Mentre l’Europa tentenna, la Cina mette in pratica il Green Deal europeo

3 settimane fa
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Si avvicina la data del 2026, anno in cui sarà valutata la scelta europea di vietare la produzione di veicoli con motori termici a benzina e diesel. In teoria, l’Unione Europea ha la possibilità di “aggiustare” questo obiettivo in base alle concrete possibilità di elettrificare tutto il parco veicoli, impresa che sembra al momento molto difficile. “Il futuro della competitività europea dipende dalla nostra capacità di innovare e decarbonizzare il sistema industriale e produttivo, a partire dalla generazione elettrica”, dice a Eurofocus Arvea Marieni, partner di Brainscapital e membro del gruppo di lavoro della Cop (Community of Practice) S3 (Smart Specialisation) sulla transizione industriale di DG REGIO della Commissione.

“Se parliamo di auto, anche ammesso che vogliamo continuare a produrne con motore a combustione, mi chiedo a chi saranno vendute. Il primo mercato automotive del mondo, importantissimo per le case europee, ha scelto l’elettrificazione. Quest’anno oltre il 50% delle automobili vendute in Cina erano elettriche e nel 2030 un veicolo su tre in circolazione sarà elettrico. In Norvegia le elettriche hanno fatto il 90% delle vendite quest’anno. Ma il trend verso l’elettrificazione tocca anche paesi a basso reddito. L’Etiopia ha messo al bando quest’anno la vendita di auto con motore a combustione. Non solo perché inquinano, ma anche perché piccoli veicoli a basso costo cinesi sono un’opzione molto più attraente per consumatori con basso reddito. Alcune case cinesi hanno immesso sul mercato piccoli modelli a partire da 5000 dollari. In Vietnam e Thailandia  le auto elettriche rappresentano rispettivamente il 15% e il 10% di tutte le auto vendute l’anno scorso”.

Secondo Goldman Sachs, i veicoli elettrici potrebbero raggiungere il 50%, delle vendite globali di automobili entro il 2035. Questa proiezione è considerata valida nonostante le sfide che il settore deve affrontare, tra cui le dinamiche di mercato concorrenti. L’elettrificazione andrà poi di pari passo con l’automazione di veicoli sempre più intelligenti. “Insomma, non è chiaro come l’industria europea possa scegliere di rimanere legata a tecnologie del secolo scorso in questo contesto”, prosegue Marieni. “Deve essere considerato anche il fatto che il trasporto dipende in molti paesi da motociclette e biciclette. Piccoli mezzi elettrificati. É chiaro che i produttori cinesi hanno il vantaggio di filiere integrate e l’esperienza di ingegnerizzazione”.

Inoltre, la Cina sta concludendo accordi di joint venture per avviare la produzione di auto, bus e altri mezzi di trasporto elettrici in paesi che non hanno una tradizione automotive. É di questi giorni l’annuncio in tal senso di un co-investimento della Cina con l’Arabia Saudita per un impianto in Egitto. La stessa Riad ha un obiettivo del 50 per cento di auto elettriche sulle strade della capitale al 2030.

Competitività verde

Parlando di innovazione e competitività industriale questa sarà sempre più legata alla capacità di produrre in modo pulito. Le minacce, neanche troppo velate, di Pechino di contromisure in caso di tariffe commerciali in settori altamente inquinanti delle esportazioni EU, come l’alimentare, sono un segnale chiarissimo.

“Nel 2024-2025 la Cina taglia 260 milioni di tonnellate di CO2”, spiega Marieni. “Sono numeri che si evincono del ‘Piano d’azione per il risparmio energetico e la riduzione del carbonio 2024-2025’ pubblicato qualche giorno fa dal Consiglio di Stato di Pechino. Si tratta di un documento programmatico che dettaglia i percorsi per il raggiungimento degli obiettivi di risparmio energetico e riduzione delle emissioni del 14º Piano Quinquennale, lo strumento di governance economica nazionale della Cina. Il periodo del 14º piano si conclude tra due anni e Pechino vuole assicurarsi che gli obiettivi di decarbonizzazione annunciati siano effettivamente raggiunti. Nel 2024-2025, consumo energetico e emissioni per unità di PIL saranno ridotti di circa il 2,5%. Il focus è sulla riduzione delle emissioni di processo, quindi si parla dell’industria pesante. Il consumo energetico per unità di valore aggiunto nei settori energivori infatti scende di più, 3,5 punti percentuali”.  

A questo punto la quota di energia non fossile nel consumo energetico totale cinese raggiungerà il 18,9%. “Questa cifra è molto importante, perché non parliamo più solo della produzione di elettricità (power generation), ,a cominciamo a vedere un’erosione significativa del consumo fossile nel sistema produttivo e sociale. Dal punto di vista delle emissioni, l’effetto delle misure di efficienza energetica descritte nel piano del Consiglio di Stato si traducono nel taglio di 130 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, l’equivalente di 50 milioni di tonnellate di carbone bruciate in meno”, precisa l’esperta.

Cosa succederà quando entrerà in vigore il CBAM, Carbon Border Adjustement Mechanism, un dazio sulle emissioni dei beni importati pensato per proteggere l’industria EU dalla concorrenza di paesi che hanno sistemi di produzione più inquinanti? “Il salto di competitività verde delle industrie pesanti cinesi è significativo, e potrà essere fatto valere in chiave CBAM. Questo dal punto di vista della politica climatica globale non può che essere un bene. La rapida decarbonizzazione cinese significa che abbiamo più possibilità di avere successo nel contenimento dei danni del cambiamento climatico entro limiti tollerabili. Io spero che si avvii un gioco al rialzo positivo tra le potenze per una rapida ed efficiente inversione dei sistemi globali”.

Obiettivi di decarbonizzazione

Arvea Marieni legge i dati della NDRC (National Development and Reform Commission): “Nei primi tre anni del 14º Piano quinquennale il valore della intensità energetica per unità di prodotto in Cina è sceso del 7,3%, e questo è avvenuto senza effetti negativi eccessivi sullo sviluppo dei settori industriali strategici. É interessante notare come questi risultati siano al di sotto degli obiettivi, e in ritardo rispetto alla tabella di marcia inizialmente posta dal piano quinquennale, in particolare in alcune province. Per questo il governo centrale ha ritenuto di avviare una revisione strategica dei target e delle misure, io direi una “carbon review” industriale, per rimettere “in riga” il paese e assicurare di colmare I gap di implementazione delle misure. Lo ha fatto come definendo ulteriori KPI specifici. É un approccio ingegneristico, di project management, che sta funzionando bene a livello di governo di una transizione ordinata, e che vorrei vedere meglio applicato in Europa”.

In pratica sono stati dati dei target quantitativi di abbattimento di consumo di energia fossile specifici, includendo 27 tasks in 10 settori prioritari, come l’industria siderurgica, petrolchimica, dei materiali da costruzione, costruzioni e infrastrutture, comunicazione, trasporti, gestione di amministrazioni pubbliche, macchine utensili.

“Le misure che intervengono su aspetti tecnici e tecnologici di politica industriale sono accompagnati da quelle che regolano politiche economiche latu sensu, disegno e funzionamento dei mercati. Sono queste che fanno la differenza per accompagnare la conversione dei sistemi produttivi. Rimodulazione di incentivi e sussidi, standard tecnici, politica dei prezzi, azioni di informazione e assistenza scientifica e tecnologica agli operatori tramite organismi del governo…”, dice Marieni.

“Come ho scritto in un mio saggio pubblicato nel volume ‘Europa’ della Treccani, la transizione ecologica è un processo di cambiamento e ingegneria sociale, che coinvolge tutti i settori economici, è ha bisogno di un “whole of government, whole of society approach” per essere condotto a compimento con successo. In teoria si tratta dello stesso principio dietro al Green Deal europeo, o alle politiche dell’amministrazione Biden”.

Ci dobbiamo chiedere in Europa come rendere più efficaci le nostre azioni per accelerare il ritmo della transizione e sostenere I campioni verdi europei? “Il punto è che questo approccio rafforza anche la capacità di innovazione scientifica e tecnologica e fornisce un modello sistematico per la pianificazione dello sviluppo delle industrie del futuro. Dopo moduli fotovoltaici, rinnovabili, veicoli elettrici, reti elettriche e batterie, il governo cinese punta ad avviare lo sviluppo negli ulteriori settori dell’idrogeno, intelligenza artificiale, bioeconomia, e biotecnologie”.

Secondo Marieni, parlando di gestione dell’innovazione e delle politica regionale, il modello cinese è interessante. In fondo anche le politiche di ricerca e quelle di convergenze regionali della UE si stanno muovendo da anni nella stessa direzione “mission driven”, con la definizione di priorità strategiche e il coordinamento delle misure per creare massa critica. “La maggiore efficacia cinese è legata, a mio avviso, alla maggiore integrazione e centralizzazione delle decisioni. Ciò non toglie ovviamente che anche la Cina abbia delle contraddizioni e diverse priorità di attori industriali o regionali. È però senz’altro un modello olistico che per me, che mi occupo di ecosistemi di innovazione, interessa analizzare. Punta alla creazione di hubs e  ecosistemi d’innovazione completi, procedendo alla infrastrutturazione, al ridisegno del sistema di finanziamento, alla creazione di mercato per prodotti e modelli nuovi. La rapida scalabilità delle soluzioni attraverso piloti su scala nazionale fa il resto. I settori su cui si concentrano i cinesi sono quelli dell’economia di domani a livello globale. Microgrids, centrali elettriche virtuali, integrazione veicoli-reti elettriche, siderurgia, metallurgia a idrogeno, idrogeno verde per l’industria chimica, nuclear steam heating per i parchi industriali, ICT verde, trasporti, smart governance degli edifici”.

Un modello di crescita economica verde

Nel 2023, la crescita della Cina è stata alimentata da tecnologie pulite, che hanno rappresentato il 40% dell’espansione del PIL dello scorso anno. Senza il volano delle rinnovabili, il PIL della Cina avrebbe mancato l’obiettivo di crescita del governo di “circa il 5%”, crescendo solo del 3,0% invece del 5,2%.

“Stiamo assistendo a un massiccio spostamento degli investimenti industriali verso i settori dell’economia verde”. I principali beneficiari sono le rinnovabili, le batterie, le auto elettriche e le reti elettriche, così come le ferrovie, che ora sono diventate i principali motori dell’economia del paese. Poi viene l’energia nucleare, che il governo prevede di utilizzare per soddisfare non più del 20% della domanda entro il 2060.

La lista continua. “Dietro le quinte, lontano dai riflettori, i cinesi della nuova economia lavorano alla frontiera di nuove molecole, materiali della bioeconomia “sintetica” e modelli di agricoltura pulita con un mix tra tecnologie di frontiera e pratiche rigenerative (nature based solutions). Scienziati cinesi per esempio hanno dimostrato con successo la conversione di CO2 in amido, un passo verso il contributo della bioingegneria alla produzione di cibo. Attualmente, un terzo dei suoli mondiali è degradato/infertile. Secondo la FAO, continuando a questo ritmo il 90 percento dei suoli saranno persi entro il 2050. Il futuro dell’agricoltura, reso sempre più incerto dai cambiamenti climatici e dalla crisi della biodiversità risiede anche nell’innovazione e nella produzione fuori suolo. Senza fertilizzanti, con un basso consumo di energia e sostanze chimiche, con il riciclaggio dell’acqua”, aggiunge Marieni.

“Abbiamo le tecnologie e l’esperienza aziendale si sta accumulando sul campo. Dovremmo rinunciarvi e lasciare che i sistemi agricoli e alimentari dell’UE facciano la fine dell’industria fotovoltaica a partire dal 2010? Anche allora fu una decisione politica volta a tutelare gli incumbents, gli interessi di industrie tradizionali ben insediate sul continente”, si chiede l’esperta.

Mentre l’Europa tentenna, la Cina implementa il Green Deal europeo

Gli investimenti cinesi in energia pulita hanno raggiunto i 890 miliardi di dollari, una somma vicina al PIL della Svizzera o della Turchia e quasi pari all’investimento globale totale nella fornitura di combustibili fossili nel 2023.

“Nel frattempo, l’Italia, ad esempio, paga caro per la sua dipendenza dai combustibili fossili, con bollette di 100 miliardi all’anno, perdita di competitività industriale e maggiore dipendenza strategica dai paesi esteri. Ne vale la pena? Massicci investimenti nella capacità produttiva e nelle esportazioni di tecnologie pulite significano anche che la Cina è cruciale per il successo della transizione ecologica nel resto del mondo, creando mercati di esportazione, prodotti accessibili ed economie di scala”, continua Marieni.

L’accordo della COP28 segna “l’inizio della fine” dell’era dei combustibili fossili. Questo significa triplicare la capacità di energia rinnovabile entro il 2030. Questo solleva anche la questione della “competizione cooperativa” nei mercati.

Marieni lo ha scritto in un saggio per l’Enciclopedia Treccani, pubblicato a dicembre: “Il vero crocevia della transizione è geopolitico. L’ascesa vantaggiosa della Cina solleva la questione di come collegare strategie climatiche ineludibili con la crescita industriale nazionale in Europa e negli Stati Uniti. Lo spettro della sovraccapacità cinese non dovrebbe portare a guerre commerciali inutili e distruttive. Dovrebbe portare a una maggiore collaborazione tramite una divisione internazionale del lavoro secondo regole concordate, standard industriali e tecnologici che garantiscano un “campo di gioco livellato” per l’eco-industria globale. Comprendendo che coloro che oggi lamentano la mancanza di competitività europea spesso sono alla radice di questo stato di cose”, conclude.