L’Italia è il Paese che crescerà meno nel 2026 tra quelli del G20: i dati dell’Ocse

Il Pil italiano è atteso in aumento dello 0,4%, sotto tutte le grandi economie del G20. Nel rapporto sulle basi della crescita e della competitività l’Ocse richiama debito, produttività debole, lavoro femminile e giovanile, competenze e investimenti
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Le stime Ocse collocano l’Italia all’ultimo posto nel G20 per crescita del Pil nel 2026

L’Italia entra nel 2026 con una crescita prevista dello 0,4% e, nelle tabelle dell’Ocse, si ritrova in fondo al G20. Il dato compare nell’Interim Economic Outlook di marzo e misura subito la distanza: l’area euro viene stimata allo 0,8%, il complesso del G20 al 3,0%, mentre tra le principali economie figurano India al 6,1%, Cina al 4,4%, Stati Uniti al 2,0%, Germania e Francia allo 0,8%, Regno Unito allo 0,7%, Russia allo 0,6%. L’Italia resta sotto tutti i maggiori partner europei del gruppo e chiude la classifica proprio mentre il confronto internazionale torna a pesare più del semplice dato interno.

La fotografia congiunturale, però, non basta a spiegare il quadro. Nel rapporto Foundations for Growth and Competitiveness 2026, pubblicato il 9 aprile, l’Ocse riconosce che negli ultimi dieci anni l’economia italiana ha recuperato terreno dopo le crisi dell’inizio del decennio scorso, con occupazione in aumento, disoccupazione scesa su livelli storicamente bassi e investimenti cresciuti. Ma nello stesso testo indica con precisione i punti in cui la macchina rallenta: produttività indebolita, debito molto elevato, partecipazione al lavoro ancora troppo bassa tra donne e giovani, carenze di competenze e insufficiente spinta degli investimenti privati in ricerca e innovazione.

Il risultato è che il +0,4% non appare come una parentesi sfortunata, ma come il riflesso di una crescita che continua a poggiare su basi troppo strette. L’Ocse non descrive un Paese fermo. Descrive un Paese che si muove, ma senza riuscire a tradurre i progressi dell’occupazione in un avanzamento più robusto del prodotto e della produttività. È qui che il confronto con gli altri Paesi del G20 smette di essere un esercizio di classifica e diventa il modo più diretto per leggere il ritardo italiano.

Perché l’Italia cresce meno delle altre grandi economie

Nelle previsioni dell’Ocse il dato italiano pesa soprattutto perché resta inferiore non solo a quello delle economie emergenti, ma anche a quello dei grandi Paesi europei che viaggiano su ritmi contenuti. Germania e Francia sono attese allo 0,8%, il Regno Unito allo 0,7%, il Giappone allo 0,9%. Gli Stati Uniti restano al 2,0%. La distanza italiana, quindi, non si misura soltanto rispetto ai Paesi che crescono molto più velocemente per struttura demografica o dimensione del mercato interno. Si misura anche rispetto a economie mature che condividono una parte rilevante delle stesse tensioni internazionali, dall’energia ai tassi, e che tuttavia mantengono un passo meno debole.

Nel country note dedicato all’Italia, l’Ocse osserva che il miglioramento dell’ultimo decennio è stato trainato in larga misura dalla crescita dell’occupazione. È un passaggio importante, perché mette ordine in una dinamica spesso letta in modo confuso: il mercato del lavoro ha retto e in alcuni segmenti ha anche ampliato la propria base, ma la produttività del lavoro, dopo il recupero della seconda metà dello scorso decennio, si è successivamente indebolita. In altri termini, l’Italia ha allargato il numero di chi lavora più di quanto sia riuscita ad accrescere il valore prodotto da quel lavoro. È su questo scarto che il confronto con il G20 diventa più severo.

L’Ocse collega questa fragilità anche alla qualità degli investimenti privati. Nel rapporto si legge che stimolare gli investimenti del settore privato, soprattutto in ricerca e innovazione, accelererebbe la crescita della produttività. Il documento rileva che la spesa in ricerca e sviluppo in rapporto al Pil resta sotto la media Ocse e che molte imprese italiane di media dimensione, pur competitive in diversi comparti, non dispongono ancora della scala necessaria per sostenere attività continuative di innovazione. A questo si aggiunge un mercato del venture capital meno sviluppato rispetto a quello di altri Paesi comparabili. L’immagine che ne esce è quella di un sistema produttivo che conserva capacità industriali e tenuta all’export, ma fatica ancora a spingere sull’acceleratore dell’innovazione.

Il secondo grande nodo è la finanza pubblica. L’Ocse scrive che il rapporto debito/Pil italiano si colloca vicino al 150%, pari al 137% secondo i criteri di Maastricht, e resta tra i più alti dell’area Ocse. Nel testo questo livello di debito non viene richiamato come semplice vincolo contabile. Viene collegato all’allargamento degli spread, a costi di finanziamento più elevati e alla riduzione dello spazio fiscale necessario per preservare e sviluppare capitale umano e infrastrutture. Il messaggio è lineare: con un debito di queste dimensioni il margine per sostenere la crescita futura si assottiglia proprio dove servirebbe più continuità di investimento.

L’organizzazione aggiunge che nei prossimi anni aumenteranno le pressioni sulla spesa per difesa, pensioni e cambiamento climatico, mentre il fabbisogno di investimento pubblico resterà elevato, rendendo più complesso il percorso di consolidamento fiscale. Nello stesso capitolo si osserva che i crediti d’imposta più generosi introdotti negli anni recenti hanno peggiorato i conti pubblici, pur in un quadro in cui il rapporto debito/Pil dovrebbe iniziare a ridursi con l’attenuarsi dei loro effetti e con il piano di bilancio e strutturale di medio termine. Il rapporto indica alcuni interventi specifici: ridurre la spesa in rapporto al Pil, utilizzare le entrate straordinarie per contenere il deficit, rafforzare la spending review, ampliare la base imponibile, contrastare l’evasione fiscale, migliorare l’efficienza dell’amministrazione tributaria e aggiornare anche i criteri di calcolo della tassazione immobiliare.

Dentro questo quadro, il Pnrr compare come uno dei pochi strumenti capaci di incidere sui fattori strutturali. L’Ocse riconosce che il piano ha accelerato un programma ambizioso di riforme e investimenti pubblici a sostegno della produttività. Ma il punto che emerge dai documenti resta la distanza tra l’apertura di questi cantieri e i tempi necessari per cambiare davvero il profilo della crescita. Il +0,4% del 2026, letto accanto ai dati degli altri Paesi del G20, consegna proprio questo scarto: l’Italia ha avviato correzioni importanti, ma continua a presentarsi al confronto internazionale con una base di crescita troppo fragile.

Donne, giovani, Neet e competenze: il ritardo italiano secondo l’Ocse

Il secondo asse del rapporto riguarda il mercato del lavoro e si concentra meno sulla quantità degli occupati in senso stretto che sulla composizione di quella crescita. L’Ocse rileva che, nonostante l’aumento dell’occupazione e il calo della disoccupazione anche nel rallentamento economico, i tassi di occupazione italiani restano inferiori a quelli della maggior parte dei Paesi Ocse, soprattutto per la minore partecipazione di donne e giovani. È il punto in cui la questione economica si lega direttamente alla demografia: un Paese che invecchia rapidamente e che continua a utilizzare troppo poco una parte decisiva della sua forza lavoro entra in una zona di compressione permanente della crescita potenziale.

Nel documento questa condizione viene ricondotta a fattori molto concreti. L’Ocse richiama le carenze delle politiche familiari, l’accesso ancora insufficiente alla formazione nelle politiche attive del lavoro e incentivi finanziari deboli all’occupazione per i beneficiari di prestazioni sociali, in un contesto segnato da pressione fiscale e contributiva elevata. Su questo fronte l’Ocse indica alcuni interventi specifici: ampliare l’offerta di servizi per la prima infanzia, incentivare maggiormente i padri a utilizzare i congedi parentali aggiuntivi con tassi di sostituzione salariale più favorevoli e una migliore informazione, rivedere detrazioni e agevolazioni fiscali che possono produrre aliquote marginali effettive elevate, ridurre il carico fiscale sul lavoro e mantenere gli investimenti nella formazione. In questa parte del rapporto la competitività italiana viene letta attraverso strumenti molto concreti, che hanno a che fare con il funzionamento quotidiano del lavoro più che con le sole grandezze macroeconomiche.

Tra i punti richiamati dall’Ocse c’è anche il tema delle clausole di non concorrenza. L’Ocse segnala che circa un sesto della forza lavoro è soggetto a queste clausole, considerate un fattore che riduce la mobilità e il dinamismo del mercato del lavoro. Il riferimento compare accanto alla richiesta di migliorare il funzionamento del mercato soprattutto per i nuovi entranti e di incentivare la riforma dei contratti collettivi. La questione non riguarda soltanto la flessibilità in senso astratto, ma la capacità di un sistema di permettere ai lavoratori di spostarsi verso impieghi più produttivi, di cambiare impresa e di non restare intrappolati in segmenti a bassa crescita.

Il capitolo sulle competenze spinge ancora più a fondo questa lettura. L’Ocse osserva che la quota di giovani che non lavorano, non studiano e non sono in formazione è tra le più alte dell’area, mentre la percentuale di laureati tra i 25 e i 34 anni è tra le più basse. A questo aggiunge un rilievo sulla qualità dell’istruzione, che continua a penalizzare le competenze, in particolare quelle digitali, aggravando gli effetti dell’invecchiamento demografico. Nel quadro tracciato dal rapporto, la debolezza del capitale umano non resta un indicatore sociale isolato, ma incide direttamente sulla capacità delle imprese di innovare, assorbire tecnologia e sostenere un aumento della produttività.

Le raccomandazioni si concentrano allora sulla filiera che collega scuola, formazione tecnica e mercato del lavoro. L’Ocse chiede di continuare a migliorare gli Its Academy e di ampliarne l’accesso, soprattutto nel Mezzogiorno, di rafforzare il collegamento tra finanziamenti e risultati di università e ricerca, di consolidare i sistemi di certificazione per il controllo della qualità dei fornitori di formazione e di migliorare l’orientamento scolastico, allineando i programmi alle esigenze del mercato del lavoro. Il punto che emerge dai documenti non è la semplice presenza di un ritardo formativo, ma la sua persistenza proprio mentre il confronto con gli altri Paesi del G20 diventa più esigente sul terreno dell’innovazione, della produttività e dell’uso della forza lavoro disponibile.

Nelle tabelle sul Pil il divario italiano appare subito, quasi in modo brutale. Nel rapporto sulle basi della crescita e della competitività quel divario prende forma concreta: tassi di occupazione ancora bassi rispetto ai Paesi comparabili, meno donne e giovani al lavoro, competenze deboli, investimenti privati insufficienti nella ricerca, debito elevato e margini fiscali compressi. Il +0,4% con cui l’Italia chiude la classifica del G20 nel 2026 si colloca dentro questa trama di fattori, che l’Ocse elenca con precisione e che riportano il confronto internazionale dal terreno delle previsioni a quello dei nodi ancora aperti nell’economia italiana.