Board of Peace, missione globale o ‘club di Trump’? Meloni apre ma chiede di cambiare le regole

L’Italia non chiude al Bop, inizialmente pensato per Gaza e ora allargato a missione globale in cui decide tutto il tycoon, ma chiede una revisione della governance. E Meloni torna sul Nobel per la pace al presidente Usa
2 ore fa
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Giorgia Meloni e Donald Trump (Afp)

‘No’, ma anche sì. L’Italia non chiude la porta al Board of Peace messo in piedi dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump (teoricamente) per Gaza e chiede “una disponibilità a riaprire l’attuale configurazione” per superare il divieto costituzionale che, come hanno ricordato il capo dello Stato Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni, impedirebbe al Bel Paese di farne parte. “Ad oggi lo Statuto inviato sarebbe incostituzionale e quindi incompatibile con il nostro ordinamento”, ha confermato Meloni venerdì scorso in occasione di un bilaterale a Roma con la Germania, aggiungendo però che “autoescludersi a priori non è mai la scelta migliore”.

Roma ha “oggettivi problemi costituzionali” ad aderire all’organismo voluto da The Donald, ma la posizione italiana resta “di apertura e disponibilità“, ha detto, rivendicando un possibile “ruolo di primo piano nella stabilizzazione del Medio Oriente” per l’Italia e la Germania, altro Paese che sul Bop ha espresso delle riserve ma che si sta mantenendo possibilista (ulteriore punto che accumuna le due capitali, sempre più allineate in un asse italo-tedesco che lascia da parte Parigi e che secondo alcuni potrebbe rimodellare l’Europa).

Perché il Board è controverso

Il problema, oltre a quello se sia opportuno e conveniente far parte del contestato Bop, è di natura giuridica. L’art. 11 della Costituzione italiana consente limitazioni di sovranità solo “in condizioni di parità con gli altri Stati”. Ma lo statuto del Board – firmato a Davos – assegna a Trump in quanto presidente il potere di “agire per conto” del panel, di adottare risoluzioni e direttive, scegliere e rimuovere gli Stati membri, designare il proprio successore e creare entità sussidiarie (art. 9).

A rendere il quadro ancora più problematico c’è la clausola economica: ogni partecipante rimane in carica tre anni, ma può garantirsi un seggio permanente (a meno di rimozione da parte di Trump) pagando un miliardo di dollari in “cash funds”.

Un meccanismo che rafforza l’impressione di un organismo più simile a un club esclusivo a vantaggio degli Usa che a un’istituzione multilaterale. E che spiega perché Palazzo Chigi, pur mantenendo una linea dialogante, attenda ora una risposta dalla Casa Bianca alla richiesta di modifica avanzata da Meloni in una telefonata alla vigilia del Consiglio Ue informale di giovedì scorso.

Anche Berlino al momento è cauta, con il cancelliere Friedrich Merz che ha fatto sapere di essere “disposto a entrarci se accompagnasse il processo su Gaza anche in una seconda fase”, sottolineando però che “le attuali strutture di governance non possiamo accettarle“.

Board of Peace di Trump vs Onu

Il Board of Peace trumpiano nasce ufficialmente il 22 gennaio a Davos con la firma dello Statuto e con l’ambizione di promuovere “la stabilità e una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti“. In origine concepito per supervisionare la ricostruzione della Striscia di Gaza (e come tale approvato dall’Onu lo scorso novembre), il riferimento esplicito a Gaza è poi scomparso, lasciando spazio a una missione più ampia e globale. Cosa che alimenta i sospetti che Trump voglia soppiantare le Nazioni Unite. Il dubbio – ammesso che possa essere tale – è lecito, basti pensare al discorso del tycoon all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo scorso settembre e alla recente uscita degli Usa da 31 enti e organismi del suo ecosistema. Senza contare che lo Statuto su riallaccia a un ‘approccio fallimentare’ delle istituzioni internazionali per affermare la necessità di un’organizzazione per la pace più agile.

Trump ha comunque rivendicato per sé la presidenza permanente del Board, dunque anche oltre la fine del suo mandato, e ha definito l’organismo uno strumento capace di “fare qualunque cosa” e di operare “in congiunzione con l’Onu”.

Nel Comitato esecutivo del Bop siedono figure chiave dell’amministrazione Trump, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio, il genero del presidente Jared Kushner, l’inviato speciale Steve Witkoff. Presente anche l’ex primo ministro britannico Tony Blair.

Chi è dentro, chi ha risposto picche, chi ci sta pensando

Sul palco di Davos, accanto a Trump, giovedì scorso c’erano i rappresentanti dei Paesi fondatori – Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Bulgaria, Giordania, Indonesia, Israele, Kazakistan, Kosovo, Marocco, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Turchia, Ungheria, Uzbekistan, oltre a leader come il presidente argentino Javier Milei e il premier ungherese Viktor Orbán. Mancavano le delegazioni delle grandi potenze globali e dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, con l’eccezione degli Stati Uniti. “Ci sono i Paesi che sono qui, sono tutti miei amici, un paio mi piacciono, un paio no. (…) Ma sono grandi leader, grandi personaggi”, ha commentato Trump.

Francia, Svezia, Norvegia, Spagna e Danimarca hanno declinato l’invito. Quanto al Canada, dopo che il premier Mark Carney a Davos aveva criticato nel suo intervento un ordine mondiale in cui “i forti fanno quello che vogliono” e aveva escluso il pagamento del miliardo richiesto per un seggio permanente, il presidente americano ha ritirato formalmente l’invito “a quello che sarà il più prestigioso consiglio dei leader mai riunito, in qualsiasi momento”. Cosa che conferma l’idea che Trump, come chairman a vita dell’organismo, farebbe il bello e il cattivo tempo anche all’interno del Board.

Cina, Russia e Unione europea ci pensano

La Cina al momento non ha preso posizione, mentre il leader russo Vladimir Putin si è detto disponibile a entrare nel Consiglio ma ha affermato che il miliardo di dollari richiesto va preso dai fondi russi congelati negli Stati Uniti (circa 6 mld di dollari). Una proposta che, per essere attuata, richiederebbe lo smantellamento del quadro normativo che ha portato alla loro immobilizzazione in seguito all’invasione dell’Ucraina, e dunque l’intervento del Congresso. L’accettazione di Mosca sembra perciò soprattutto una mossa politica.

Quanto all’Unione europea, anch’essa invitata, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha sottolineato i “seri dubbi su una serie di elementi contenuti nello statuto del Board of Peace relativi al suo ambito di competenza, alla sua governance e alla sua compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite. Siamo pronti a collaborare con gli Stati Uniti all’attuazione del piano di pace globale per Gaza, con un Consiglio di Pace che svolga la sua missione di amministrazione transitoria, in conformità con la risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.

D’altronde anche la composizione del Bop è quanto meno problematica per l’Ue, tra autocrati, leader sovietici, regimi sostenuti dai militari e un leader (Benjamin Netanyahu) ricercato dalla Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra.

Un funzionario ha confermato che “tutti stanno studiando l’iniziativa” e affermato che l’Unione è stata “presa di sorpresa da termini di riferimento che vanno ben oltre quanto ci si aspettava sulla base delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza”.

Meloni e il Nobel per la Pace a Trump

Un’ultima nota riguarda un’altra questione che sta molto a cuore a Trump, ovvero il Nobel per la pace, Meloni, durante il bilaterale con la Germania, ha risposto a una domanda dei giornalisti sostenendo di confidare “che Trump possa fare la differenza anche sulla pace giusta e duratura per l’Ucraina, e quindi finalmente anche noi potremo candidarlo al Nobel per la pace“.

Un’uscita che ha suscitato molte polemiche e che è arrivata a margine di domande scettiche sulla sanità mentale del tycoon. Domande che la premier ha liquidato come “non serie”, ricordando che “gli stessi discorsi li ho sentiti su Biden” (per la precisione, era proprio Trump a farli) e ribadendo un principio: “Ci interfacciamo con i leader eletti, è la democrazia“.

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