Francia e Germania hanno avviato i primi colloqui sulla deterrenza nucleare europea. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz lo ha fatto sapere nel suo intervento alla 62ma Conferenza di Monaco sulla sicurezza, dove il tema dei rapporti transatlantici e se e per quanto gli Usa garantiranno la loro protezione militare è stato centrale.
Una domanda, quest’ultima, che ne porta con sé un’altra: quali opzioni concrete ha l’Europa se la relazione con gli alleati si irrigidisse ulteriormente? Si tratta di un’ipotesi a cui ormai il blocco pensa concretamente, dato che fra i due alleati si è aperta “una frattura”. Così l’ha definita Merz a Monaco, pur precisando che occorre recuperare la fiducia tra le due sponde dell’Atlantico, perché “nell’era della rivalità tra grandi potenze”, nessuno può farcela da solo, “nemmeno gli Stati Uniti”.
Rutte: nessuno in Europa spinge per sostituire l’ombrello Usa
Quanto al presidente francese Emmanuel Macron, il Financial Times riferisce che ha confermato un dialogo strategico con Merz per “allineare” ragionamenti e dottrine, precisando allo stesso tempo che non si parla (almeno per ora) di dispiegare armi nucleari francesi in altri Paesi europei.
Dopo Monaco, il governo tedesco ha precisato che i contatti con Parigi sono a uno stadio preliminare e ha confermato che l’obiettivo è rafforzare la deterrenza in Europa senza “minare” il ruolo degli Stati Uniti nella Nato. Si tratterebbe dunque di un’“assicurazione” in più, mentre cresce l’incertezza politica globale.
Il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Mark Rutte, secondo quanto riportato da Euractiv, ha ribadito che nessuno in Europa starebbe spingendo per sostituire l’ombrello nucleare statunitense, cercando di evitare che la conversazione franco-tedesca diventi agli occhi di Washington un progetto di “separazione”, più che di rafforzamento.
Non è un’alternativa alla Nato
Merz stesso ha chiarito i paletti entro cui si muoveranno i colloqui:
- pieno rispetto degli obblighi legali;
- nessuna sostituzione della Nato, ma un rafforzamento del “pilastro europeo” dentro l’Alleanza;
- coerenza con il nuclear sharing Nato (quindi niente “zone” con livelli di sicurezza differenti in Europa).
Il punto, nella lettura di Berlino, non è “europeizzare” la bomba in senso astratto, ma mettere sul tavolo una conversazione che fino a poco fa era tabù: come integrare meglio la deterrenza francese (e, indirettamente, quella britannica – il premier Keir Starmer ha espresso disponibilità) nel quadro della sicurezza del continente, senza far saltare il perno americano.
Polonia: deterrenza massima contro la Russia
Anche in Polonia si è tornati a parlare di nucleare: il presidente Karol Nawrocki – non presente a Monaco – ha dichiarato che, di fronte a una Federazione Russa “aggressiva e imperialista”, lo sviluppo di capacità nucleari rappresenterebbe “la strada da intraprendere” per garantire la sicurezza nazionale. La Polonia, già tra i Paesi Nato che più hanno investito in spesa militare e rafforzamento del fianco Est, va oltre e considera insomma la deterrenza nucleare non più solo come ombrello americano o franco-britannico, ma come elemento centrale della propria strategia di sopravvivenza.
Varsavia ha già in passato espresso interesse per una maggiore integrazione nel nuclear sharing della Nato o per un ampliamento delle garanzie di sicurezza fornite dagli alleati, e le dichiarazioni di Nawrocki in occasione della Conferenza di Monaco sembrano proseguire in questa direzione.
Allo stesso tempo, l’ipotesi di uno sviluppo autonomo di armi nucleari solleverebbe questioni giuridiche e politiche di grande portata, a partire dagli obblighi derivanti dal Trattato di non proliferazione (TNP) e dalla coerenza con il quadro Nato. In questo senso, più che un annuncio di imminente riarmo nucleare, le parole del presidente polacco appaiono più come un segnale politico: Varsavia vuole spingere il dibattito europeo sulla deterrenza fino alle sue conseguenze estreme, per assicurarsi che non vi siano ambiguità sulla protezione del fianco orientale dell’Unione e dell’Alleanza.
Timori di “riarmo nucleare” e linea rossa politica
Non tutta l’Europa, comunque, vede di buon occhio un dibattito che rischia di accelerare la corsa alle armi. Il premier spagnolo Pedro Sánchez intervenendo per la prima volta alla Conferenza sulla sicurezza ha messo in guardia dal riarmo nucleare, segnalando che questo non scoraggerà il presidente russo Vladimir Putin. Sánchez ha riconosce che occorre dare la giusta importanza alla difesa, settore in cui, ricorda, il suo Paese ha triplicato la spesa e raddoppiato le truppe schierate. Non solo, ma il primo ministro socialista è favorevole alla creazione di un vero esercito europeo e ha assicurato che “collaborerà con tutto ciò che è necessario”. Però, ha sostenuto, per fronteggiare Mosca occorre investire in valori invece che in arsenali nucleari .
Francia e Regno Unito sono gli unici due Paesi europei a disporre di armi nucleari, sebbene in proporzioni molto minori rispetto agli Usa: circa 400 testate nucleari schierate, contro 1.670 di Washington. Parigi e Londra lo scorso anno hanno firmato la Dichiarazione di Northwood, con la quale si sono impegnate a coordinare le loro forze nucleari per “dare un contributo significativo alla sicurezza complessiva dell’Alleanza”.
Il rischio ‘Deterrence Gap’
Accanto alle dichiarazioni politiche, a Monaco ha preso forma anche un contributo più strutturato al dibattito: il report “Mind the Deterrence Gap: Assessing Europe’s Nuclear Options”, redatto dalla European Nuclear Study Group. Il documento offre una mappatura sistematica delle opzioni oggi sul tavolo nei circoli strategici europei e analizza cinque traiettorie che vanno dal mantenimento dell’attuale dipendenza dall’extended deterrence statunitense — cioè l’ombrello nucleare garantito da Washington nell’ambito Nato — a scenari progressivamente più autonomi, che includono un rafforzamento del coordinamento politico con la Francia (unica potenza nucleare Ue), forme di condivisione più esplicita della deterrenza europea e ipotesi di integrazione strategica più avanzata.
La tesi centrale è che l’Europa rischi di trovarsi davanti a un vero e proprio “deterrence gap”, un vuoto di credibilità nella propria capacità di dissuasione, se non definisce in modo chiaro e coerente la propria postura nucleare di fronte alla minaccia Russia e alla politica americana percepita come meno prevedibile rispetto al passato. In questo senso, il report non propone una soluzione unica, ma avverte che l’ambiguità strategica, oggi, può diventare essa stessa un fattore di vulnerabilità.
