Keir Starmer si dimette da leader del Partito laburista e da primo ministro britannico. L’annuncio, arrivato davanti al numero 10 di Downing Street, apre una nuova fase politica nel Regno Unito a meno di due anni dalla vittoria laburista alle elezioni del luglio 2024. Starmer ha spiegato di aver informato re Carlo III della sua decisione e ha annunciato che resterà in carica fino alla conclusione della corsa alla leadership del Labour, per garantire una transizione ordinata.
“Ogni decisione che ho preso è stata dettata dal voler mettere al primo posto il Paese che amo. Per questo motivo mi dimetterò da leader del Partito Laburista”, ha dichiarato. Il premier uscente ha spiegato di aver preso atto delle valutazioni del gruppo parlamentare laburista sulla sua leadership in vista delle prossime elezioni generali.
Le candidature alla leadership laburista potranno essere presentate dal 9 al 16 luglio. L’obiettivo è arrivare a un nuovo leader entro la ripresa dei lavori parlamentari a settembre. In assenza di elezioni generali, il successore alla guida del Labour diventerà anche primo ministro, forte della maggioranza conquistata dal partito nel 2024.
Il favorito è Andy Burnham, ex sindaco di Greater Manchester, appena tornato alla Camera dei Comuni dopo la vittoria nella suppletiva di Makerfield. È stato proprio il suo rientro a Westminster ad accelerare la crisi interna. Burnham, soprannominato “King of the North” per il consenso costruito nel Nord dell’Inghilterra, è considerato da molti deputati laburisti l’unica figura in grado di ricompattare il partito e arginare l’avanzata di Reform UK, il partito di Nigel Farage.
La coincidenza temporale è forte anche sul piano simbolico. Le dimissioni arrivano alla vigilia del decimo anniversario del referendum sulla Brexit. Dal 2016, il Regno Unito ha vissuto una successione di premier senza precedenti nella storia recente: David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak, Keir Starmer e ora il prossimo leader laburista. Sette primi ministri in dieci anni, segnale di una fragilità politica che la vittoria del Labour avrebbe dovuto chiudere e che invece torna a riaprirsi.
Dal trionfo del 2024 alla crisi interna al Labour
Nel 2024 Starmer aveva riportato il Labour a Downing Street dopo quattordici anni di governi conservatori, forte di una maggioranza ampia e della promessa di restituire stabilità alla politica britannica. La sua leadership si era costruita attorno a un profilo di competenza amministrativa e affidabilità istituzionale, in discontinuità con la lunga stagione di crisi attraversata dal Regno Unito.
Nel discorso di dimissioni ha rivendicato proprio questo percorso. Ha ricordato di aver ereditato un Partito laburista “in bancarotta politica, finanziaria e morale”, dato da molti per “finito”, e di averlo trasformato “sradicando il veleno dell’antisemitismo” e ristabilendo fiducia su economia, difesa e sicurezza nazionale. Ha citato un’economia “più forte”, salari in aumento sopra l’inflazione, investimenti garantiti, infrastrutture in costruzione, riduzione delle liste d’attesa del servizio sanitario nazionale, aumento dei diritti per lavoratori e inquilini, maggiore spesa per la difesa e politiche contro la povertà infantile.
Nonostante il bilancio rivendicato da Starmer, nei mesi precedenti alle dimissioni il rapporto con il gruppo parlamentare laburista si era progressivamente indebolito. La maggioranza alla Camera dei Comuni restava ampia, ma il premier aveva perso parte della presa politica sul partito. A pesare è stata anche la percezione di una leadership prudente, più orientata alla gestione che alla costruzione di una nuova fase politica dopo gli anni conservatori. La promessa di stabilità, centrale nella vittoria del 2024, non è bastata a consolidare il consenso interno.
Le difficoltà si sono accumulate su più fronti. Sul piano economico, il governo non è riuscito a modificare in modo percepibile la condizione materiale di una parte dell’elettorato. Il costo della vita, la pressione sui servizi pubblici e la fatica del ceto medio e popolare hanno continuato a pesare. Sul welfare, sull’immigrazione e sull’energia, Starmer è stato accusato di oscillare tra linee diverse, correggendo più volte la rotta sotto pressione interna.
A queste difficoltà si sono aggiunte polemiche e scandali, tra cui la contestata nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore negli Stati Uniti, criticata per i suoi rapporti passati con Jeffrey Epstein. Più in generale, si è consolidata l’idea di un governo formalmente forte ma politicamente fragile, capace di amministrare ma non di generare consenso.
Il colpo più duro è arrivato dalle elezioni locali di maggio, dove il Labour ha subito perdite pesanti mentre Reform UK ha rafforzato la propria presenza. Per molti deputati laburisti, quel voto ha mostrato che il partito rischiava di perdere terreno nelle aree più sensibili al malcontento su immigrazione, sicurezza economica e sfiducia verso Westminster. In quel momento, la leadership di Starmer ha cominciato a essere percepita non più come garanzia di stabilità, ma come possibile limite in vista delle prossime elezioni generali.
La vittoria di Burnham a Makerfield ha trasformato il malcontento in alternativa. L’ex sindaco di Manchester ha battuto Reform UK in modo netto in un collegio simbolicamente importante, dimostrando di poter competere proprio dove il Labour teme di essere più vulnerabile. Da quel momento, per Starmer la pressione interna è diventata difficile da contenere.
Burnham, Farage e il nodo europeo del dopo Starmer
Il dopo Starmer ruota ora attorno ad Andy Burnham. Ex ministro laburista e poi sindaco di Greater Manchester, Burnham ha costruito un profilo diverso da quello del premier uscente: più diretto nella comunicazione, più radicato nel Nord dell’Inghilterra, più vicino alla sensibilità sociale della sinistra laburista, ma non estraneo al pragmatismo di governo.
La sua eventuale ascesa a Downing Street risponderebbe a una necessità precisa: recuperare consenso prima che Reform UK trasformi il malcontento in una crisi strutturale del Labour. Nigel Farage ha già chiesto elezioni generali, accusando i laburisti di voler “infilare un altro politico di professione” al numero 10. È una linea prevedibile, ma insidiosa: Reform proverà a presentare il cambio di leader come una manovra interna di partito priva di legittimazione popolare.
Formalmente, il Labour non è obbligato ad andare al voto. Nel sistema parlamentare britannico, il nuovo leader del partito di maggioranza può diventare primo ministro senza elezioni anticipate. È quanto avvenuto più volte nella storia recente, anche tra i conservatori. Politicamente, però, la questione è diversa. Dopo anni di instabilità, un altro cambio a Downing Street senza passaggio elettorale rischia però di rafforzare le critiche sulla distanza tra Westminster e gli elettori.
Il rapporto con l’Europa resta uno dei dossier più delicati per il dopo Starmer. Il premier uscente aveva cercato una normalizzazione pragmatica delle relazioni con Bruxelles, senza riaprire formalmente la questione dell’adesione all’Ue. La sua linea era quella di un riavvicinamento tecnico: più cooperazione su sicurezza, commercio, energia, ricerca, difesa e mobilità, ma senza rimettere in discussione la Brexit.
Burnham potrebbe mantenere questa traiettoria, forse con un linguaggio più politico e meno amministrativo. Il Regno Unito resta un Paese diviso sulla Brexit: una parte crescente dell’opinione pubblica giudica negativamente gli effetti dell’uscita dall’Ue, ma il tema rimane esplosivo. Un nuovo premier laburista dovrà evitare di consegnare a Farage il terreno perfetto per una nuova campagna identitaria contro Bruxelles.
La crisi di Starmer si inserisce quindi in una dinamica più ampia. Il Regno Unito non ha ancora trovato un equilibrio dopo il 2016. La Brexit ha indebolito il vecchio sistema dei partiti, accelerato la personalizzazione della leadership e reso più difficile costruire governi duraturi. I conservatori sono usciti logorati da anni di lotte interne; il Labour, pur avendo vinto con un’ampia maggioranza, scopre di non essere immune dalla stessa instabilità.
C’è poi la dimensione internazionale. Donald Trump, da Washington, ha accusato Starmer di aver fallito su “immigrazione ed energia”. Il giudizio del presidente americano è politicamente interessato, ma segnala il contesto in cui si muoverà il prossimo premier britannico: rapporti transatlantici più imprevedibili, guerra in Ucraina ancora centrale per la sicurezza europea, pressione sui bilanci pubblici, transizione energetica e competizione economica.
Nel suo discorso finale, Starmer ha provato a dare alla propria uscita un tono ordinato e personale. Ha promesso pieno sostegno al successore e ha parlato della moglie Victoria, definita la sua “roccia”, e dei figli, spiegando che dopo “l’incarico più importante del Paese” tornerà al “lavoro più importante”: essere marito e padre. Ma il significato politico delle dimissioni resta netto. Il leader che aveva promesso di chiudere la stagione dell’instabilità britannica ne diventa un nuovo capitolo.

