Europa, la sfida dei laser: il caso Trumpf tra Cina, difesa e tecnologie di frontiera

Eurofocus ha visitato la fabbrica di laser più grande d'Europa: dai laser industriali ai chip Euv, fino ai sistemi d'arma a energia diretta, i dirigenti raccontano le loro scommesse tecnologiche
2 ore fa
8 minuti di lettura
20251020MST

Ditzingen, un paesino nei pressi di Stoccarda, capitale del cuore pulsante della meccanica tedesca che è il Land di Baden-Württemberg. Qui si trova il campus di Trumpf, una delle aziende più importanti d’Europa di cui i più non hanno mai sentito parlare. Si tratta di un leader globale nella produzione di macchine utensili laser, con quasi 18.000 dipendenti e circa 4,3 miliardi di euro di fatturato, reduce da un programma di consolidamento dei costi e una scommessa tecnologica nel settore della difesa che l’azienda non aveva mai fatto in settant’anni di storia.

A spiegare la strategia aziendale alla stampa internazionale, tra cui Eurofocus, è il ceo per la tecnologia laser e membro del cda Hagen Zimer, fiancheggiato dalla presidente Nicola Leibinger-Kammüller. Ne emerge un ritratto franco, a tratti scomodo, dello stato dell’industria europea ad alta tecnologia, stretta tra competizione cinese, frammentazione geopolitica e corsa alla rilevanza nel campo delle tecnologie di frontiera.

Untitled design
Hagen Zimer (Chief Executive Officer for Laser Technology e membro del cda) e Nicola Leibinger-Kammüller (presidente del cda). Crediti: Trumpf

Imitatori, innovatori, partner e rivali

La conversazione inizia con lo scardinamento del concetto di Cina come Paese di imitatori, un “lusso” che Trumpf non può più permettersi, come spiega Zimer. “Hanno trovato un modo pragmatico per recuperare rapidamente e porsi al vertice tecnologico mondiale. Hanno imparato moltissimo copiando, per potenziare la loro capacità innovativa. Ma oggi trasformano questo potenziale in velocità e in idee proprie“. Motivo per cui oggi “possiamo imparare moltissimo dai cinesi”, specie a livello di cultura aziendale, dove l’Ue sconta quello che il dirigente vede come un handicap per l’innovazione.

“Noi europei, attraverso l’illuminismo, attraverso il pensiero atomistico, siamo sempre portati a scomporre un sistema fino alle particelle elementari, e solo quando lo abbiamo capito ci accingiamo a sviluppare”: processo che allunga i tempi di sviluppo di tre o quattro anni, e quando si arriva sul mercato si è già in ritardo. Prima lezione, dunque: usare la “China Innovation Speed”, per usare l’espressione di Zimer, come parametro competitivo. Trumpf l’ha applicata aprendo un centro di ricerca e sviluppo in Cina che lavora, per ora parzialmente, in competizione interna con le strutture tedesche.

Fare fronte alla pressione del Dragone adesso è necessario anche nel campo dell’altissima tecnologia, sottolinea il dirigente: “Negli ultimi cinque-sette anni la concorrenza cinese si è avvicinata moltissimo alle nostre capacità tecnologiche nei settori delle batterie, delle automobili, recentemente anche dei prodotti di meccanica e persino dei laser”. Il meccanismo è noto: sovraccapacità produttiva costruita con modelli di business aggressivi e alimentata con generosi sussidi statali, offerta poi sui mercati globali a prezzi che i produttori occidentali non possono eguagliare senza erodere i propri margini. Dal canto suo, Leibinger-Kammüller non si fa scrupoli lessicali: “Le sovvenzioni sono sleali, va detto chiaramente”.

Il paradosso della dipendenza incrociata

Eppure, demonizzare Pechino non è una strategia. Trumpf lo sa bene, perché la sua relazione con la Cina viaggia su tre livelli simultanei: un mercato finale, un fornitore di componenti e un serbatoio di competenze ingegneristiche. Tre dipendenze che si intrecciano e rendono la prospettiva di un disaccoppiamento non solo costosa, ma autolesionista. “Se in Europa vogliamo portare avanti la mobilità elettrica, questa decisione non viene presa qui, ma in Cina”, incalza Zimer, ricordando che i produttori di batterie e quelli di apparecchiature originali, più gi integratori, si trovano lì. “Questo significa che dobbiamo entrare con i nostri prodotti nei progetti in Cina per vederli poi installati qui in Europa“.

La dinamica pone non pochi problemi a un’azienda che opera in Ue. “Arriva un ordine dall’oggi al domani, e bisogna fornire centinaia di laser in brevissimo tempo perché l’ordine non vada a un concorrente cinese. E in quel momento siamo intrappolati dalle normative sugli orari di lavoro vigenti in Germania”. A quel punto pesa anche il costo del lavoro europeo, ben più alto di quello cinese. Così per tagliare i costi altrove, inevitabilmente, si torna in Cina: “Riusciamo a raggiungere queste strutture di costo in parte proprio acquistando componenti cinesi per i nostri prodotti”. La numero uno dell’azienda è ancora più esplicita: a tendere ha sempre più senso “sviluppare in Cina, presso le nostre sedi, con il local sourcing, approfittando delle condizioni di lavoro cinesi e riuscendo così a rendere i prodotti più economici“.

Comparison of two used CE marks.svg

La soluzione passa anche da controlli più rigidi per evitare il dumping cinese a basso valore aggiunto. I dirigenti Trumpf portano l’esempio del marchio CE (“Conformità Europea”), la certificazione obbligatoria per immettere prodotti sul mercato dell’Unione, che ha una variante cinese graficamente quasi identica: “China Export”. Dietro la certificazione europea ci sono standard di sicurezza, test, documentazione, e tutto questo ha un costo che si riflette nel prezzo finale del macchinario, mentre un produttore cinese che aggira queste conformità ottiene un vantaggio competitivo strutturale che nessun guadagno di produttività europeo può compensare. “Non possiamo esigere dai produttori europei di macchine il rispetto di tutte le conformità CE, di tutti gli aspetti di sicurezza, e al contempo ammettere macchinari cinesi che non soddisfano questi requisiti”, riassume Zimer.

Mercato aperto, protezionismo…

Le varie dimensioni del problema portano Leibinger-Kammüller a diffidare di dazi o salvaguardie generalizzate come parte della soluzione. “Il protezionismo non porta mai al successo: il successo deriva dal vantaggio tecnologico“. Zimer puntualizza che sono necessari correttivi per compensare gli squilibri sleali, ma non al punto da falsare la pista dove si compete per capire chi davvero è più veloce e innovativo: proteggere le realtà europee poco competitive, aggiunge, sarebbe “pericoloso, perché in quel caso non siamo pronti per il futuro”.

A ogni modo, il dirigente sottolinea di credere nelle “interdipendenze bilaterali” come soluzione di equilibrio. Tuttavia, detto che i posti di lavoro tedeschi ed europei dipendono parzialmente dalla catena di valore cinese, Zimer precisa che Trumpf è ancora in vantaggio tecnologico rispetto ai concorrenti cinesi e che i suoi prodotti sono ambiti in Cina. E questo è vero soprattutto per il settore della produzione di chip, in particolare la litografia a ultravioletti estrema (Euv), campo in cui le realtà cinesi sono ancora diversi anni indietro rispetto al leader europeo, l’olandese Asml, che opera in strettissima ed esclusiva collaborazione con Trumpf per la componente laser dei suoi macchinari.

“Il tema Euv è una leva. È la tecnologia che in sostanza rende possibile la prossima generazione di chip per l’IA”, spiega Zimer, ricordando che Trumpf produce la sorgente laser al CO₂ che genera il plasma di stagno necessario per produrre la luce ultravioletta con cui si “stampano” i circuiti integrati più avanzati del mondo, con risoluzioni nell’ordine dei pochi nanometri, fino ai nodi sotto i 2 nm. Le controparti cinesi non hanno ancora raggiunto questo livello di precisione, motivo per cui su questa tecnologia vigono regole strettissime di controllo alle esportazioni, e i macchinari del genere (come quelli della generazione precedente) non si possono vendere in Cina.

20250926MST
Crediti: Trumpf

… e leve geo-economiche

Il settore Euv, dominato dalla complessa rete di fornitori di Asml, è anche uno dei pochissimi esempi di catena del valore che nasce europea e presenta un certo grado di resistenza rispetto al rischio di ricatto geoeconomico – del genere imposto da Pechino quando ha dato una stretta sull’esportazione di terre rare. Ha senso pensare di utilizzarlo anche come carta negoziale contro gli Usa di Donald Trump? Possibile ma sconsigliabile per Zimer, che suggerisce di pensare prima a una tassa digitale per far fronte ai dazi. Il ragionamento sottostante è di lungo periodo e fondato su decenni di “ottima collaborazione tra americani ed europei, dal secondo dopoguerra. E non dobbiamo lasciarci tentare dall’irritazione degli ultimi anni a buttare a mare questa amicizia“.

Più pessimistica è la valutazione sul fronte delle materie prime, dove difficilmente la posizione dominante della Cina potrà essere scalfita nel medio termine. Al controllo sulle riserve domestiche di terre rare, germanio, gallio e altri materiali critici per i semiconduttori e per le batterie si aggiungono decenni di investimenti che ne hanno esteso il perimetro alle miniere africane. Prendendo come esempio le batterie agli ioni di litio, il giudizio del dirigente è netto: “Sarà molto, molto difficile per gli europei recuperare terreno”, e per quanto riguarda le materie prime “siamo fuori gioco”. L’unica finestra rimasta aperta guarda sulle soluzioni chimiche alternative: le batterie allo stato solido e le batterie al sodio, settori in cui la mappa delle dipendenze è diversa e che “potrebbero offrire all’Europa un’opportunità per rientrare“.

Il futuro dei laser

E poi c’è la difesa, che sta ridisegnando l’industria tedesca ed europea. Trumpf ha annunciato lo scorso anno l’ingresso nel mercato dei sistemi laser anti-drone, in partnership con il produttore di componenti elettronici, sensori ed equipaggiamenti radio Rohde & Schwarz. Per chi conosce l’azienda — da sempre refrattaria al settore militare, con una cultura aziendale che ricalca quella dell’intero Paese nel periodo postbellico — è una svolta che richiede una spiegazione. Non si tratta di sfruttare le opportunità che emergono con la spinta Ue al riarmo, spiega Zimer, ma di operare una scelta basata su una consapevolezza tecnica: Trumpf è probabilmente l’unico produttore europeo in grado di garantire in modo continuativo sistemi laser ad alta potenza per abbattere droni.

“Le capacità tecniche degli attacchi aerei che stiamo osservando oggi non conoscono praticamente limiti. Centinaia, migliaia di droni possono essere prodotti a costi bassissimi e armati. L’intelligenza artificiale e i droni guidati a fibra ottica stanno già vanificando completamente le contromisure difensive convenzionali. Il jamming in banda RF non funzionerà in futuro, come anche lanciare missili per intercettare i droni: è troppo costoso. Alla fine rimane una sola soluzione: il laser”, sintetizza il ceo. Dunque Trumpf lavora su un sistema laser che costerà intorno ai 10 milioni di euro, ma sparerà “colpi” da cinquanta centesimi l’uno. La sfida tecnica, prosegue Zimer, è enorme. “Colpire un drone a un chilometro di distanza richiede una precisione estrema. Bisogna portare il raggio sul bersaglio con precisione micrometrica”. La stima è che occorreranno tre anni prima di poter presentare un sistema operativo.

Nella divisione del lavoro con Rohde & Schwarz, che gode di accesso diretto al mercato della difesa, Trumpf si occuperà esclusivamente dell’impianto laser, che realisticamente verrà montato su un veicolo tattico leggero e dotato di radar e sistemi di puntamento. Un sistema a “tandem” che l’azienda intende replicare con altri partner europei ad alta tecnologia nel campo dell’energia da fusione nucleare, dove i laser ad alta potenza sono una componente fondamentale. “L’unico centro di ricerca sulla fusione a laser in Europa si trova in Francia: si tratta del Laser Mégajoule”, evidenzia Zimer, ricordando che la struttura serve anche per la ricerca sulle armi nucleari, come il National Ignition Facility statunitense. Quindi “Germania e Francia hanno un compito comune: trasferire questa tecnologia nell’infrastruttura di ricerca civile”, missione che peraltro permette a Trumpf di giustificare costi di ricerca e sviluppo altrimenti insostenibili.

20250926MST
Crediti: Trumpf

L’Europa al bivio

Quella di Trumpf è una posizione rara nel tessuto industriale europeo, ricco di pmi che non hanno mai raggiunto la scala necessaria anche per i limiti strutturali dell’Unione che Bruxelles sta spingendo per rivoluzionare. Ma l’azienda spicca anche per l’approccio deciso che dimostra nei confronti delle sfide del secolo. Il consolidamento dei costi, la localizzazione in Cina, l’ingresso nella difesa — tutti pezzi di una strategia di adattamento a un mondo che si sta frammentando più velocemente di quanto le strutture industriali europee riescano a seguire.

In tutte le tecnologie del futuro — che peraltro contribuiscono anche al raggiungimento dei nostri obiettivi climatici, di cui in questo momento non parla nessuno — ci ritroviamo sempre più nella sfera cinese“, riassume Zimer. “Come Germania e forse come intera Europa, abbiamo sempre meno tecnologie superiori da offrire all’Estremo Oriente. È questo il nostro dilemma”. La risposta non è il protezionismo, almeno non nella sua forma più grezza. Ma le interdipendenze si costruiscono solo da una posizione di forza tecnologica, e quella forza, in troppi settori, si sta erodendo.

Occorre dunque puntare sulla competitività, parola più abusata d’Ue dall’inizio della seconda commissione targata Ursula von der Leyen. E nulla è più competitivo di chi crea alto valore aggiunto, come i campioni industriali, e chi riesce a innovare nelle tecnologie di frontiera. Nei settori come chip ed Euv, laser industriali, sistemi d’arma e fusione nucleare, la lezione di Trump è che l’industria europea ha ancora molto da dire: la domanda è se sarà in grado di parlare abbastanza in fretta.

Gli ultimi articoli