Groenlandia, l’Europa apre gli occhi: l’alleanza con gli Usa non è più la stessa

Dal vertice informale di Bruxelles la nuova linea Ue: fermezza, preparazione e unità
2 ore fa
5 minuti di lettura
Antonio Costa e Ursula von der Leyen
Antonio Costa e Ursula von der Leyen (elaborazione foto Fotogramma)

Se al momento l’Unione europea ha tirato un mezzo sospiro di sollievo sulla questione Groenlandia, allo stesso tempo sta ormai riconoscendo che l’Alleanza atlantica non è più la stessa, che gli Stati Uniti non sono più amici affidabili, e che il mondo basato sulle regole non vale più. È un po’ questa la consapevolezza che ha contraddistinto il Consiglio europeo informale convocato dal presidente António Costa domenica scorsa, nel pieno della crisi con gli Usa per il possesso dell’isola artica. Il vertice si è tenuto ieri sera: cinque ore, tanto è durata la cena di lavoro, durante le quali si è parlato delle relazioni transatlantiche e di come gestire l’imprevedibile presidente americano Donald Trump. “Fermezza, apertura, preparazione e unità”. Questa la riposta europea, come sintetizzato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen durante la conferenza stampa post-incontro.

Insomma, di fronte alle prossime crisi, e sembra che ormai nessuno dubiti che ce ne saranno, sono tutti d’accordo che l’Europa dovrà offrire una risposta calma ma rapida e ferma.

Il nuovo approccio europeo

“Per quanto riguarda la Groenlandia, siamo chiaramente in una posizione migliore rispetto a 24 ore fa. E stasera abbiamo tratto insegnamento dalla nostra strategia collettiva”, ha chiarito von der Leyen. “In primo luogo, abbiamo dimostrato un’inequivocabile solidarietà con la Groenlandia e il Regno di Danimarca (a cui appartiene come territorio autonomo, ndr). In secondo luogo, siamo rimasti fermamente al fianco dei sei Stati membri minacciati dai dazi. In terzo luogo, ci siamo confrontati attivamente con gli Stati Uniti a vari livelli. Lo abbiamo fatto con fermezza, ma senza escalation. In quarto luogo, eravamo ben preparati con contromisure commerciali e strumenti non tariffari nel caso in cui fossero stati applicati dazi”.

“Abbiamo seguito quattro principi chiave: fermezza, apertura, preparazione e unità. Ed è stato efficace, quindi d’ora in poi dovremmo mantenere proprio questo approccio,” ha continuato.

Costa in conferenza stampa ha ribadito “il pieno sostegno dell’Unione europea” alla Groenlandia e alla Danimarca, le uniche a poter decidere del proprio destino, e ai “principi del diritto internazionale, dell’integrità territoriale e della sovranità nazionale”.

Sul punto, von der Leyen ha ricordato l’apertura dell’ufficio Ue a Nuuk due anni fa, gli accordi che porteranno a più investimenti sull’isola, il raddoppio del sostegno finanziario nel prossimo bilancio pluriennale dell’Unione. Inoltre ha annunciato “presto” un consistente pacchetto di investimenti.

Ma “intendiamo anche approfondire la cooperazione con gli Stati Uniti e tutti i partner sulla sicurezza artica”, ha aggiunto, suggerendo di “utilizzare l’aumento della spesa per la difesa per equipaggiamenti pronti per l’Artico, ad esempio una nave rompighiaccio europea”.

Inconsueta unità

Il vertice ha offerto anche un’immagine inconsueta di unità: nessuna discussione, nessuna tensione. Non che tutti siano d’accordo su tutto. Le capitali sono divise su come reagire alle pretese sulla Groenlandia: qualcuno chiede una risposta più forte – Francia, Belgio e Spagna -, qualcun altro punta sul dialogo – Italia – e qualcun altro ancora – Paesi baltici, Polonia – ritiene che la strategia del segretario generale della Nato Mark Rutte di lusingare Trump abbia funzionato, almeno per ora.

Ma tutti concordano che le minacce del capo della Casa Bianca di usare la forza per prendersi la Groenlandia e di imporre dazi a chi aveva risposto con più determinazione hanno rappresentato un simbolico Rubicone. Passato il quale ‘il dado è tratto’ e non si torna più indietro.

In sostanza, anche se il tycoon a Davos ha fatto sapere con un inaspettato giro di volta che era soddisfatto della cornice di accordo stabilita con Rutte sulla Groenlandia (e su cui peraltro il premier groenlandese ha detto di non saperne nulla) e che dunque non avrebbe imposto i minacciati dazi sui Paesi ‘ribelli’, nessuno si aspetta davvero che la tempesta sia passata. Le capitali ormai sono dell’idea che se Trump ha minacciato una volta può benissimo farlo ancora.

Il presidente francese Emmanuel Macron, in questi giorni particolarmente duro con il leader americano, che in tutta risposta lo ha offeso, lo ha detto chiaramente: “Rimaniamo estremamente vigili e pronti ad utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione se dovessimo trovarci nuovamente sotto minaccia”.

Gli ha fatto eco il primo ministro della Finlandia, Petteri Orpo: “Abbiamo dimostrato che se restiamo uniti siamo forti, e se siamo forti siamo rispettati“.

Evika Silina, premier della Lettonia, Paese storicamente pro-Stati Uniti, ha commentato: “Bisogna lavorare con ciò che si ha. I cittadini americani hanno eletto il loro presidente, in Europa noi abbiamo i nostri”,
Anche il premier polacco Donald Tusk, filo-atlantista, ha specificato, con riferimento a Trump, che “tra dominazione e leadership c’è una differenza“, e che “abbiamo sempre rispettato e accettato la leadership americana”, ma “ciò di cui abbiamo bisogno oggi nella nostra politica è fiducia e rispetto tra i nostri partner, non predominio e coercizione”.

E il cancelliere tedesco, Friederich Merz, che non ha voluto commentare gli ultimi giorni, ha concordato che “l’unità e la determinazione da parte europea possono davvero fare la differenza“.

Non manca comunque chi ribadisce l’amicizia con gli Usa: “Considero ancora gli Stati Uniti come il nostro amico più stretto”, ha dichiarato il presidente lituano Gitanas Nausėda

Si riprende con l’accordo di Turnberry

Dato che Trump ha affermato che non imporrà i minacciati dazi su Francia, Danimarca, Norvegia, Svezia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia e Regno Unito, ovvero gli otto Paesi che avevano inviato contingenti in Groenlandia (peraltro simbolici, qualche decina di soldati), per il Consiglio informale è possibile superare la sospensione della ratifica dell’accordo firmato a luglio con gli Usa in Scozia, attualmente messo nel limbo dall’Europarlamento in seguito alla crisi groenlandese degli scorsi giorni.

La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, al suo arrivo ha fatto sapere che l’Europarlamento potrà continuare le sue discussioni sul trattato, e anche Costa lo ha chiarito: “L’imposizione di dazi aggiuntivi sarebbe stata incompatibile con l’accordo commerciale Ue-Usa. Il nostro obiettivo deve ora essere quello di procedere con l’attuazione di tale accordo“.

Inoltre, verrà prorogata la sospensione, in scadenza il 6 febbraio, del pacchetto di contro-dazi per 93 miliardi deciso lo scorso anno, congelato proprio dopo l’accordo di Turnberry e ritirato fuori ora in occasione dei nuovi dazi annunciati da Trump domenica scorsa.

Mercosur: applicazione

Altro capitolo: la decisione dell’Europarlamento di chiedere un parere alla Corte di Giustizia europea sulla conformità del contestato accordo commerciale col Mercosur, firmato il 17 gennaio e al quale i governi avevano dato l’ok. L’intesa è sospesa per mesi se non per anni, in attesa che la corte si esprima, ma sul tavolo rimane l’ipotesi dell’applicazione provvisoria, prevista dai Trattati. Costa ha precisato: “Il Consiglio ha già deciso la scorsa settimana di autorizzare la Commissione a procedere” in tal senso, dunque l’ha invitata a farlo.

In conferenza stampa von der Leyen ha confermato: “La questione dell’applicazione provvisoria è stata sollevata stasera da diversi leader”, ma “non abbiamo ancora preso una decisione” in attesa che siano pronti “uno o più Paesi del Mercosur”. “In breve, saremo pronti quando lo saranno loro”, ha concluso sul tema, anche se ricorrere all’applicazione provvisoria aprirebbe uno scontro con l’Europarlamento.

Ucraina

Infine, l’Ucraina, passata in secondo piano nelle ultime settimane a causa della crisi groenlandese. Von der Leyen ha ricordato che il blocco sta raddoppiando il suo sostegno, a partire dalla fornitura di “447 generatori di emergenza” per “ospedali, rifugi e servizi essenziali”, fino al lavoro con Washington e Kiev per “un unico documento che rappresenta la visione collettiva di ucraini, americani ed europei per il futuro dell’Ucraina nel dopoguerra”. Un testo basato su cinque pilastri chiave: aumentare la produttività; accelerare l’integrazione dell’Ucraina nel Mercato unico europeo; forte aumento degli investimenti; maggiore coordinamento dei donatori; riforme essenziali.

Gli ultimi articoli