Trump sta rendendo la Cina “Great Again”? Ecco cosa pensa il mondo degli Stati Uniti

Dai dati ECFR su 21 paesi emerge un mondo meno ancorato a Washington, con la Cina in ascesa e un’Europa più esposta
2 ore fa
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Trump
Donald Trump (Afp)

L’effetto Trump sulla percezione globale del potere non passa più solo dalle decisioni di politica estera o dalle crisi diplomatiche, ma dal modo in cui governi e opinioni pubbliche rileggono le gerarchie internazionali. A un anno dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la distanza tra Washington e i suoi alleati storici si riflette nei sondaggi prima ancora che nei vertici ufficiali. Non si tratta di un tracollo dell’influenza americana, ma di una perdita di affidabilità come architrave dell’ordine internazionale.

Il nuovo sondaggio globale dell’European Council on Foreign Relations, in collaborazione con il progetto “Europe in a Changing World” dell’Università di Oxford, intercetta questo slittamento. L’indagine, condotta su quasi 26mila persone in 21 paesi nel novembre 2025, fotografa un sistema internazionale in cui la fiducia si sposta, si riduce o si frammenta. La Cina avanza come riferimento strutturale, gli Stati Uniti restano centrali ma meno solidi come punto di riferimento, l’Europa appare più esposta e più inquieta. È su questo terreno che prende forma l’idea, politicamente scomoda per Washington, di un’America che contribuisce indirettamente a rafforzare Pechino.

La Cina come fatto

Il dato che attraversa con maggiore continuità il sondaggio ECFR riguarda la Cina. In un’ampia fascia di paesi la maggioranza degli intervistati prevede un ulteriore rafforzamento dell’influenza globale di Pechino nel prossimo decennio. Non emerge un’attesa apocalittica né un timore diffuso: la crescita cinese viene considerata un fatto strutturale, con cui fare i conti più che da contrastare. In Sudafrica l’83% degli intervistati prevede un’espansione del peso globale cinese; in Brasile la stessa opinione è condivisa dal 72%, mentre in Turchia la percentuale si attesta al 63%.

L’elemento rilevante non è solo quantitativo. Nei paesi extraeuropei, la Cina viene sempre più percepita come partner necessario o alleato, soprattutto sul piano economico e tecnologico. Il sondaggio registra un rafforzamento della convinzione che Pechino guiderà settori chiave come i veicoli elettrici e le tecnologie per la transizione energetica, anche all’interno dell’Unione europea. Questa aspettativa si è consolidata rispetto alle rilevazioni precedenti, segnalando una progressiva normalizzazione dell’idea di leadership industriale cinese.

Fanno eccezione contesti segnati da frizioni dirette: in Ucraina e in Corea del Sud la Cina è vista prevalentemente come rivale o avversario. Altrove, però, prevale una logica di adattamento. In Sudafrica, Brasile, Russia e Turchia una parte consistente dell’opinione pubblica prevede un rafforzamento dei rapporti con Pechino nei prossimi cinque anni. Il sondaggio non indica un’adesione ideologica al modello cinese, ma una valutazione basata sui rapporti di forza, in cui la Cina appare meno imprevedibile di altri attori.

Va ricordato che i dati cinesi si riferiscono esclusivamente ai grandi agglomerati urbani di Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, e che la sensibilità politica delle domande impone cautela interpretativa. Anche tenendo conto di questi limiti, la tendenza resta chiara: la Cina non è più percepita come una variabile destabilizzante, bensì come uno dei pilastri di un ordine internazionale che si va consolidando fuori dall’orbita occidentale.

Gli Stati Uniti come condizione

Se la Cina avanza come riferimento strutturale, gli Stati Uniti restano una potenza riconosciuta ma sempre meno percepita come pilastro dell’ordine internazionale. Il sondaggio ECFR non descrive un mondo che si prepara al declino americano, bensì una ridefinizione del ruolo degli Stati Uniti agli occhi delle opinioni pubbliche, meno inclini a considerarli un perno automatico. Gli Usa continuano a essere considerati influenti a livello globale in quasi tutti i paesi analizzati. Tuttavia, in Cina, nell’Unione europea, in Ucraina e negli stessi Stati Uniti, non emerge una maggioranza convinta che l’influenza americana crescerà nel prossimo decennio. In questi contesti, circa un intervistato su quattro prevede un arretramento del peso statunitense.

È in Europa che il cambiamento appare più marcato. Solo il 16% degli europei considera oggi gli Stati Uniti un alleato, mentre il 20% li colloca nella categoria di rivale o nemico. Si tratta di un dato che segnala una frattura profonda rispetto alla tradizionale percezione transatlantica e che riflette una sfiducia maturata nel tempo, non legata a un singolo dossier ma a un orientamento complessivo della politica americana. L’approccio transazionale dell’amministrazione Trump, fondato su accordi contingenti e su una costante rinegoziazione degli impegni, ha inciso più delle singole decisioni di politica estera.

Altrove, la percezione statunitense non crolla, ma perde consistenza. Con l’aumento delle valutazioni positive sulla Cina, lo status degli Stati Uniti come alleato si indebolisce in quasi tutti i paesi analizzati. L’India rappresenta un caso anomalo: qui una maggioranza relativa continua a considerare Washington un alleato, ma in parallelo riconosce lo stesso ruolo alla Russia. È una postura che riflette una strategia di equilibrio, più che un allineamento stabile.

Anche il giudizio su Trump si è raffreddato. Rispetto a dodici mesi prima, diminuisce la quota di chi considera la sua rielezione positiva per il proprio paese e per la pace globale. In India, dove nel 2024 l’84% vedeva con favore il ritorno di Trump, il consenso scende al 53%. Allo stesso tempo, in paesi diversi come India, Turchia, Cina e Ucraina, una parte significativa degli intervistati riconosce che Trump ha difeso con efficacia gli interessi americani. Ne emerge una distinzione netta tra la percezione di Trump come leader nazionale e la sua credibilità come garante di equilibri condivisi.

L’Europa come problema aperto

La trasformazione delle percezioni globali incide direttamente sull’Europa, che appare al tempo stesso più esposta e più consapevole della propria vulnerabilità. Il sondaggio registra un aumento diffuso del pessimismo: quasi la metà degli europei dubita che il futuro porterà benefici al proprio paese o al mondo, e una quota analoga non ritiene che l’Ue sia in grado di trattare su un piano di parità con Stati Uniti e Cina. Questo scarto tra ambizioni e capacità percepite alimenta un senso di insicurezza che attraversa il continente.

Sul piano esterno, l’immagine dell’Europa varia sensibilmente a seconda degli interlocutori. In Russia, per la prima volta, una maggioranza relativa degli intervistati considera l’Ue un avversario diretto, più degli Stati Uniti. Il dato cresce rispetto all’anno precedente e si inserisce in una dinamica in cui l’ostilità verso Washington si attenua, mentre Bruxelles diventa il principale riferimento negativo. Il tentativo dell’amministrazione Trump di riallacciare i rapporti con Mosca contribuisce a spostare l’asse delle percezioni russe, riducendo la centralità americana come antagonista.

Sul fronte opposto, l’Ucraina riorienta le proprie aspettative di sicurezza. Il sondaggio mostra che la fiducia in Washington come alleato si è ridotta nell’ultimo anno, mentre quella verso l’Ue si è consolidata. Quasi due terzi degli ucraini si aspettano un rafforzamento delle relazioni con Bruxelles, contro poco più di un terzo che nutre la stessa aspettativa verso gli Stati Uniti. Anche la percezione di alleanza segue questa traiettoria: l’Europa viene vista come riferimento più solido in termini di sostegno e prospettiva politica.

Anche in Cina cambia lo sguardo sull’Europa. La maggioranza degli intervistati ritiene oggi che le politiche dell’Ue verso Pechino siano diverse da quelle statunitensi, rovesciando una percezione prevalente fino al 2024. Mentre il 61% dei cinesi considera gli Stati Uniti una minaccia, solo il 19% attribuisce lo stesso giudizio all’Unione Europea. Al tempo stesso, una maggioranza riconosce all’Europa lo status di grande potenza. L’assenza di timore non coincide con irrilevanza: l’Ue viene vista come partner e come polo distinto in un contesto multipolare.

All’interno dell’Europa, però, prevale un clima di forte inquietudine. Quasi la metà degli europei dubita che il futuro porterà benefici al proprio paese o al mondo. Il 46% non ritiene che l’Ue sia in grado di trattare alla pari con Stati Uniti e Cina, una quota in aumento rispetto al 2024. Questa percezione di vulnerabilità si riflette direttamente nelle opinioni sulla sicurezza. Aumentano i timori legati a un’aggressione russa, all’eventualità di un conflitto su scala continentale e all’uso di armi nucleari. In parallelo, cresce il sostegno a scelte finora divisive: la maggioranza degli europei appoggia l’aumento della spesa per la difesa, una quota consistente guarda con favore alla reintroduzione della coscrizione obbligatoria e allo sviluppo di una deterrenza nucleare europea, segnalando una riduzione dello spazio politico per posizioni attendiste.

Un ordine che non promette stabilità

Il quadro che emerge dal sondaggio ECFR suggerisce che il passaggio a un ordine multipolare non è più percepito come un processo in divenire, ma come una condizione già in atto. Molti cittadini, soprattutto in Europa, lo vivono come un fattore di rischio piuttosto che come un’opportunità. La fine dell’illusione di un’architettura occidentale stabile produce insicurezza, ma anche una maggiore attenzione agli strumenti di autodifesa politica, economica e militare.

Negli Stati Uniti, la lettura è diversa. L’opinione pubblica americana non modifica in modo significativo la propria percezione dell’Ue: il 40% continua a considerarla un alleato, e quasi la metà condivide l’idea che la sicurezza europea sia parte della sicurezza americana. Più della metà degli intervistati negli Stati Uniti vede la guerra russa in Ucraina come una minaccia diretta. Questo orientamento non trova però una corrispondenza speculare nelle percezioni europee, sempre più scettiche sulla solidità dell’impegno americano.

In Cina, la distinzione tra Stati Uniti ed Europa diventa più netta. La maggioranza degli intervistati considera le politiche europee verso Pechino diverse da quelle americane, ribaltando una percezione dominante negli anni precedenti. Gli Stati Uniti vengono visti prevalentemente come una minaccia, mentre l’Ue è percepita come partner e come uno dei poli di riferimento in un contesto multipolare. Il fatto che una maggioranza dei cinesi riconosca all’Europa lo status di grande potenza rafforza l’idea di un sistema internazionale meno centrato su un unico asse.

È la lettura proposta dagli autori del report, tre osservatori di lungo corso delle dinamiche transatlantiche e globali. Per Ivan Krastev, presidente del Centre for Liberal Strategies e tra i più attenti analisti delle fratture politiche europee, “la divisione dell’Occidente si avverte in modo più acuto in Europa e in ciò che gli altri pensano dell’Europa”. Mark Leonard, cofondatore e direttore dell’ECFR, sottolinea che “il mondo pensa che l’Occidente sia morto” e che “la campagna di Trump per mettere l’America al primo posto “l’ha resa meno popolare tra gli alleati e ha contribuito a mettere la Cina in pole position”. Timothy Garton Ash, storico e coautore del report, osserva che gli europei stanno “aprendo gli occhi sulla dura realtà di un mondo post-occidentale”, prendendo atto di “non poter più contare sugli Stati Uniti per la sicurezza, sulla Cina per la prosperità o sulla Russia per l’energia”.

Nel sondaggio, il riferimento implicito non è un futuro lontano ma l’orizzonte operativo dei prossimi anni. Le opinioni pubbliche valutano già oggi quali attori saranno in grado di garantire stabilità, continuità e capacità decisionale entro il 2030. In questo quadro, l’America resta indispensabile ma meno prevedibile, la Cina rafforza il proprio ruolo di riferimento sistemico e l’Europa appare chiamata a colmare uno scarto tra ruolo dichiarato e strumenti disponibili.

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