse sulle imprese.
Critiche aspre anche dalla radicale France Insoumise: Manuel Bompard ha definito il bilancio come “svuotato di ogni sostanza di sinistra”.
Verso le presidenziali
Archiviato infine il grande scoglio della finanziaria, il governo Lecornu può dunque procedere, ma già a marzo dovrà fare i conti con le elezioni comunali. Mentre sullo sfondo si staglia l’ombra delle presidenziali 2027, con Macron fuori dai giochi e Marine Le Pen alle prese con un’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni decisa dal tribunale per appropriazione indebita di fondi pubblici europei.
Ieri i procuratori hanno raccomandato ai giudici della Corte d’Appello di confermare l’interdizione, cosa che escluderebbe l’esponente di estrema destra dalla corsa per l’Eliseo, a favore del suo delfino Jordan Bardella.
Ma dopo il successo non scontato con il bilancio, anche Lecornu potrebbe avere delle chance.
