L’Ue riorganizza la difesa sanitaria: nasce Be Ready

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Pandemia

La pandemia ha lasciato un’eredità che a Bruxelles nessuno considera archiviata. La Commissione europea riapre il dossier sulla preparazione sanitaria con un nuovo strumento finanziario e politico: si chiama Be Ready e vale 120 milioni di euro. Non è un fondo d’emergenza né un piano straordinario attivato sotto pressione; è un tentativo strutturale di riorganizzare la ricerca europea sulle minacce infettive prima che esplodano.

L’obiettivo dichiarato è non ritrovarsi impreparati come nei primi mesi del Covid-19, quando la risposta europea procedeva a velocità diverse: gruppi di ricerca impegnati sugli stessi filoni senza coordinamento effettivo, agende nazionali non allineate, procedure e finanziamenti scanditi da calendari incompatibili con l’urgenza sanitaria. Be Ready si colloca nell’ambito del programma quadro per la ricerca dell’Unione, ma ambisce a incidere più a fondo, intervenendo sulle modalità con cui gli Stati membri definiscono priorità e allocano risorse su patogeni emergenti, vaccini e altre contromisure mediche. Lo stanziamento non ha le dimensioni dei pacchetti straordinari attivati nel 2020; la differenza sta nell’impostazione: creare un’infrastruttura stabile di preparazione, capace di funzionare prima e durante le crisi, invece di rincorrere l’emergenza.

Il modello Be Ready

Be Ready è formalmente un partenariato europeo per la preparazione alle pandemie. Coinvolge 81 organizzazioni di 27 Stati membri e si inserisce nel perimetro di Horizon Europe, il programma quadro per la ricerca e l’innovazione. La Commissione europea ha chiarito che l’iniziativa mira a rafforzare la capacità dell’Unione di “anticipare, prevenire e rispondere rapidamente” a epidemie e pandemie, concentrandosi in particolare sui patogeni emergenti e riemergenti e sull’accelerazione dello sviluppo di diagnostici, vaccini e trattamenti.

La logica è quella del coordinamento strutturato. I finanziamenti europei si affiancano a risorse nazionali attraverso bandi transnazionali annuali, pensati per sostenere progetti congiunti tra gruppi di ricerca di diversi Paesi. Il primo bando è stato predisposto con il coinvolgimento di 21 enti finanziatori nazionali. Il meccanismo punta a evitare sovrapposizioni e a concentrare gli investimenti su priorità condivise, riducendo la dispersione che in passato ha rallentato l’avanzamento scientifico.

Il perimetro operativo non si limita alla fase emergenziale. L’intenzione è mantenere attive le infrastrutture di ricerca e le reti di collaborazione anche nei periodi di stabilità sanitaria. Questo passaggio è centrale: la preparazione non viene più concepita come una parentesi legata all’allarme, ma come una funzione ordinaria del sistema europeo della ricerca. La Commissione ha indicato che il partenariato dovrà favorire un ecosistema pienamente operativo sia in tempi di crisi sia in tempi ordinari.

Dove vanno i 120 milioni e come vengono gestiti

I 120 milioni di euro destinati a Be Ready arrivano dal bilancio di Horizon Europe, che dal 2020 ha mobilitato oltre 1,8 miliardi di euro per la ricerca legata alla preparazione e alla risposta alle pandemie. La nuova iniziativa non sostituisce gli strumenti esistenti, ma li integra, cercando di dare maggiore coerenza agli investimenti. La governance è impostata su una collaborazione tra Commissione e autorità nazionali di finanziamento, con un coordinamento centrale che definisce l’agenda strategica comune.

Il modello è quello dei partenariati cofinanziati: l’Unione contribuisce con fondi europei, gli Stati membri mettono a disposizione risorse nazionali e competenze scientifiche. Questo schema implica un grado elevato di allineamento politico. Le priorità di ricerca devono essere condivise, così come i criteri di selezione dei progetti e le modalità di monitoraggio dei risultati. Il coordinamento non è solo tecnico, ma anche amministrativo, perché coinvolge sistemi di finanziamento con regole e tempistiche differenti.

Un nodo riguarda la capacità di tradurre rapidamente i risultati scientifici in strumenti operativi. Durante la pandemia, lo sviluppo dei vaccini ha mostrato la forza della cooperazione pubblico-privata, ma anche le difficoltà nella fase di produzione e distribuzione. Be Ready si colloca a monte, nella fase di ricerca e sviluppo, ma dovrà dialogare con altri strumenti europei, tra cui l’Autorità per la preparazione e la risposta alle emergenze sanitarie (Hera), creata per rafforzare la capacità dell’Unione di prevenire e gestire minacce sanitarie transfrontaliere.

Cosa ci ha lasciato il Covid-19

L’esperienza del Covid-19 ha evidenziato quanto la velocità di diffusione di un patogeno possa superare la capacità decisionale e organizzativa dei singoli Stati. La risposta europea si è progressivamente consolidata, ma nelle prime settimane del 2020 l’assenza di meccanismi di coordinamento già operativi ha inciso sulla tempestività delle azioni. Be Ready nasce anche come risposta a quella fase iniziale di disallineamento.

Le priorità di ricerca indicate dalla Commissione riguardano la comprensione del potenziale pandemico di nuovi agenti infettivi, lo sviluppo di piattaforme vaccinali adattabili, strumenti diagnostici rapidi e terapie innovative. Il riferimento ai patogeni emergenti e riemergenti segnala un’attenzione che va oltre i virus respiratori: l’orizzonte comprende malattie zoonotiche, resistenze antimicrobiche e minacce che possono originare da interazioni sempre più intense tra uomo, animali e ambiente.

Un altro elemento chiave è la continuità dei finanziamenti. La ricerca sulle malattie infettive tende a seguire un ciclo legato all’urgenza: picchi di investimento durante le crisi, contrazioni quando l’emergenza rientra. Il partenariato prova a stabilizzare questo andamento, offrendo un quadro pluriennale. La scommessa è che un sistema coordinato e finanziato in modo prevedibile possa accorciare i tempi tra l’identificazione di una minaccia e la disponibilità di contromisure efficaci, riducendo l’impatto sanitario ed economico delle future crisi.