I numeri parlano chiaro: la base manifatturiera dell’Unione europea sta perdendo terreno di fronte a una Cina sempre più aggressiva. A rilevarlo sono i dati pubblicati da Eurostat, secondo i quali il deficit commerciale dell’Ue nei confronti di Pechino è balzato a 359,3 miliardi di euro nel 2025. Si tratta di un incremento di quasi il 20% rispetto ai 304,5 miliardi dell’anno precedente, una voragine che riflette l’incapacità di Bruxelles di competere in settori che vanno dalla chimica di base all’automotive.
Export in calo e l’ombra di Trump
Il peggioramento dei conti europei nasce da una combinazione di fattori interni ed esterni. Se da un lato le importazioni dalla Cina sono cresciute del 6,3%, dall’altro le esportazioni europee verso il mercato asiatico sono crollate del 6,5%.
A soffiare su questo squilibrio è stata anche la politica commerciale degli Stati Uniti. Con l’amministrazione di Donald Trump che ha alzato barriere doganali massicce, la Cina ha dirottato il suo eccesso di produzione verso economie più aperte, come quella europea. Risultato: nel 2025 la Cina ha registrato un surplus commerciale globale record di quasi 1.200 miliardi di dollari. Ma non è più solo una questione di prodotti a basso costo: i “campioni” di Pechino dominano ormai l’alta tecnologia, dai veicoli elettrici all’intelligenza artificiale, fino alla robotica.
Battaglia legale sui brevetti 5G
La tensione non è solo doganale, ma tocca il cuore dell’innovazione. Negli scorsi giorni, infatti, l’Ue ha compiuto un passo formale presso l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), richiedendo la creazione di un collegio giudicante per una disputa riguardante i brevetti high-tech. Bruxelles accusa la Cina di permettere ai propri tribunali di fissare tariffe per le licenze di tecnologie essenziali (come quelle per il 5G) senza il consenso dei proprietari europei dei brevetti. Questa pratica costringe le aziende europee a concedere l’uso delle proprie invenzioni a prezzi artificialmente bassi, regalando ai produttori cinesi un vantaggio competitivo illegale. È la fase successiva di un contenzioso che dura da un anno, quando le consultazioni iniziali non avevano portato ad alcun accordo.
La protezione dell’industria alimentare e farmaceutica
Un esempio concreto della strategia di difesa europea è arrivato il 13 febbraio 2026, con l’imposizione di dazi anti-dumping definitivi tra il 31,3% e il 53,8% sulla valina proveniente dalla Cina. La valina è un amminoacido cruciale per i mangimi (settori suino e avicolo), l’industria alimentare e quella farmaceutica. In un mercato europeo che vale 100 milioni di euro, le aziende cinesi erano riuscite a occupare ben 80 milioni dell’intera torta vendendo a prezzi stracciati. Il provvedimento mira a proteggere l’industria europea, concentrata principalmente in Francia, che ha subito gravi danni da questa concorrenza sleale.
“Siamo troppo lenti”: il monito di Macron
Il vicepremier cinese He Lifeng, al World Economic Forum, ha promesso di “aprire le porte ancora di più” alle importazioni e bilanciare l’economia interna, ma il clima a Bruxelles resta di profondo scetticismo.
Il presidente francese Emmanuel Macron, parlando al summit dell’industria ad Anversa, ha usato toni duri contro la burocrazia europea: “Siamo troppo lenti”. Macron ha criticato i tempi eccessivi delle indagini commerciali, sottolineando che quando l’Ue arriva a imporre i dazi, spesso l’industria locale è già stata distrutta dai sussidi di Stato cinesi.
Il rischio per le principali economie del Vecchio Continente è altissimo: si stima che un quarto dell’export francese e un terzo di quello tedesco siano direttamente minacciati dall’ascesa di Pechino. La sfida per il 2026 sarà trasformare la preoccupazione in azioni rapide, prima che il deficit commerciale diventi una condanna definitiva per la manifattura europea.
