La transizione verde costa. E l’inazione? Potrebbe costare di più

Uno studio della New Economics Foundation suggerisce che i costi economici del cambiamento climatico potrebbero superare quelli degli investimenti necessari per la transizione energetica
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Pale Eoliche Ipa Ftg
(Ipa/Fotogramma)

Nel dibattito europeo sulla transizione climatica la domanda ricorre spesso: quanto costerà decarbonizzare l’economia? Governi e istituzioni comunitarie discutono di investimenti necessari, impatto sui bilanci pubblici e sostenibilità del debito. Ma secondo un recente studio della New Economics Foundation la questione potrebbe essere rovesciata: quanto costerà non farlo?

Nel report The climate-fiscal timebomb, il think tank britannico sostiene che i danni economici del cambiamento climatico rischiano di avere un impatto molto più pesante sui conti pubblici europei rispetto agli investimenti necessari per accelerare la transizione energetica. In altre parole, la vera minaccia per la sostenibilità fiscale dell’Europa potrebbe essere l’inazione.

Il costo invisibile dell’inazione

Secondo l’analisi della New Economics Foundation, gli effetti economici del cambiamento climatico non si limiteranno a eventi estremi sempre più frequenti. Le conseguenze includono anche una riduzione della produttività, danni alle infrastrutture, perdite nel settore agricolo e costi sanitari crescenti. Tutti fattori destinati a riflettersi direttamente sui bilanci pubblici.

Utilizzando modelli macroeconomici che incorporano gli impatti climatici sulla crescita economica, lo studio stima che, se l’Europa continuerà con le politiche attuali, il rapporto debito-PIL dell’Unione potrebbe risultare 58 punti percentuali più alto entro il 2050 rispetto alle proiezioni ufficiali. Nel lungo periodo l’impatto potrebbe essere ancora più marcato: fino a quasi 200 punti percentuali entro il 2070.

Il meccanismo è relativamente semplice. I disastri climatici e i danni ambientali aumentano la spesa pubblica per ricostruzione, adattamento e sostegno alle economie locali. Allo stesso tempo la crescita economica rallenta, riducendo le entrate fiscali. La combinazione tra minori entrate e maggiori spese finisce per tradursi in un aumento strutturale del debito pubblico.

In questo scenario il cambiamento climatico diventerebbe non solo un’emergenza ambientale, ma anche un problema di stabilità fiscale per l’Europa.

Quanto servirebbe investire

Il dibattito politico europeo tende spesso a concentrarsi sul costo della transizione verde. Tuttavia, secondo diverse stime citate nello studio, il fabbisogno di investimenti pubblici aggiuntivi per centrare gli obiettivi climatici europei sarebbe relativamente limitato rispetto alla dimensione complessiva dell’economia.

La New Economics Foundation indica un fabbisogno di investimenti pubblici supplementari compreso tra l’1 e l’1,6% del PIL europeo all’anno. Le risorse sarebbero destinate a finanziare una serie di trasformazioni infrastrutturali e tecnologiche: l’espansione delle energie rinnovabili, il potenziamento delle reti elettriche, l’elettrificazione dei trasporti, la riqualificazione energetica degli edifici e le infrastrutture necessarie per l’adattamento climatico.

Si tratta di interventi che, secondo gli autori dello studio, non dovrebbero essere considerati semplicemente una spesa pubblica, ma piuttosto un investimento preventivo. Accelerare la decarbonizzazione ridurrebbe infatti i danni economici futuri legati al cambiamento climatico, con benefici diretti anche per la stabilità dei conti pubblici.

Il nodo delle regole fiscali

Il punto più controverso del report riguarda il rapporto tra politiche climatiche e disciplina di bilancio europea. L’Unione ha recentemente riformato il quadro delle regole fiscali che ruota attorno al Patto di stabilità e crescita, mantenendo comunque l’obiettivo di contenere deficit e debito pubblico.

Secondo la New Economics Foundation, queste regole rischiano di creare un paradosso politico ed economico. Da un lato i governi europei sono chiamati ad aumentare rapidamente gli investimenti per la transizione energetica. Dall’altro lato, i vincoli fiscali possono limitare lo spazio di bilancio necessario per finanziare proprio quegli investimenti.

Il risultato potrebbe essere un ritardo nelle politiche climatiche, con costi economici molto più elevati nel lungo periodo. Per evitare questo scenario, il think tank propone diverse opzioni. Una possibilità è escludere alcuni investimenti legati alla transizione verde dal calcolo dei limiti di deficit. Un’altra è finanziare parte della trasformazione energetica con strumenti di debito comune europeo, sul modello del programma NextGenerationEU lanciato dopo la pandemia.

Una questione di stabilità economica

Il messaggio centrale dello studio è che la transizione climatica non dovrebbe essere interpretata solo come una politica ambientale, ma anche come una misura di stabilità macroeconomica. Investire oggi nella decarbonizzazione potrebbe ridurre in modo significativo i costi economici futuri legati al cambiamento climatico.

Secondo le simulazioni della New Economics Foundation, se la transizione verso un’economia globale a zero emissioni dovesse accelerare in modo coordinato, l’aumento del debito pubblico europeo potrebbe ridursi drasticamente, arrivando a circa quattro punti percentuali di PIL entro il 2050.

In questa prospettiva, il vero rischio per la sostenibilità fiscale dell’Europa non sarebbe l’investimento nella transizione energetica, ma il ritardo con cui tali investimenti vengono realizzati.

Il prezzo del tempo

Il dibattito europeo sulla transizione verde continua spesso a essere presentato come un equilibrio difficile tra ambizione climatica e sostenibilità finanziaria. Lo studio della New Economics Foundation suggerisce però che questa contrapposizione potrebbe essere fuorviante.

La scelta non sarebbe tra spendere troppo oggi o risparmiare. Piuttosto, tra investire ora per ridurre i costi futuri oppure affrontare, nei prossimi decenni, un impatto economico molto più pesante del cambiamento climatico.

In un continente già confrontato con crescita moderata, invecchiamento demografico e livelli di debito elevati, il clima potrebbe diventare una delle variabili decisive per la stabilità economica europea. La transizione energetica, in questa prospettiva, non rappresenta soltanto una sfida ambientale, ma anche una delle principali politiche economiche dei prossimi decenni.