Sei indicatori in miglioramento, sei in peggioramento, quindici fermi: sui 27 KPI confrontabili con l’anno precedente, la Relazione annuale 2026 su mercato unico e competitività condensa in poche righe la questione che pesa su investimenti e industria. Il quadro complessivo resta quello di un cruscotto da 29 indicatori, perché due sono nuovi e aprono una misurazione dedicata a semplificazione e digitalizzazione delle procedure.
Il mercato unico continua a contenere gli shock e a sostenere la resilienza, ma non produce l’accelerazione attesa. Per le imprese, il nodo è pratico: vendere e operare oltre confine è più semplice di dieci anni fa, però autorizzazioni, standard, adempimenti e letture nazionali delle stesse regole continuano a sommare costi e tempi, erodendo competitività rispetto a Stati Uniti e Asia.
La relazione si inserisce in una fase in cui Bruxelles prova a stringere su competitività e mercato unico. Ieri, a Leuven, il Collegio dei commissari ha dedicato un seminario al tema con la direttrice del Fondo monetario internazionale Kristalina Georgieva. Il 12 febbraio, al castello di Alden-Biesen, i leader dell’Ue torneranno a discuterne in un ritiro informale centrato sul contesto geoeconomico e sulle scelte interne su investimenti e regole. Dopo il confronto con Georgieva, Ursula von der Leyen ha richiamato l’urgenza di rafforzarsi “in casa” con regole più semplici e una strategia esterna fondata su partner considerati affidabili: la stessa impostazione che la Commissione ora prova a tradurre in priorità verificabili.
Dove l’Europa guadagna terreno e dove lo perde
La Commissione misura il funzionamento del mercato unico con un set di indicatori che incrocia integrazione, ostacoli operativi e condizioni di contesto: prezzi dell’elettricità, investimenti, qualità della regolazione percepita dalle imprese, dinamiche dell’innovazione e del capitale umano. Il dato che pesa di più è la fascia degli indicatori sostanzialmente invariati: produttività del lavoro, facilità di conformità regolatoria, spesa pubblica e privata in ricerca e sviluppo, domande di brevetto, venture capital e capacità manifatturiera interna nelle tecnologie pulite restano su valori simili all’anno precedente. È un segnale di inerzia in una fase in cui altre economie trasformano più rapidamente domanda, capitali e incentivi in nuove filiere. La stabilità, inoltre, non distribuisce i costi in modo uniforme: i grandi gruppi assorbono complessità e duplicazioni meglio di chi vive di margini stretti e ha bisogno di tempi certi per espandersi in più Paesi. In questo senso la relazione non fotografa un collasso, ma un rendimento che cresce troppo lentamente rispetto alla posta in gioco.
Le variazioni, positive e negative, indicano dove l’azione pubblica può fare più differenza. Tra i progressi figurano il riconoscimento di competenze e qualifiche professionali, l’intensificazione delle attività di vigilanza del mercato sui prodotti, la crescita dell’adozione di Ai, cloud e data analytics nelle imprese, e l’aumento dei volumi InvestEU a sostegno della transizione industriale. Sul fronte energetico migliorano quota di rinnovabili e nuova capacità installata: l’offerta cresce, ma resta aperto il tema dei costi e delle differenze tra Stati membri. I peggioramenti colpiscono invece leve decisive: diminuisce il peso degli scambi intra-Ue sul PIL, aumentano i casi in cui su direttive del mercato unico scattano procedure d’infrazione, si allungano i tempi medi per elaborare standard, crescono le carenze di lavoro nelle professioni legate alla transizione verde, arretrano i punteggi Programme for International Student Assessment, cala la quota di investimenti privati sul PIL. È una combinazione che mette sotto stress due assi: integrazione reale e capacità di finanziare e realizzare impianti, servizi e tecnologie. Per sistemi produttivi costruiti su filiere lunghe, come quello italiano, standard lenti, competenze in calo e investimenti privati deboli diventano un freno che si accumula trimestre dopo trimestre.
I “Terrible Ten”
La lista dei “Terrible Ten” serve a spostare il focus dal principio del mercato unico alle sue interruzioni ricorrenti. Parliamo di duplicazioni di certificazioni e requisiti nazionali, procedure amministrative non interoperabili, servizi soggetti ad autorizzazioni locali che cambiano da Paese a Paese, regole su etichettatura, imballaggi e rifiuti che generano obblighi paralleli, controlli non coordinati sul distacco dei lavoratori, vincoli territoriali negli approvvigionamenti che alterano la concorrenza. A monte c’è anche un problema europeo: regole armonizzate considerate datate e sovrapposizioni normative che aumentano il costo di conformità senza creare un vero mercato. L’effetto economico è sempre lo stesso: la scala si riduce, i costi fissi salgono, l’ingresso in un altro Stato membro richiede tempo e consulenze, la dimensione continentale si traduce in una somma di mercati nazionali. Per molte pmi la conseguenza è rinuncia o dipendenza da intermediari, con margini più sottili e meno capacità di investimento.
Nel 2026 la Commissione prova a legare questo inventario a un’agenda di applicazione più aggressiva. L’idea è ridurre la distanza tra regole scritte e regole praticate, con un programma annuale che esplicita priorità e strumenti. Due bersagli vengono indicati come immediati: ritardi nei pagamenti e ostacoli ai servizi legati alla transizione verde. Il primo drena liquidità lungo le catene di fornitura e fa aumentare il costo del capitale, soprattutto per chi non ha potere contrattuale. Il secondo riguarda tempi e autorizzazioni: installazioni, efficientamento, servizi ambientali e industriali sono attività in cui settimane di ritardo cambiano i conti e in cui requisiti locali possono trasformarsi in barriere. La Commissione prevede dialogo con gli Stati membri e, quando serve, procedure d’infrazione; aggiunge anche un impegno di trasparenza sugli obiettivi e sui risultati delle azioni di enforcement, per rendere visibile l’impatto economico dietro il contenzioso.
I due nuovi KPI
La semplificazione entra nel cruscotto con due indicatori nuovi, e quindi fuori dal confronto “migliora/peggiora/fermo”. Il primo misura i risparmi amministrativi annuali stimati dalle proposte omnibus e da altre iniziative adottate dalla Commissione: circa 15 miliardi di euro. La cifra ha un effetto politico immediato: obbliga a chiarire dove si produce il risparmio, se su obblighi di reporting, duplicazioni normative, procedure ripetute, o su moduli e controlli che cambiano lungo il confine. Il secondo indicatore segue la quota di procedure amministrative del mercato unico completamente digitali. Qui il tema è meno tecnologico di quanto sembri: “digitale” non significa spostare un modulo online, ma chiudere l’intero percorso in modo interoperabile, con dati riutilizzabili e riconoscimento tra amministrazioni. In caso contrario, la digitalizzazione aggiunge un canale senza ridurre lavoro, e i costi restano.
La fragilità è nota: una riduzione di oneri disegnata a Bruxelles può essere riassorbita da adempimenti nazionali che ricompaiono sotto altre forme. Per questo la semplificazione, se vuole diventare competitività, deve trasformarsi in convergenza amministrativa: stesse informazioni richieste una sola volta, formati compatibili, controlli coordinati dove possibile. Dentro questa logica si inseriscono due partite richiamate anche nei preparativi politici: il “28° regime” per le imprese, pensato per ridurre la frammentazione tra diritti societari e fallimentari, e la costruzione di una Savings and Investment Union capace di convogliare risparmio verso investimenti produttivi. La relazione mette sul tavolo un dato che rende il tema meno teorico: la quota di investimenti privati sul PIL arretra, e senza capitale che si muove su scala europea la transizione industriale rischia di dipendere troppo da strumenti pubblici e da eccezioni nazionali.
Alden-Biesen come stress test
Il ritiro informale del 12 febbraio ad Alden-Biesen nasce come passaggio di allineamento tra contesto esterno e scelte interne. La cornice è geoeconomica: concorrenza spesso sostenuta da sussidi, catene di fornitura vulnerabili, materie prime critiche, sicurezza economica. In questo scenario, la Commissione insiste su base industriale, transizione verde e riduzione delle dipendenze strategiche; la vicepresidente esecutivi della Commissione europea Stéphane Séjourné, con delega a ‘Prosperità e strategia industriale’, ha legato il mercato unico alla capacità di potenza dell’Europa, collocandolo nel cuore della competizione geopolitica. Se l’integrazione resta incompleta, l’Ue negozia all’esterno con meno forza e difende peggio le proprie industrie, se il mercato interno funziona davvero, la scala europea torna un vantaggio competitivo e non un enunciato.
Il punto politico, però, è l’esecuzione. Il ritiro è strutturato per discutere come canalizzare investimenti verso priorità strategiche e come ridurre barriere che restano nazionali pur dentro un quadro comune. Sullo sfondo, due vincoli tornano in ogni dossier: accesso al capitale e costo dell’energia. La prima partita riguarda la capacità di finanziare crescita e consolidamento oltre confine, la seconda incide direttamente su localizzazione industriale e competitività, e rischia di deformare la concorrenza interna se i differenziali tra Stati membri restano ampi e persistenti. È in questo incrocio – regole applicate in modo uniforme, procedure più leggere, capitali mobili, energia meno penalizzante – che si gioca la distanza tra una strategia industriale europea e un insieme di risposte nazionali che faticano a fare massa critica.
