Il Decreto Energia, la volatilità dei prezzi, la dipendenza dall’estero e il nodo irrisolto del mercato unico europeo. Eurofocus ne ha parlato con Francesco Macrì, presidente di Estra e di Confservizi, che invita a leggere il provvedimento non come una misura emergenziale, ma come parte di una riflessione più ampia sulla struttura del sistema energetico europeo.
Il dibattito sul Decreto Energia si è concentrato molto sugli effetti immediati. È una lettura sufficiente?
È una lettura comprensibile, ma parziale. Il decreto arriva in una fase ancora segnata da instabilità geopolitica e forte volatilità dei mercati. Dopo la pandemia e la guerra in Ucraina, il sistema energetico europeo ha scoperto quanto la dipendenza dall’esterno possa tradursi in instabilità dei prezzi e vulnerabilità economica. Per questo il provvedimento non può essere interpretato solo come una misura contingente, ma come un tassello di una riflessione più ampia sulla struttura del mercato.
Tra i punti chiave ci sono la sterilizzazione di alcune componenti di costo e il disaccoppiamento tra prezzo del gas ed elettricità. Che tipo di interventi sono?
Non sono semplicemente interventi tecnici. Sono segnali. Indicano la necessità di correggere distorsioni che hanno reso il prezzo finale dell’energia sempre più scollegato dal costo reale di produzione. In un mercato eccessivamente esposto alla volatilità, il rischio è che i prezzi riflettano dinamiche finanziarie più che industriali.
Alcuni grandi operatori hanno espresso timori sulle marginalità. Come valuta queste preoccupazioni?
Sono posizioni legittime. Tuttavia, il tema va osservato da un’altra angolazione. Un mercato troppo esposto alla volatilità e alla finanziarizzazione non rafforza il sistema industriale europeo, lo indebolisce. L’energia è un’infrastruttura strategica che incide sulla competitività delle imprese, sulla coesione sociale e sulla stabilità economica dei territori. La sua governance non può essere guidata esclusivamente da logiche speculative o di breve periodo.
Il decreto può quindi essere considerato una soluzione strutturale?
No, e sarebbe un errore pensarlo. Nessun decreto nazionale, per quanto ben impostato, può risolvere strutturalmente il problema senza un intervento sul quadro europeo. Oggi l’Unione europea ha regole comuni, ma non ha ancora un vero mercato unico dell’energia.
Dove vede le principali criticità a livello europeo?
Le interconnessioni restano insufficienti, le politiche di approvvigionamento sono frammentate e la forza contrattuale nei confronti dei grandi esportatori globali è dispersa tra gli Stati membri. In queste condizioni, l’Europa continua a pagare un premio di rischio che si traduce in costi più elevati per imprese e famiglie. La vera riforma strutturale è costruire un mercato energetico europeo integrato, con regole omogenee, coordinamento negli acquisti e infrastrutture comuni.
Un altro tema centrale è la produzione interna. Quanto pesa la dipendenza dall’estero?
Pesa moltissimo. Finché una quota significativa dell’energia consumata in Europa continuerà a essere importata, resteremo strutturalmente esposti alle tensioni internazionali. I dati sugli stoccaggi del gas mostrano chiaramente la vulnerabilità del sistema. Più produzione interna significa meno rischio geopolitico incorporato nei prezzi, maggiore prevedibilità per il sistema produttivo e, in definitiva, più sovranità economica.
Quali leve considera decisive in questa fase?
Aumentare la produzione da fonti rinnovabili, accelerare sugli accumuli, modernizzare le reti e integrare in modo intelligente le diverse tecnologie disponibili. La transizione energetica, per essere credibile, deve essere non solo ambientale ma anche economica e sociale. Non possiamo immaginare una decarbonizzazione che scarichi costi sproporzionati su famiglie e piccole imprese.
In definitiva, come dovrebbe essere letto il Decreto Energia?
Come un primo passo. Non la soluzione definitiva, ma un segnale di correzione di rotta verso un sistema meno finanziarizzato e più industriale. Il vero banco di prova sarà la capacità dell’Europa di completare il proprio mercato unico e investire con decisione nella produzione interna. Se sapremo muoverci in questa direzione, l’energia potrà tornare a essere un fattore di competitività e stabilità. In caso contrario, continueremo a rincorrere le emergenze.
