Mentre gli Stati dell’Unione europea si interrogano su come rendere le proprie bollette meno dipendenti dalle crisi internazionali, un vicino inaspettato sta tentando il grande salto tecnologico. La Turchia ha infatti dato il via libera a una serie di progetti per mega-batterie industriali con una capacità di oltre 33 gigawatt (gw), una cifra impressionante che doppia i piani di giganti europei come Germania e Italia, fermi a circa 12-13 gw.
Questa accelerazione non è solo una gara a chi installa più tecnologia, ma una risposta drastica a un mondo che cambia: da un lato la crisi energetica innescata dalla guerra in Iran, dall’altro il crollo dei costi delle tecnologie pulite, diventate meno care del 90% in soli dieci anni.
Perché proprio le batterie?
Le cosiddette energie pulite, cioè quelle derivanti dall’energia solare e o dal vento, hanno evidenti limiti: producono moltissimo quando c’è bel tempo, ma si fermano di notte o quando non tira vento. Le batterie giganti servono a risolvere questo paradosso: agiscono come enormi serbatoi che catturano l’energia quando è abbondante e la rilasciano quando serve. Per Ankara, spiega il think thank Ember in un report, queste batterie non sono solo strumenti tecnici, ma le fondamenta di un nuovo hub energetico che potrebbe collegare i mercati elettrici di Europa, Medio Oriente e Asia Centrale.
“Negli ultimi anni, la Turchia ha registrato una crescita significativa nel settore dell’energia eolica e solare – ha spiegato Ufuk Alparslan, responsabile regionale per la Turchia e il Caucaso per il think thank Ember -. Tuttavia, includendo altre fonti rinnovabili come l’energia idroelettrica e geotermica, la quota di energie rinnovabili nella produzione di elettricità è ancora inferiore a quella dei Paesi europei. D’altro canto, la Turchia è di gran lunga leader regionale nel settore dell’energia eolica e solare tra i Paesi del Medio Oriente, dell’Asia centrale e del Caucaso. La crisi globale dei combustibili fossili, che si è verificata per la seconda volta negli ultimi quattro anni, ha ulteriormente evidenziato l’importanza della transizione verso l’energia pulita”.
Il costo del clima: quando la siccità svuota il portafoglio
C’è però un motivo molto meno “green” e molto più economico dietro questa fretta: la sete. La Turchia ha sempre contato sulle sue maestose dighe idroelettriche, ma il cambiamento climatico e l’aumento delle temperature sta presentando il conto. Negli ultimi 30 anni, la produzione delle tre dighe principali del Paese è crollata del 29% a causa della siccità.
Questo “buco” d’acqua ha un costo spaventoso: ogni anno il governo deve spendere circa 1,5 miliardi di euro in più per importare gas fossile dall’estero e compensare la mancanza di energia idroelettrica. In un momento in cui la guerra in Iran rende i combustibili fossili rari e costosi, produrre energia in casa col vento e il sole è diventata una questione di sopravvivenza economica.
Il paradosso di Ankara con le centrali a carbone
Nonostante la Turchia sia diventata un leader regionale, con una produzione del 22% di elettricità nazionale proveniente da vento e sole nel 2025 (superando per la prima volta l’idroelettrico), il quadro resta contraddittorio. Il Paese vive una sorta di doppia identità. Da un lato, investe nelle batterie e introduce “super-permessi” per tagliare la burocrazia e costruire impianti in tempi record (passando da 4 anni a soli 18 mesi); dall’altro, resta aggrappato al passato: il carbone copre ancora il 34% del fabbisogno nazionale e il governo ha appena stanziato 7,5 miliardi di euro per sostenere le vecchie centrali inquinanti fino al 2029.
Un bivio diplomatico verso la Cop31
Il ruolo della Turchia come possibile leader della transizione sarà sotto i riflettori a novembre, quando Antalya ospiterà la Cop31, il vertice mondiale sul clima. Eppure, l’immagine di “campione dell’ambiente” ha già subito qualche crepa: alcuni documenti riservati e visionati dal Guardian rivelano che Ankara avrebbe preferito evitare di citare l’addio definitivo ai combustibili fossili nell’agenda ufficiale del Summit.
Per completare la sua trasformazione e triplicare la capacità di energia verde entro il 2035, servirebbero poi investimenti per oltre 24 miliardi di euro solo per ammodernare i cavi e le infrastrutture della rete. È qui che l’Europa gioca un ruolo chiave: istituzioni come la Banca europea per gli investimenti sono pronte a finanziare questa transizione, che conviene a tutti per stabilizzare i prezzi dell’energia nell’intera regione. La Turchia si trova dunque a un bivio: diventare il ponte elettrico pulito del futuro o restare prigioniera dei sussidi al carbone, mentre il clima continua a prosciugare le sue risorse storiche.
