Quando i pasdaran hanno vietato l’accesso allo Stretto di Hormuz in seguito ai raid di Usa e Israele su Teheran, il mercato mondiale dell’energia ne ha risentito immediatamente: in poche ore, il Brent ha superato i 110–120 dollari al barile, i listini alle pompe in tutta Europa hanno cominciato a salire, e i governi si sono trovati a dover scegliere come rispondere. E non lo hanno fatto tutti allo stesso modo.
Caro benzina, i Paesi dell’Est Europa scelgono il tetto ai prezzi
I Paesi dell’Est Europa hanno optato per misure dirette: tetti chiari ai prezzi di benzina e diesel.
Quelli dell’Ovest e del Sud, invece, preferiscono agire sulla fiscalità, sulle riserve strategiche, o attendono una cornice europea più chiara.
Nel mezzo c’è Bruxelles, che studia opzioni ma non ha ancora deciso nulla di definitivo neanche dopo le minacce dell’Iran di portare il prezzo del petrolio a 200 dollari al barile.
Orbán e la politica dei “prezzi protetti”
Il 9 marzo, con un annuncio su Facebook prima ancora che in Parlamento, il premier ungherese Viktor Orbán ha reintrodotto un tetto ai prezzi di benzina e diesel. La misura è entrata in vigore dalla mezzanotte del 10 marzo: il prezzo massimo è fissato a 595 fiorini al litro per la benzina 95 (circa 1,50 euro ai cambi attuali) e 615 fiorini per il diesel (circa 1,55 euro). Il tetto vale solo per i veicoli immatricolati in Ungheria, coinvolgendo famiglie, imprese agricole e autotrasportatori.
Le parole di Orbán sono state esplicite nella motivazione geopolitica: “Purtroppo, a causa della guerra in Iran e del blocco del petrolio ucraino, anche l’Ungheria è stata colpita dall’aumento internazionale dei prezzi dei carburanti. I prezzi hanno iniziato a salire bruscamente in tutta Europa. Il governo ha dunque deciso di proteggere le famiglie ungheresi, le imprese e gli agricoltori dagli effetti dell’aumento dei costi energetici. Stabiliamo quindi un prezzo protetto per benzina e diesel, oltre il quale i rivenditori non potranno andare. Il prezzo sarà di 595 fiorini per la benzina e 615 fiorini per il diesel“.
Budapest ha anche ridotto le accise al livello minimo previsto dal diritto Ue, imposto un divieto temporaneo di esportare greggio e carburanti di base, e autorizzato l’utilizzo di parte delle riserve strategiche nazionali per garantire l’approvvigionamento.
Croazia: tetto generalizzato e taglio dell’accisa sul diesel
La Croazia ha seguito la stressa strada. L’8 marzo il governo di Zagabria ha tenuto una seduta straordinaria e adottato un decreto che fissa i prezzi massimi al dettaglio: dal 10 al 23 marzo 2026, la benzina è bloccata a 1,50 euro al litro, il diesel base a 1,55 euro. A differenza dell’Ungheria, il tetto si applica a tutta la rete distributiva, senza distinzione per nazionalità del veicolo.
Sul fronte fiscale, l’accisa sul diesel è stata ridotta a 386,13 euro ogni mille litri (circa 2 centesimi in meno al litro), con un costo stimato per lo Stato di 1,95 milioni di euro nel periodo di validità del decreto.
Slovenia: il modello regolato che attutisce gli shock energetici
La Slovenia ha risposto con la stessa tempistica ma con un approccio strutturalmente diverso: il Paese dispone già di un sistema di prezzi regolati di lungo periodo, all’interno del quale il governo agisce anche sulle accise. Dal 10 al 23 marzo, il prezzo massimo della benzina è fissato a 1,466 euro al litro e quello del diesel a 1,528 euro al litro, validi in tutta la rete incluse le autostrade. Senza l’intervento statale, i prezzi avrebbero raggiunto rispettivamente 1,576 euro e 1,702 euro al litro.
Il ministro dell’Ambiente, del Clima e dell’Energia Bojan Kumer ha mantenuto un tono misurato sulla vicenda: “Le forniture di carburante in Slovenia sono sicure e non ci aspettiamo problemi di approvvigionamento. I prezzi di benzina e diesel sono aumentati leggermente oggi, ma restano sotto controllo grazie al modello regolato. La situazione in Medio Oriente e nel Golfo può creare tensioni, ma il nostro sistema di formazione dei prezzi attutisce gli shock per i consumatori”. A differenza dell’Ungheria, dove il tetto è stato annunciato come misura emergenziale in risposta a una crisi geopolitica, in Slovenia si tratta dell’attivazione ordinaria di un meccanismo già rodato.
Ovest e Sud Europa: accise, riserve e decreti in cantiere
Diversa la reazione dei Paesi più lontani dalla Russia e dal Medio Oriente, tra cui l’Italia.
Il Portogallo ha attivato un meccanismo che nella sua logica somiglia a un paracolpi fiscale automatico: quando l’aumento settimanale dei prezzi alla pompa supera 10 centesimi al litro, scatta uno sconto straordinario sull’Isp (il tributo portoghese equivalente alle accise italiane) sul gasolio stradale, restituendo ai contribuenti il surplus di Iva che lo Stato incasserebbe dal rincaro.
Per la settimana successiva allo scoppio della crisi, la riduzione attivata è stata di 3,55 centesimi al litro, a fronte di un potenziale aumento di circa 23,4 centesimi. Il premier Luís Montenegro ha spiegato la logica della misura: “Non possiamo annullare l’aumento determinato dai mercati internazionali, ma possiamo evitare che lo Stato guadagni su un’emergenza a spese dei contribuenti”. Per la benzina — che ha registrato un aumento di 7,4 centesimi nella stessa settimana — non è scattato alcun intervento, perché l’incremento è rimasto sotto la soglia dei 10 centesimi che attiva il meccanismo di neutralità fiscale voluto da Lisbona.
Germania: riserve strategiche e freno alla speculazione giornaliera
Berlino ha scelto un approccio su due livelli. Da un lato, il governo ha valutato il rilascio di parte delle riserve petrolifere strategiche per attenuare le pressioni di prezzo e inviare un segnale distensivo ai mercati. Dall’altro, è emersa la proposta di limitare la frequenza con cui i distributori possono modificare i prezzi alla pompa — al massimo una variazione al giorno — per contenere la speculazione intragiornaliera.
Dal ministero dell’Economia tedesco è arrivata una dichiarazione che inquadra l’utilizzo delle riserve come “una misura precauzionale per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento e attenuare le pressioni inflazionistiche su consumatori e industria”, precisando che “le riserve strategiche esistono proprio per situazioni come questa, in cui la guerra in Medio Oriente mette in discussione il funzionamento dei mercati energetici globali“.
Italia: l’accisa mobile e sospensione Ets
Al momento l’Italia non ha ancora introdotto un tetto diretto ai prezzi di benzina e gasolio. Il governo sta lavorando a un decreto-legge che attivi il meccanismo delle cosiddette accise mobili: quando i prezzi salgono, lo Stato incassa più Iva, e quel surplus può essere destinato a ridurre le accise, sterilizzando una parte del rincaro. La misura è stata introdotta dal governo Meloni nel 2023, ma la sua attivazione richiede un aggiornamento normativo perché i parametri di riferimento nel decreto originale — il valore Brent fissato a 66,11 dollari al barile nell’ultimo Documento di finanza pubblica — sono ormai superati dai valori attuali.
Sul caro energia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato: “Stiamo valutando l’attivazione del meccanismo di accisa mobile che questo governo ha reso più efficace. È lo strumento di sterilizzazione che era presente anche nel nostro programma, e la sua attivazione è uno degli strumenti che siamo pronti ad adottare. Il messaggio che voglio dare agli italiani di fronte all’aumento dei prezzi dei carburanti è di prudenza: faremo tutto il possibile per evitare che il conflitto in Medio Oriente si traduca in un ulteriore colpo al potere d’acquisto di famiglie e imprese”.
Roma ha anche annunciato l’intenzione di chiedere a Bruxelles una sospensione temporanea dell’Ets sull’elettricità prodotta da centrali termoelettriche e la creazione di un meccanismo europeo di liquidità per il gas, con contratti a prezzo predeterminato per i gestori di rete.
8 Paesi si oppongono alla richiesta dell’Italia di sospendere Ets
È notizia di oggi, 12 marzo, che 8 Paesi Ue hanno respinto la richiesta avanzata dall’Italia di sospendere il mercato europeo di scambio delle emissioni di CO2. Danimarca, Olanda, Svezia, Finlandia, Spagna, Portogallo, Slovenia e Lussemburgo sottolineano in un non paper che l’Ets “è la pietra angolare della politica climatica dell’Ue” e “apportare modifiche fondamentali, mettere in discussione lo strumento stesso o sospenderlo costituirebbe un passo indietro molto preoccupante, non solo in termini di ambizione climatica, ma anche perché indebolirebbe i segnali di prezzo del carbonio che sostengono investimenti e stabilità del mercato”.
Le 3 opzioni sul tavolo di Bruxelles per il caro petrolio
La Commissione europea sta valutando le misure da prendere.
Nel suo intervento al Parlamento europeo in vista del Consiglio europeo del 19–20 marzo, la presidente Ursula von der Leyen ha quantificato il costo della crisi: “L’aumento dei prezzi del petrolio e del gas durante i dieci giorni di guerra ha già costato al contribuente europeo ulteriori 3 miliardi di euro in importazioni di combustibili fossili“.
Le opzioni al vaglio della Commissione sono sostanzialmente tre:
- un uso più esteso dei contratti per differenza (Cfd) e dei power purchase agreements (Ppa) per proteggere imprese e consumatori dalle oscillazioni dei mercati all’ingrosso;
- misure di aiuto di Stato coordinate per consentire ai governi nazionali di intervenire senza violare le regole sugli aiuti;
- una misura più radicale, ovvero l’esplorazione di un tetto al prezzo del gas, che per ora rimane «un’opzione allo studio», nelle parole della stessa von der Leyen.
La portavoce della Commissione Anna-Kaisa Itkonen ha precisato che le riserve petrolifere di emergenza europee “sono piene” e il loro uso coordinato resta una carta disponibile.
Vale la pena ricordare che, secondo i dati pubblicati dalla Commissione europea a fine gennaio, l’Ue dipende per quasi il 70% nelle forniture di Gnl da Stati Uniti e Norvegia: il problema energetico legato alla guerra in Iran riguarda quindi principalmente il petrolio, non il gas, il che rende più complesso costruire una risposta europea unitaria.
