Geopolitica, sicurezza, cooperazione economica e militare ma anche diritti umani e libertà di navigazione. La nuova centralità dell’area dell’Indo-pacifico si declina in molti aspetti connessi e diversi tra loro, con la sola certezza che la regione, per l’appunto, è diventata il nuovo ombelico del pianeta. Un’area che agli europei e a noi italiani sembra molto lontana ma che lo è meno di quanto pensiamo, soprattutto in “un mondo in cui la globalizzazione è entrata in crisi ma che è ancora globale”, come ha sottolineato Giulio Tremonti intervenendo a un incontro organizzato dalla III Commissione Affari esteri e comunitari della Camera per presentare il documento conclusivo dell’indagine conoscitiva sulla proiezione dell’Italia e dei Paesi dell’Ue nell’Indo-Pacifico realizzato dopo un lavoro di due anni dal comitato ad hoc istituito dalla Commissione stessa.
Sul Pacifico, infatti, si affacciano la prima, la seconda e la terza economia mondiale, ovvero Stati Uniti, Cina e Giappone, con le prime due che sono anche potenze militari. Mentre per quanto riguarda l’economia, l’area produce il 60% del Pil globale e ospita il 60% della popolazione mondiale, aspetto che la rende importante anche a livello demografico.
Formentini: “Prima volta che il parlamento dedica un’attenzione così profonda alla regione”
Nella sua introduzione, il vicepresidente Paolo Formentini ha spiegato il “lungo lavoro” della commissione, fatto di 43 audizioni, “il lavoro più approfondito che il parlamento abbia mai dedicato a quest’area del mondo”. Il deputato ha poi spiegato che l’attenzione continuerà, anche attraverso missioni come quelle del Vespucci, anche per sostenere “le attività del sistema Paese nella regione”. Alla presentazione del rapporto hanno partecipato esperti, diplomatici e militari.
Quartapelle: “Inviato ad hoc e definizione di una strategia”
Per l’Italia, come ha sottolineato Lia Quartapelle, l’altra vicepresidente della commissione, è importante “girare lo sguardo verso l’Indo-Pacifico che è una regione che non appartiene ai tre assi tradizionali della politica estera italiana – euroatlantici, euromediterranei ed euroafricani – e chiedersi cosa debba fare e come dotarsi di una proiezione reale nella zona”.
Proprio questa era la finalità dell’indagine conoscitiva: individuare le basi sulle quali costruire una nuova strategia di presenza dell’Italia nell’area, a partire dall’analisi delle sfide alla sicurezza e dell’evoluzione geopolitica complessiva fino a collaborazioni con partner con cui l’Italia condivide un quadro di valori passando per il valore aggiunto che porta l’Italia in particolare sul tema della libertà di navigazione.
Due le conclusioni principali cui è arrivata l’indagine, ha sottolineato la vicepresidente: “Quella della figura di un inviato e la definizione di una strategia per l’Indo-Pacifico da parte dell’Italia”, una novità per il nostro Paese che, ha sottolineato la deputata Pd, “non fa tendenzialmente strategie di politica estera”, intendendo con ciò l’analisi di punti di forza, punti di debolezza, rischi, opportunità, obiettivi e strumenti.
Sarà comunque necessario “un supplemento di discussione tra le forze politiche, tra gli interessi anche qui rappresentati e con i partner per definire che tipo di strategia vogliamo fare in un mondo che è completamente cambiato”, in cui “gli Stati Uniti sono stati i primi a disallineare i loro interessi rispetto ai nostri”.
Quartapelle ha infatti sottolineato il brusco cambio di passo imposto dalla nuova presidenza Usa a guida Donald Trump e dunque la necessità di aggiornare continuamente il documento alla luce degli sviluppi attuali e futuri: “Abbiamo una politica extra-americana che guarda la Russia come un partner principale e all’Europa se non come un danno sicuramente come un problema”.
Quartapelle ha poi evidenziato come il documento conclusivo parli di “una strada italo-europea rispetto a una strategia indo-pacifica con alcune specificità italiane, in particolare sul corridoio cosiddetto Imec, sul Mar Rosso, e sul Mediterraneo come porta di entrata dell’Asia in Europa”.
Centrale per ogni discorso sull’area è infine la Cina: il lavoro del Comitato ha analizzato la mutata “postura internazionale” del Dragone e identificato come si muove per espandere la propria influenza nel mondo: “Questo ci aiuterà anche a immaginare dei limiti rispetto a un’azione cooperativa nei confronti della Cina”, anche se l’approccio di Trump invita “a ragionare su una strategia più europea, più aperta e collaborativa rispetto a quando noi abbiamo fatto questo rapporto”.
Calovini: “Ruolo importante dell’Italia in un contesto europeo per strategia Indo-Pacifico”
Ha poi preso la parola Giangiacomo Calovini di Fratelli d’Italia, cha ha innanzitutto sottolineato come “l’Asia e tutta questa zona enorme dal punto di vista geografico, economico, demografico, specie negli ultimi decenni, sia diventata quello che viene definito in un qualche modo l’ombelico del mondo”.
L’Asia è sicuramente un’opportunità, ha spiegato Calovini, ma potrebbe essere anche un rischio: “Non è più soltanto una zona che deve essere studiata dal punto di vista economico-commerciale, ma ormai anche quello dal punto di vista militare e geopolitico”, da qui l’importanza del documento approvato dalla Commissione.
“Sono convinto che l’Italia in un contesto europeo possa e debba avere un ruolo molto importante, perché sono altrettanto convinto che l’Italia e l’Europa abbiano, purtroppo, negli ultimi anni sottovalutato quello che oggi rappresenta l’Asia e tutta la zona dell’Indo-Pacifico”.
Onori: “Necessaria una chiarezza di intenti”
L’importanza di una dimensione europea è stata sottolineata anche da Federica Onori di Azione, che l’ha definita “non scontata” e “assolutamente opportuna”. Onori ha anche evidenziato la necessitò di avere “una chiarezza di intenti come Italia nella propria azione multilaterale” in modo da evitare “iniziative magari estemporanee che nell’alternanza dei governi potrebbero portare a percepire il nostro Paese in maniera confusa, ambigua e quindi debole” in un’area “decisiva, strategica da diversi punti di vista: commerciale, del diritto internazionale del mare, dei diritti umani”.
Onori ha anche accennato alla forte presenza degli Stati Uniti nella regione, anche attraverso strumenti di cooperazione come il Quad, l’Aukus e il Five Eyes, dunque non si può né si potrà prescindere dal valutarne la postura e le azioni “nella definizione di una linea italiana all’interno dell’Unione europea”.
Orsini: “Collegare il soft power italiano a visione più ampia”
Andrea Orsini di Forza Italia ha accolto con favore il “focus molto approfondito su un’area del mondo che a noi sembra lontana ma è molto più vicina di quanto tendiamo a immaginare. Sebbene in Italia ci percepiamo “come una potenza regionale, quale obiettivamente siamo”, e quindi pensiamo di non avere un ruolo da giocare, per il deputato “un ruolo da giocare ce l’abbiamo e ben importante”.
Anche per Orsini “la proiezione verso l’Indo-Pacifico è un tema che naturalmente non è solo italiano, è un tema europeo. L’Europa ha un compito da svolgere e ha degli interessi concreti da difendere in questa grande area del mondo. Come sempre, non è ancora presente, io spero che lo diventi come soggetto autonomo e con una propria identità di politica estera, di politica di difesa. Molti Paesi europei per proprio conto hanno già una proiezione diretta nell’Indo-Pacifico o per la propria storia, come la Francia o l’Inghilterra, o per le iniziative più recenti, come la Germania. L’Italia finora ha esercitato un soft power importante, ma che andrebbe connesso a una visione più complessiva del problema”.
Orsini lo ha detto chiaramente: “Quello che succede in Ucraina non è distinto da quello che potrebbe succedere a Taiwan o in altre aree di crisi dell’estremo Oriente” e proprio per questo “anche il tema della libertà di navigazione, della libertà degli assi commerciali che legano l’Europa e l’Occidente a quello che noi un tempo chiamavamo Estremo Oriente sono temi assolutamente decisivi ed estremamente delicati come dimostra la vicenda degli Houthi nel Mar Rosso”.
Il deputato ha ricordato “iniziative importantissime che sono ancora allo stato di progetto, perché devono diventare essenziali e lo sono in particolare per l’Italia, come il Corridoio Indo-Mediterraneo, il cosiddetto Imec: sono orizzonti strategici per i quali vale la pena di lavorare, perché l’Italia è il naturale terminale verso l’Europa del di un corridoio di questo tipo”, attraverso il porto di Trieste.
Carè: “Forte presenza italiana nell’area con l’esercitazione militare ‘Pitch Black’”
Nicola Carè, deputato Pd eletto nella circoscrizione estera di Africa, Asia, Oceania e Antartide, ha sottolineato l’importanza di creare una strategia per un’area diventata un focus mondiale a più livelli. Carè ha ricordato la recente forte presenza italiana nell’area dell’Indo-Pacifico, “non soltanto in cooperazione con tutte le altre nazioni europee”, in occasione dell’esercitazione militare ‘Pitch Black’ in Australia, dove vantava il contingente più numeroso dopo quello della Nazione ospitante, e l’opera dell’Amerigo Vespucci che “porta avanti la nostra bandiera e le nostre eccellenze”.
Ambasciatore Bartoli: “Con l’India coincidenza di valori e interessi”
Un focus sull’India è stato aperto dall’ambasciatore italiano a Nuova Delhi, Antonio Bartoli, che ha sottolineato il rinnovato rapporto dell’Italia col Paese più popoloso del mondo. Lo dimostrano i frequenti incontri tra i due primi ministri e la firma, lo scorso novembre, di un piano d’azione per i prossimi cinque anni che identifica “tutte le aree principali di collaborazione: economia e investimenti, connettività, quindi l’Imec, la scienza, la tecnologia, lo spazio, la difesa, la sicurezza, la mobilità, la cultura – che è un linguaggio privilegiato – il turismo che è uno straordinario volano di promozione”.
Di base c’è una “oggettiva coincidenza di interessi anche economici, di storie, di valori”, a partire dall’essere entrambi i Paesi delle democrazie, pur con le differenze specifiche, e “due penisole proiettate nei rispettivi mari”. Bartoli ha sottolineato un ulteriore elemento che giustifica l’interesse italiano verso l’area, ovvero “la convergenza tra due mari, cioè l’Indo-Pacifico e il Mediterraneo. Quindi un Indo-Mediterraneo che è una zona di scambi culturali, di economia, di merci, ma anche di dati”.
Non a caso è in azione un progetto che prevede la posa di un cavo che unisce Genova a Mumbai, “un’autostrada ad alta velocità per i dati”. Inoltre il 10 e il 11 aprile si terrà un grande Business Forum “in cui il filo conduttore sono tecnologia ed energia”, insieme a infrastrutture, spazio, difesa cyber, nuovi materiali e innovazione.
L’ambasciatore ha menzionato anche le iniziative a livello europeo, con la prima visita importante della Commissione a Nuova Delhi per avviare una maggiore cooperazione e arrivare a un accordo di libero scambio. “L’India lo sta negoziando allo stesso tempo con Europa, con Stati Uniti e con Gran Bretagna”, ha avvisato Bartoli, e questo “renderebbe ancora più attraente un Paese che non è solo importante per l’attrattività economica, ma anche perché vuole essere sempre più protagonista degli equilibri mondiali, anche ergendosi a rappresentante del cosiddetto sud globale”.
Tremonti: “Serve una nuova Bretton Woods per recuperare le regole”
I lavori sono stati chiusi da Giulio Tremonti, presidente della III Commissione: “Io credo che adesso sia arrivato il momento per ragionare una variante su Bretton Woods. Bretton Woods va solo sui cambi. Qui potrebbe essere sui cambi, ma anche sulle regole”.
L’economista ha proposto un excursus storico per sottolineare come il mondo sia cambiato rispetto al 1975, anno del primo G7, a Parigi, che rappresentava 7-800 milioni di persone, unite “da un codice linguistico – l’inglese -, da un codice economico, – il ‘Washington Consensus’ -, e da un codice politico – la democrazia occidentale-. Tutto il resto del mondo ruotava intorno”.
Con “la grande crisi del 2008, che non è una crisi finanziaria, è la prima crisi della globalizzazione”, il movimento è diventato G20, una realtà totalmente diversa che “prefigura il mondo in cui viviamo”: non è unificato da un codice politico unico né da un unico codice economico e nemmeno da un unico codice linguistico, “perché tutti sanno l’inglese ma ciascuno parla con orgoglio la propria lingua”.
Dunque in che mondo viviamo? “L’impressione è che il mondo sia ancora, e per fortuna, globale”, ha continuato l’economista sottolineando come però sia caduta “l’utopia politica che ha retto la globalizzazione per 30 anni: l’idea che il mercato fosse sopra e tutto il resto sotto, i popoli, la politica e gli Stati”.
Di fronte a questi cambiamenti, e ad altri eventi rivoluzionari che si muovono velocissimi – Tremonti ha citato la scoperta economica e politica della Cina, internet, i rischi che derivano dalla finanza, le guerre – “che cosa si può immaginare per superarli?”, ha chiesto e si è chiesto il politico.
Nel G20 si confrontano due visioni della finanza, ha ricordato: quella italiana, per cui “non puoi vivere in un mondo in cui l’unica regola è l’assenza di regole” e quella per cui “non servono regole, è sufficiente stampare moneta“. La prima portò al Global Legal Standard che prevedeva ad esempio il rispetto di regole ambientali e igieniche, ben prima del Covid, la seconda al Financial Stability Board. Ma “io di Financial Stability da allora non ne ho vista molta e non ne vedo molto in futuro”, ha puntualizzato l’economista.
Occorre quindi “tornare a un qualche tipo di regola che unisce gli Stati Uniti, il G7 e anche il mondo che voi rappresentate e che è di enorme crescente importanza”. “Davvero credo che sia utile per tutto, anche per la pace. Come diceva un vecchio filosofo liberale francese: “I confini non attraversati dalle merci sono versati dagli eserciti”. L’Indo Pacifico può essere straordinariamente interessante per continuare a ragionare e a sperare in un futuro che sicuramente sarà meglio”, ha concluso Tremonti.