L’Unione europea sta attraversando un decennio decisivo, in cui la prosperità e la sicurezza del continente dipendono dalla capacità di trasformare le idee scientifiche in forza industriale. In questo contesto, lo studio “Advancing women in Stem” dell’Ufficio Europeo dei Brevetti (Epo) lancia un monito chiaro: l’Europa non può più permettersi di lasciare talenti “in panchina” se vuole rafforzare la propria competitività globale. In occasione della Giornata internazionale della donna è bene ricordare che il tasso femminile di inventrici in Europa si attesta appena al 13,8%, una cifra ancora lontana dalla parità.
In questo campo, l’Italia registra risultati migliori rispetto alla media europea, con una quota di donne inventrici pari al 14,7%. Anche nell’ambito dell’imprenditoria tecnologica, l’Italia si distingue positivamente: il 12,5% dei fondatori di startup che richiedono brevetti europei sono donne, posizionando il Paese al quarto posto in Ue dopo Spagna (19,2%), Portogallo (15,7%) e Irlanda (14,8%).
Tuttavia, a livello continentale, la partecipazione femminile nelle startup resta limitata: solo il 13,5% delle startup che depositano brevetti include almeno una donna tra i fondatori, mentre se si considera il totale dei singoli individui nel ruolo di fondatore, le donne rappresentano appena il 10%.
Il paradosso della “Leaky Pipeline”
Il divario di genere non nasce da una mancanza di competenze, ma da quello che gli esperti definiscono “leaky pipeline” (una tubatura che perde), ovvero la progressiva scomparsa delle donne dai percorsi tecnologici man mano che si sale di livello gerarchico o di carriera. I risultati del progetto di ricerca Doc-Track fotografano un paradosso: sebbene il potenziale inventivo delle ricercatrici sia comparabile a quello dei colleghi uomini, le donne brevettano molto meno. Alcuni studi indicano che, a parità di produttività scientifica, le donne brevettano circa il 40% in meno rispetto ai colleghi maschi.
Questa disparità non è uniforme tra tutte le tecnologie: il talento femminile è fortemente concentrato nelle “Life Sciences”, con punte del 34,9% nel settore farmaceutico e del 34,2% nelle biotecnologie. Al contrario, settori industriali pesanti come gli elementi meccanici o le macchine utensili registrano quote di partecipazione femminile bassissime, comprese tra il 4,9% e il 5,7%.
L’ostacolo della crescita e l’impatto economico
Ridurre queste disparità è una necessità economica: l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere stima che colmare il divario nelle discipline Stem potrebbe incrementare il Pil dell’Ue tra i 610 e gli 820 miliardi di euro entro il 2050. Tuttavia, le startup co-fondate da donne incontrano barriere strutturali nel passaggio dalla nascita alla maturità industriale. La rappresentanza femminile tende, infatti, a ridursi drasticamente nelle fasi più avanzate di finanziamento e di espansione, suggerendo che le imprese “rosa” fatichino maggiormente a reperire i grandi capitali necessari per scalare il mercato.
Per rispondere a queste sfide, la Commissione europea sta integrando la parità di genere nei propri quadri normativi, richiedendo Piani per la Parità di Genere come requisito per accedere ai fondi di Horizon Europe. Inoltre, è previsto per il 2026 il lancio di un nuovo “Action Plan on Women in Research, Innovation and Startups”.
“C’è un evidente vantaggio per l’Europa nel rafforzare la partecipazione delle donne all’innovazione”, ha dichiarato António Campinos, presidente dell’Epo. “La diversità è il motore della vera innovazione. Questo studio mette in luce gli ostacoli che permangono, con l’obiettivo di sviluppare il pieno potenziale europeo nella ricerca e nell’imprenditorialità”.
L’Ufficio europeo dei brevetti sta dando l’esempio: oggi circa un quarto degli esaminatori è composto da donne, il 31% dei nuovi assunti lo scorso anno era costituito da donne e la presenza femminile nel programma Young Professionals è superiore al 50%.
