Elezioni cruciali in Ungheria, Orbán contro tutti: dal gas russo e alla crociata anti-Ucraina

Parte la sfida per le elezioni 2026
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BELGIUM EU COUNCIL SUMMIT
Il primo ministro ungherese Viktor Orban a Bruxelles (Afp)

Viktor Orbán ha deciso di giocare a carte scoperte, e il tavolo è quello delle elezioni del 12 aprile 2026. Tra una petizione nazionale che suona come un ultimatum a Bruxelles e accuse di “interferenze sfacciate” lanciate verso Kiev, il primo ministro ungherese sta costruendo una campagna elettorale ad alta tensione.

Mentre l’Unione europea serra i ranghi per eliminare definitivamente la dipendenza dal gas russo, Budapest si prepara a dare battaglia, puntando tutto sulla difesa delle bollette e sulla promessa di non trascinare il Paese in guerra.

La guerra del gas e la difesa delle bollette

Mentre il Consiglio dell’Ue ha appena confermato il bando graduale delle importazioni di gas e Gnl russo (che diventerà totale nel 2027), Orbán ha scelto una strada diametralmente opposta. Il leader magiaro ha lanciato una petizione nazionale per permettere ai cittadini di dire “no” all’aumento dei prezzi dell’energia causato dal conflitto. Secondo Orbán, solo un governo “patriottico” può mantenere i sussidi sulle bollette, che Bruxelles vorrebbe invece cancellare. Per garantire l’indipendenza energetica, il piano di Budapest prevede il potenziamento della centrale nucleare di Paks e l’acquisto di giacimenti di gas in tutto il mondo.

Il “fattore Ucraina” nella campagna elettorale

La tensione con il vicino ucraino è diventata un pilastro della propaganda del partito Fidesz. Il governo ungherese ha recentemente convocato l’ambasciatore ucraino, accusando il presidente Zelenskyy di interferire nel voto di aprile attraverso “messaggi minacciosi e insulti”. La tesi di Orbán è netta: Kiev punterebbe a un cambio di governo a Budapest per sbloccare l’adesione all’Unione europea, un evento che, secondo il premier, “distruggerebbe l’agricoltura ungherese” e prosciugherebbe le casse dello Stato. Per Orbán, l’Ucraina deve restare una “zona cuscinetto” fuori dall’Ue per evitare un conflitto militare diretto tra l’Europa e la Russia.

La petizione dei “tre no”

Al centro della mobilitazione c’è la richiesta ai cittadini di opporsi a tre punti chiave: il finanziamento continuo della guerra russo-ucraina, il pagamento per il funzionamento dello Stato ucraino nei prossimi dieci anni e il rincaro dell’energia. Orbán ha avvertito che, senza una resistenza ferma, l’Ungheria rischierebbe di finire in una “schiavitù del debito” che graverebbe sulle spalle delle future generazioni per decenni. Il messaggio è chiaro: scegliere Fidesz significa scegliere la sicurezza contro le “avventure irresponsabili” di Bruxelles.

Lo scontro con Péter Magyar e l’asse delle destre

La vera novità di questa tornata elettorale è però la sfida interna lanciata da Péter Magyar, ex insider del governo oggi alla guida del partito Tisza. Magyar, che i sondaggi danno in forte ascesa (con punte del 51% delle intenzioni di voto), promette di sbloccare i fondi Ue e combattere la corruzione.

Per contrastare questa ascesa, Orbán ha sfoderato un video promozionale con i pesi massimi della destra internazionale, tra cui la presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, che elogia la difesa della sovranità nazionale, e Matteo Salvini, che esorta al voto per Fidesz “se vuoi la pace”. Orbán liquida il rivale definendolo un “uomo di Bruxelles” che fa parte di un pacchetto unico insieme a von der Leyen e Zelenskyy.

Viktor Orban e Donald Trump
Il presidente ungherese Viktor Orban stringe la mano al presidente Usa Donald Trump al Board of Peace durante il World Economic Forum (Afp)

Guardando oltre i confini europei, Orbán continua a scommettere forte sul presidente statunitense Donald Trump, definito un leader “efficiente” capace di risolvere i problemi che paralizzano le istituzioni internazionali. Il premier ha ricordato come il sostegno a Trump abbia già aiutato l’Ungheria a ottenere deroghe sulle sanzioni energetiche. Nonostante gli scontri con l’Ue, Orbán ribadisce che l’Ungheria non rinuncerà ai fondi comunitari che le spettano, ma che il Paese “starebbe bene anche senza”, rivendicando la propria autonomia decisionale rispetto ai diktat della Commissione.