Forum vicino ad Orbán chiede al Board of Peace di Trump di monitorare le elezioni di aprile

Con l’opposizione avanti, cresce la tensione su osservatori e possibili contestazioni. La richiesta bypassa Onu e Osce, già attiva con una missione elettorale
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Orban Trump

Il Forum di Solidarietà Civile – Fondazione Pubblica di Solidarietà Civile (Civil Összefogás Fórum – Civil Összefogás Közhasznú Alapítvány, CÖF – CÖKA), organizzazione ungherese considerata vicina al governo di Viktor Orbán, ha chiesto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che il Board of Peace da lui presieduto “ponga attenzione” sulle elezioni legislative ungheresi del 12 aprile valutando, “se possibile”, di inviare osservatori elettorali. Al momento non risultano risposte, né in un senso né in un altro, da parte del Consiglio di Pace o del capo della Casa Bianca.

Contribuire alla legittimità dei processi democratici ungheresi

In una lettera pubblicata il 24 marzo, il Forum, dopo aver sostenuto l’esistenza di pressioni e tentativi esterni di influenza sul voto del prossimo mese, tra i quali la minaccia di violenza ucraina, chiede al ‘Béketanács’ di porre “attenzione” alla questione delle interferenze e di contribuire, nei limiti del suo mandato, alla legittimità dei processi democratici ungheresi attraverso la presenza di osservatori elettorali. L’iniziativa è stata presentata in una conferenza stampa come “passo internazionale”, insieme a una lettera alla Nato.

Per la prima volta in 16 anni, Orbán si trova in svantaggio nei sondaggi, con il partito di opposizione Tisza e suo leader Peter Megyar avanti di una decina di punti.

La richiesta pone almeno tre problemi.

Bop come sostituto nelle Nazioni Unite

Il primo è che il monitoraggio delle elezioni è di competenza dell’Onu e di altri organismi internazionali su cui c’è un consenso condiviso. Nel caso specifico, la missione ufficiale di osservazione elettorale è già presidiata da Osce/Odihr (con supporto di altre delegazioni parlamentari internazionali), e la stessa Osce Pa descrive un dispiegamento numericamente ampio per il giorno del voto.

La richiesta al Board of Peace è dunque perlomeno atipica rispetto alla prassi internazionale, ma soprattutto va a ‘grattare’ ancora un po’ la legittimità del sistema multilaterale. Inoltre, il Bop nasce su mandato delle Nazioni Unite ma limitatamente alla situazione di Gaza, non per altri compiti e in altre aree del mondo. D’altronde, il suo stesso artefice, Trump, ha intenzione di allargarne il campo, tanto che Gaza non è nemmeno nominata nello Statuto. Il fine del tycoon, non nascosto, è sostanzialmente quello di sostituire l’Onu, ritenuto inefficiente. Rivolgersi al Board e non alle Nazioni Unite è dunque una scelta precisa e politica.

Trump tifa Orbán

Senza contare, e questo è il secondo aspetto, che Trump sta sostenendo a gran voce la rielezione di Orbán insieme al resto della sua amministrazione, perciò non sembra esattamente un osservatore imparziale.

Non depone benissimo neanche il precedente del 2021, quando l’attuale capo della Casa bianca, di fronte alla sconfitta da parte del democratico Joe Biden, aizzò gli animi e provocò il famoso e choccante assalto a Capitol Hill.

Anche molti membri del Bop non sono esattamente considerati fari della democrazia liberale (ad esempio Azerbaigian, Bielorussia, Egitto), motivo per cui chiedere a un organismo così composto di vigilare sulla legittimità democratiche di un altro Paese potrebbe suonare ironico.

Non accettare il voto

Terzo aspetto, la lettera alimenta i timori, già ampi, che il partito di Orbán non accetti il risultato del voto. A un mese dalle elezioni la questione si è allargata anche a Tisza: molti esperti ritengono che entrambe le parti utilizzeranno gli osservatori elettorali per contestare un risultato avverso. Politico riporta il pensiero di Péter Kramer, osservatore elettorale, secondo cui è diventata ormai una tendenza internazionale dei Paesi democraticamente “discutibili” di chiedere osservatori per legittimare le schede

Il Forum sta già accusando Tisza di volersi sottrarre alle proprie responsabilità per la sconfitta al voto, “consapevolmente costruendo la narrativa della frode elettorale per fomentare deliberatamente la tensione sociale”.

Secondo Máté Tordai, presidente della Fondazione Patriottica per la Cooperazione Civile Europea, “la società civile ungherese ha finora osservato con comprensibile indignazione, ma pur sempre con responsabile moderazione, gli sviluppi dell’alleanza politica tra Bruxelles, l’Ucraina e il partito Tisza”, ma arriva un punto in cui bisogna dire: “Fin qui e non oltre”!

Ungheria e spionaggio

Nel frattempo, mentre crescono i rischi di interferenze legate al Cremlino, di cui Orbán è uno stretto alleato, Budapest ha accusato un famoso giornalista, Szabolcs Panyi, di presunte intercettazioni telefoniche. Panyi nega e l’Independent Press Institute ha affermato che questa mossa fa parte di una campagna di “molestie legali ai confronti dei media”.

L’Ungheria nell’ultima settimana si è trovata di nuovo al centro di un caso di spionaggio a favore di Mosca: secondo quanto riportato da fonti mantenute anonime dal Washington Post, il ministro degli Esteri Péter Szijjártó telefonava costantemente al suo omologo russo Sergey Lavrov per riferirgli delle discussioni ai massimi vertici europei. Szijjártó ha negato, ma a Bruxelles nessuno si è stupito più di tanto dell’accusa, con il premier polacco Donald Tusk che ha affermato che il sospetto girava da tempo e che per questo motivo lui parla il meno possibile durante le riunioni. La Commissione ha chiesto spiegazioni a Budapest, arrivate in modo insufficiente, ma non ha avviato azioni formali, per non offrire ad Orbán materiale per la campagna elettorale.

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