L’Europa deve procedere verso un ‘federalismo pragmatico’, altrimenti “rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata“. Se lo spauracchio di una “lenta agonia” – agitato in occasione della pubblicazione del suo Rapporto sulla competitività nel 2024 – non è bastato, l’ex governatore della Banca centrale europea Mario Draghi ha reso più chiaro cosa significhi all’attico pratico: irrilevanza, vassallaggio e, in definitiva, impoverimento. Ma Draghi è un concreto, e come tale è abituato a offrire delle ricette, delle soluzioni. Come quelle contenute nel suo rapporto, e come quella discussa lunedì ricevendo la laurea honoris causa all’università di Leuven in Belgio: l’Ue deve diventare una federazione di Stati. Ma è una via davvero percorribile?
Dipende innanzitutto da quello che l’Europa deciderà di diventare ‘da grande’. “Tra tutti coloro che si trovano ora intrappolati tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno la possibilità di diventare una vera potenza. Dobbiamo quindi decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità degli altri? Oppure adottiamo le misure necessarie per diventare un’unica potenza?”, ha chiesto l’ex premier italiano nel suo intervento.
D’altronde, il contesto è ormai noto: “La frammentazione politica europea è funzionale agli interessi” degli Usa: loro stessi lo hanno ammesso e ne hanno fatto una strategia d’azione all’interno dell’approccio dell’attuale amministrazione, che è quello di “cercare il predominio insieme alla partnership”. Quanto alla Cina, questa “sostiene il suo modello di crescita esportando i suoi costi sugli altri”. La terza via è quella europea, la cui integrazione si costruisce “non sulla forza, ma sulla volontà comune. Non sulla sottomissione, ma sul beneficio condiviso“.
Perché serve diventare una federazione
Perché serva diventare una federazione l’ex capo della Bce lo ha chiarito: “Dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come una potenza e negoziamo come un’unità. Dove non lo siamo stati – sulla difesa, sulla politica industriale, sulla politica estera – siamo trattati come un’assemblea di Stati di medie dimensioni, da dividere e trattare di conseguenza“.
Infatti, “raggruppare piccoli Paesi non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione, la logica con cui l’Europa opera ancora nella difesa, nella politica estera, nelle questioni fiscali. Questo modello non produce potere. (…) Il potere richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione“.
Come? In modo pragmatico, appunto: “Dobbiamo adottare le misure attualmente possibili, con i partner che lo desiderano, nei settori in cui è possibile compiere progressi“.
“Questo approccio rompe l’impasse che stiamo attraversando oggi, e lo fa senza subordinare nessuno. Gli Stati membri aderiscono. La porta rimane aperta ad altri, ma non a coloro che potrebbero compromettere l’obiettivo comune. Non dobbiamo sacrificare i nostri valori per raggiungere il potere”, ha evidenziato.
E dunque torniamo alla domanda delle domande: è possibile arrivarci? In che modo?
Intanto va detto che è già successo che alcune capitali agissero come pioniere: “L’euro è l’esempio più riuscito. Chi era disposto a farlo è andato avanti, ha costruito istituzioni comuni dotate di vera autorità e ha forgiato una solidarietà più profonda di quanto qualsiasi trattato avrebbe potuto prescrivere. Da allora, altri nove Paesi hanno scelto di aderire”, ha sottolineato Draghi.
E qualcuno ci sta provando anche oggi. È notizia di pochi giorni fa che sei ‘Big’ europei hanno deciso di accelerare e procedere, lasciando aperta la porta a chi voglia aggregarsi: Germania, Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Polonia hanno avviato un coordinamento su mercati dei capitali, difesa e materie prime, con lo scopo di velocizzare le decisioni e la ripresa economica del blocco.
L’obiettivo da tenere sempre in mente, però, ha spiegato l’ex banchiere, è raggiungere “non una cooperazione più flessibile, ma una vera federazione”, capace di “agire con decisione in ogni circostanza”,.
Perché una confederazione, in pratica, è un coordinamento tra Stati con veti e calcoli nazionali, mentre la federazione prevede istituzioni capaci di decidere e agire in modo unitario, soprattutto dove oggi l’Unione è vulnerabile (difesa, politica estera, industria/energia).
Il punto, per l’ex premier, è che l’attuale modello Ue di una confederazione di 27 Stati con diritto di veto individuale su questioni chiave “non produce potere“, ma “un gruppo di Stati ognuno vulnerabile a essere eliminato uno per uno”.
Come arrivare a un’Europa federata
Per arrivare al federalismo pragmatico invocato da Draghi a Leuven occorre spostare alcuni poteri chiave dagli Stati all’Unione (o a un ‘nocciolo’ di Stati) con decisioni vincolanti, risorse comuni e legittimazione democratica. Se vuoi potere “federale”, infatti, devi ridurre l’area delle decisioni bloccabili da singoli Stati (veto) e rendere più frequente il voto a maggioranza su dossier strategici (esteri/difesa/industria).
Il “federalismo pragmatico” evocato dall’ex capo della Bce si muove lungo tre direttrici. Prima: fare di più senza cambiare i Trattati, sfruttando le competenze già attribuite all’Unione europea, la legislazione ordinaria e strumenti come le clausole di flessibilità e le passerelle, che permettono in casi specifici di superare l’unanimità senza riscrivere il diritto primario.
Seconda: riconoscere ciò che richiede per forza una revisione dei Trattati, come l’attribuzione di nuove competenze, una capacità fiscale strutturale o un vero salto federale nelle regole istituzionali, ambiti che oggi non possono essere coperti con semplici decisioni politiche.
La cornice è quella dell’articolo 48 Tue, che regola le procedure di revisione e che resta il passaggio obbligato per trasformare un’Europa che coordina in un’Europa che decide. La norma, in estrema sintesi, prevede: proposte di modifica, possibile Convenzione/Conferenza intergovernativa, e alla fine accordo unanime degli Stati e ratifiche secondo le regole nazionali.
Un percorso che sembra davvero impossibile al momento attuale, dove il Vecchio Continente è attraversato da venti di destra, sovranisti e populisti che chiedono piuttosto ‘meno Europa‘ e si propongono di scardinare il sistema ‘da dentro’.
Terza: procedere, dove il consenso a 27 manca, attraverso gruppi di Paesi “disponibili”, ovvero “lungimiranti”, come li ha definiti Draghi, utilizzando la cooperazione rafforzata per consentire a un nucleo di Stati di avanzare senza bloccare l’intero processo. È l’integrazione “a cerchi”, prevista dai Trattati costitutivi, ed è ciò che caldeggia l’ex capo della Bce, conscio dell’attuale forza del sovranismo.
L’ordine globale è morto
L’ordine globale post-Seconda Guerra Mondiale, dopo aver “prodotto vantaggi reali e ampiamente condivisi”, è ormai defunto, ha preso atto Draghi. “Ma il crollo di questo ordine non è di per sé una minaccia. Un mondo con meno scambi commerciali e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa si adatterebbe. La minaccia è ciò che potrebbe sostituirlo”.
“La transizione da questo ordine a quello futuro non sarà facile per l’Europa”, ha sottolineato l’ex premier avvisando che “le vecchie divisioni che ci paralizzavano sono state superate da una minaccia comune“. L’Europa dunque deve cambiare, a partire da chi è più pronto a farlo.
